Fragomeni, coraggio e amore. Così la boxe l’ha aiutato a vivere

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La Doria era al numero 6 di via Mascagni. L’ingresso in un cortile con tanti palazzi attorno. Era la vecchia sede del partito comunista. Alla fine della discesa c’era un meccanico, la porticina a fianco era quella della palestra. Dopo un piccolo corridoio, una porta stile saloon introduceva nella sala con il ring sulla sinistra, sulla destra un’altra porta che conduceva nell’ufficio. Gli spogliatoi avevano tre docce e un bagno alla turca. Roba rudimentale, vecchia.

Alla destra del ring c’erano quattro sacchi. Il pavimento era di un triste linoleum verde. Le ragnatele costituivano il patrimonio culturale della palestra, guai a chi le toccava.

C’era odore di sudore, di olio per i massaggi. Manifesti di vecchie riunioni con le foto dei pugili di una volta. I finestroni affacciavano sul cortile piccolino. Un orologio scandiva il tempo della fatica sulla parete sopra il ring.

«Quando sono entrato in palestra c’era tanta gente che faceva ginnastica nella saletta, energumeni tutti tatuati che picchiavano il sacco. Quando ho aperto la porta dell’ufficio avevo il cuore che andava a tremila all’ora. Ho subito visto “il nonno” e mi è tornato in mente com’ero arrivato fin lì. Me ne stavo sul tram e vedevo sempre questo ragazzo con la borsa della palestra Doria Totip. Io all’epoca pippavo. Il tram era il 15: lo chiamavo la Freccia del Sud. Andava verso Gratosoglio, Rozzano. Era il mezzo che ci collegava con l’altro quartiere. Lì si andava a picchiare, a fare i deficienti, a cuccare le ragazze degli altri, insomma a fare casino. Ero uno che non parlava mai. Aprivo bocca solo quando mi chiedevi qualcosa. Nella mente avevo solo cattivi pensieri. Non ce la facevo, morivo. Non avevo futuro, non avevo presente, cercavo di sopravvivere e basta. In testa un chiodo fisso: smettere di fare quella vita lì. Ma adesso ero nell’ufficio di Ottavio Tazzi, il maestro. Ero bloccato, non sapevo cosa fare. Mi sono presentato. Credo di essergli piaciuto subito. Ho cominciato ad allenarmi. Mi ricordo benissimo cosa mi ha risposto un attimo dopo che gli ho chiesto di fare il pugile.

“Sei un grassone, dove vuoi andare?”.

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Il nonno mi guardava e vedeva un ciccione di 120 chili. In tre mesi ero sceso a 90. Altri due mesi ed ero arrivato a 81. In palestra nessuno mi cacava, c’erano tanti pugili, dovevi dimostrare di valere. Io lo facevo per stare bene, per tirarmi fuori da tutto. Quando arrivava il nonno a dirmi una frase obbedivo e andavo avanti così fino a quando non arrivava a darmi un altro ordine. Sapevo che era una figura forte della palestra, sapevo che dovevo seguirlo. Ero schivo, me ne stavo sempre solo. Avevo grande rispetto nei suoi confronti. Quello che diceva per me era la bibbia. Era nato un rapporto forte, mi sono impegnato e loro hanno voluto provare. Sul ring ero un disastro, botte da orbi. La prima volta che ho fatto i guanti ho provato una grande emozione. Ho preso dei colpi, ho chiuso gli occhi, girato la testa.

“Giaco, devi guardare, altrimenti prendi più botte”.

Ascoltavo sempre il nonno. Mi diceva: “Devi combattere”, e io non chiedevo niente. Imparavo a fare la boxe. Un match alla settimana. Ai tempi c’era Tyson, e Sirtori, l’aiuto di Tazzi, mi ripeteva: “Fai come lui”.

Continuavo a frequentare gli amici, ma senza fare niente. Andavo ai concerti dei metallari, musica forte. Nel saltare, uno parte e mi dà una gran botta. Mi rompe il naso. Il lunedì in palestra non ho detto niente, ci sono andato anche se avevo il setto nasale fratturato. Ogni colpo che prendevo, scendevano giù i lacrimoni, avevo gli occhi neri.

L’esordio l’avevo fatto con Ruocco a Savona, da mediomassimo. Me ne stavo seduto nello spogliatoio. Sirtori era nervosissimo. “Vuoi stare fermo, devo combattere io, mica

tu”. Ho vinto per squalifica, l’altro portava solo ciabattate».

