Schmeling, la notte in cui mise ko Joe Louis e sconvolse il mondo

** FILE ** Joe Louis lies on the canvas after being knocked out by Max Schmeling, rear, in this file picture taken June 19, 1936 in New York.  Schmeling has died Wednesday Feb. 2, 2005 aged 99, the Max Schmeling Foundation announced Friday Feb. 4, 2005. (AP Photo)

19 giugno 1936.

Testimoni inaffidabili giurano che sia stata tutta colpa del caldo, che il destino dell’incontro sia stato condizionato dalla temperatura soffocante provocata dai riflettori per le riprese cinematografiche. Il tappeto bollente, dicono, ha riempito di vesciche i piedi di Joe Louis fin dai primi round. Il tedesco si è salvato solo grazie alla sua astuzia. Prima del match ha voluto testare la forza di quei riflettori e quando si è reso contro di quanto calore emanassero, si è fatto mettere una soletta isolante nelle scarpette. Questo dicono testimoni inattendibili.

Sono spiegazioni che nascono dalla difficoltà di giustificare lo choc che ha coinvolto quarantacinquemila spettatori allo Yankee Stadium (il rinvio di un giorno per pioggia ha influito negativamente sull’affluenza) e cento milioni di persone attaccate alla radio.

Il Nazismo si era impossessato dell’immagine di Max Schmeling nello stesso momento in cui aveva conquistato il titolo mondiale battendo Jack Sharkey per squalifica. Lo aveva eletto a modello della razza ariana.

Adolf Hitler gli aveva spedito un regalo per il matrimonio con l’attrice Anny Ondra. I gerarchi avevano mandato telegrammi di congratulazioni alla coppia. A volte chiamavano Max a sostenere pubblicamente il regime. Lui lo faceva senza enfasi, ma non si sottraeva a obblighi che gli sembravano naturali.

Quando si disputa il primo scontro con Louis, gli Stati Uniti non hanno ancora condannato senza alcun dubbio il governo nazista. Il Fuhrer ha già abolito i diritti legali degli ebrei, denunciato il trattato di Versailles, occupato la Renania. Eppure l’ambasciatore americano in Gran Bretagna, Joseph Kennedy: il papà di John, futuro presidente degli Stati Uniti, fa elogio pubblico del Terzo Reich e promuove il movimento di scambi economici tra Usa e Germania.

Joe Louis è il simbolo dell’America che sogna. Un nero arrivato in cima al mondo. Tifano per lui i poveri, la gente del ghetto. Sono con lui anche gli ebrei. Sentono la minaccia tedesca e cercano di impedire che uno di loro arrivi in America per guadagnare soldi, per esibirsi.

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C’è severità, lavoro, concentrazione nel clan tedesco.

Il campo dell’americano sembra un circo in festa.

La sfida è dipinta dai giornali come una lotta tra il rappresentante di una democrazia aperta e il simbolo della negazione dei diritti umani, della repressione. Venti milioni di tedeschi si preparano ad ascoltare la radio, anche se il match sarà trasmesso in diretta alle 3 del mattino e nei pronostici il loro eroe sia nettamente sfavorito: i bookmaker lo quotano 10/1.

Alle cinque del pomeriggio cinquemila persone sono in fila davanti ai botteghini per comprare i biglietti più economici, quelli da tre dollari e mezzo. Alle 22, quando l’incontro sta per cominciare, le strade delle metropoli americane sono deserte, il 97% delle radio del Paese è sintonizzato sull’evento, più di metà della popolazione ascolterà la voce di Clenn McCarthy sulla NBC. Il popolo dei neri ha invaso la città.

biglietti

Duemila tedeschi sono sbarcati a New York sui transatlantici Bremen ed Europa, con le svastiche che sventolano dagli alberi.

Hitler ascolterà la radio nel vagone letto che lo sta portando a Monaco. Anny, la moglie del campione, sentirà la radiocronaca in casa di Joseph e Magda Goebbels.

L’arroganza. Ecco cosa tradisce Louis, il calore soffocante dei riflettori è poco più che una favola. A farlo sentire imbattibile, a tradirlo, è la presunzione.

Nel quarto round abbassa leggermente il sinistro subito dopo avere fatto partire il destro. L’ha fatto quasi sempre nel corso di quel match. E Max Schmeling si è preparato per questo. Il destro scatta rapido, potente. E Louis finisce al tappeto, si alza velocemente, ma non riesce a recuperare da quel knock down. Al dodicesimo round finisce ancora giù. Sente un rumore nelle orecchie, non vede bene, le gambe sono molli e di forze non ne ha davvero più. Tenta disperatamente di rimettersi in piedi, si aggrappa alle corde, ma non ce la fa.

Joe Louis è knock out!

giornale

La Germania impazzisce di gioia per il suo eroe. Il ragazzo torna in cima al mondo. Ora incontrerà Jim Braddock, Cinderella Man, per il titolo.

La protesta feroce, violenta degli ebrei americani impedirà la sfida. Siamo a metà del 1937 e tutto adesso sembra più chiaro, il nazismo è stato smascherato.

Joe Louis lascia il ring con il volto coperto. Distrutto nel fisico, sconvolto nella mente. Ma sarà lui a incontrare Braddock, a batterlo e vincere un titolo che difenderà per undici anni, compreso il match contro Max Schmeling, messo k.o. in meno di un round allo Yankee Stadium.

I due diventeranno amici, il tedesco aiuterà anche finanziariamente il collega americano. Fino a pagare i suoi funerali nell’aprile del 1981.

Dopo settanta incontri, il 31 ottobre 1948 Max Schmeling si ritira.

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La sua battaglia, prima di scendere dal ring, la sostiene nel tentativo di riabilitarsi davanti all’opinione pubblica. Comincia a farlo quando è ancora in attività, respingendo la proposta di Goebbels di licenziare il manager Joe Jacobs perché ebreo.

«È vero, sono stato a qualche party con Hitler. Gli ho detto no quattro volte, non si poteva dire no cinque volte al Fuhrer. Ma questo non fa di me un nazista. Ho cenato con Franklyn Delano Roosevelt, ma questo non fa di me un democratico».

Non ha mai preso la tessera del partito e vuole che questo suo status gli sia riconosciuto.

Nel suo passato si nasconde un episodio che rivela come l’animo di Max Schmeling non fosse schiavo degli ideali nazisti.

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938 la Germania vive uno dei più feroci attacchi coordinati contro gli ebrei. Il pretesto è l’assassinio del diplomatico tedesco Ernst vom Rath da parte di Herschel Grynszpan, un diciassettenne polacco di origini tedesche che vive a Parigi.

I nazisti assassinano novantuno ebrei e ne spediscono trentamila nei campi di concentramento. Bruciano mille sinagoghe e distruggono settemila negozi.

Quella notte Max Schmeling salva le vite di Henry e Werner Lewin, i figli dell’amico ebreo David. Li nasconde nella sua stanza all’Excelsior Hotel di Berlino, poi dice al portiere di non essere disturbato perché è ammalato. Quando il furore nazista scema, il campione aiuta i due a fuggire dalla Germania.

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Non rende mai pubblico quel gesto.

Al suo posto lo fa proprio Henry Lewin che nel 1989 lo invita al Sands di Las Vegas, l’albergo di cui è presidente. Poi chiama i giornalisti e racconta l’intera storia.

«Se i Nazisti avessero scoperto dove ci nascondevamo, io non sarei qui con voi. E non ci sarebbe neppure Max…»

Max Schmeling muore il 2 febbraio del 2005, quando mancano poco più di sette mesi per festeggiare il suo centesimo compleanno.

 

 

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