….

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«Patrizio mi ha visto combattere a Chicago in una sfida Campania-Stati Uniti. Io non c’entravo niente, ma Aurino aveva rinunciato ed ero l’unico che in quel momento potesse

sostituirlo. Lui ha capito subito che c’era del buono in me. E mi ha portato in nazionale. Con Oliva al fianco il 26 maggio 1998 ho vinto a Minsk l’europeo dilettanti. Ho battuto un bielorusso a casa sua e davanti al suo presidente della Repubblica.

Ero sempre in trasferta, lontano da Milano. Preso l’oro ho chiamato casa.

“Sono campione d’Europa”.

Mamma e Tazzi si sono commossi, sono scoppiati a piangere tutti e due.

Mamma ha parlato con Ottavio.

“Stagli sempre dietro. Mio figlio è buono e coglione”.

Piangevano.

Mi hanno detto che mamma guardava mille volte la cassetta dell’europeo, la metteva sempre ad alto volume. Avevamo vissuto brutte storie. Io con il pugilato ero diventato un po’ famoso nel quartiere. Quando andava a fare la spesa sembrava un pavone, era orgogliosa di me. Faceva fatica a fare cinque piani di scale, aveva l’affanno, ma si sentiva felice. E io ero contento di essere la causa di quella felicità. Con i primi soldi le ho comprato la lavatrice. Era

enorme. Lavava e asciugava, lei si è incazzata perché consumava troppa corrente.

….

mondiale

La sera del mondiale contro Kraj la tensione in giro è alta.

Lui è tranquillo.

Patrizio è tranquillo.

Negli spogliatoi Giaco fa entrare tutti gli amici della palestra Doria. Un po’ dentro, un po’ fuori. Poi quando sta per toccare a lui, fa uscire tutti. Si sposta in un lato del locale, finisce il riscaldamento dove non c’è nessuno, lontano dalla confusione.

Lo chiamano, torna in indietro, indossa l’accappatoio, bacia Tazzi “il nonno”, parla con Patrizio. È pronto per cominciare.

Il match va come sempre l’ha sognato.

«Lo pensavo più forte, più potente e più bravo. L’ho incalzato subito. Lui mi dava l’impressione che stesse per cedere da un momento all’altro, poi portava i colpi con tutto il peso del corpo. Tirava dei destri che se non avessi avuto le mani su, sarei finito ko. Stavo schivando, si era spostato anche lui, ci eravamo toccati. Non me ne ero accorto. Avevo sentito una gran botta, mi ero ferito. Uno squarcetto. Mica mi fermeranno per uno squarcetto? Il dottor Sturla non era dello stesso avviso.

“Fermiamo”.

Che avevo vinto l’ho saputo da Patrizio.

“Giacobbe, ce l’hai fatta!”

Si era inginocchiato e me l’aveva ripetuto tre volte.

Quando mi avevano alzato il braccio avevo provato l’emozione più bella della mia vita. Avrei voluto piangere subito, avevo pensato: “Lassù qualcuno mi ama”.

Il pensiero era andato alla mamma, a mia sorella, al mio papà. Crescendo, andando avanti, ci avevo pensato e ripensato. Non era una scusa. Se si era comportato così era perché evidentemente dentro di sé stava davvero male e quello era l’unico modo per sfogarsi. Sono fatto così, perdono tutti.

Mi sarebbe piaciuto averli tutti lì assieme. Pensavo: che figata!

Se fossero stati qui, io sarei stato con loro e si sarebbe sistemato tutto. Se fossi stato più grande quando il mio papà stava male, magari sarebbe finita diversamente.

Chissà cosa avrebbe detto la mamma nel vedermi campione del mondo! Sarebbe svenuta, avrebbe rischiato di morire dalla gioia. Nessuno sarebbe riuscito a fermarla, avrebbe camminato volando a venti centimetri da terra.

Come avrebbe reagito la Mary? Come la mamma, uguale.

E papà? Non lo so, a questa domanda non so proprio rispondere.

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(estratti da un racconto su Giacobbo Fragomeni pubblicato nel libro “Non fare il furbo, combatti” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free. In libreria e nei maggiori siti di distribuzione online. Disponibile anche in eBook)

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