Storia di Michele Di Rocco. La boxe, nove sorelle, i rom e un sogno ricorrente

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Michele Di Rocco è un bravo pugile, fa una boxe divertente. Ha talento e sa gestire il match. Ma anche fuori dal ring è un tipo che si fa apprezzare, scappa da luoghi comuni e frasi fatte. E non evita alcun argomento, anche quelli che potrebbero sembrare scabrosi.
Michele, quando sei stato certo che il match con Burns si sarebbe fatto?
Un mese e mezzo fa, quando siamo andati a Glasgow per tenere una conferenza stampa.
Cosa è accaduto prima?
Avrei dovuto disputare il mondiale contro Benavides nel dicembre scorso. Mi sono fatto tutto agosto a Milano. Un’esperienza non certo divertente. Poi a novembre ho saputo che il match è saltato. Natale e Capodanno a casa e sono tornato in allenamento. Ma non mi lamento, l’importante era realizzare il sogno.
Combatti da tempo nei superleggeri. È una categoria in cui ti trovi bene?
Devo faticare da matto per rientrare nel limite. Io nella vita di tutti i giorni peso 74 chili. E non sono certo grasso. Dovendo combattere a 63,500 devo sottopormi a una dieta stressante. Limitazioni nel cibo, acqua a livello pazzesco: fino a 6 litri al giorno! Se a questo aggiungi il doppio allenamento quotidiano, capisci perché considero l’incontro la parte più facile del mio lavoro. La preparazione è stata dura, ma è andata bene. Sono vicino al limite della categoria, venerdì alle operazioni di peso non avrò problemi. E sabato sera salirò sul ring vicino ai 69 chili. Questo sarà un vantaggio per me. Lui viene dalle categorie inferiori e pagherà pegno sulla stazza fisica.

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A combattere sei stato abituato da piccolo.
Vero. Sono l’unico figlio maschio e vivere con nove sorelle non è stato semplice. Anche perché sono tutte belle ragazze e io sono sempre stato geloso. Quando uscivano le guardavano tutti e a me questo dava un grande fastidio.”
Hai molti nipotini?
Tanti!
A Natale quando vi riunite, sare costretti a noleggiare il Palazzetto dello Sport, o no?
È quello che ci vorrebbe (ride, ndr), ma è bellissimo. I bambini sono la gioia della vita”.
Sei mai stato vittima di atteggiamenti razzisti?
Rom, zingari, gitani. Comunque li chiami, sono visti allo stesso modo. Con sospetto. Quando ero bambino non mi invitavano alle feste di compleanno. Pensavano potessi rubare qualcosa. Ancora oggi trovo molte persone diffidenti, nonostante sappiano che sono un pugile che fa il suo lavoro con grande sacrificio. Mi salutano, dicono che sono un bravo ragazzo. Ma dentro di loro conservano un po’ di paura.”
Eppure la tua famiglia ha antiche radici italiane.
Sono arrivati qui secoli fa. Papà commerciava in cavalli, poi ha fatto il muratore. Mamma è una casalinga. Io ho sempre lavorato. Il pugilato è un lavoro come gli altri, sono fortunato perché mi dà da vivere. Non capisco questo atteggiamento. Viviamo in una società multirazziale, da tempo arrivano qui personaggi di qualsiasi etnia. Certo, in questo mondo ci sono ladri, stupratori, truffatori. Ma appartengono a tutte le nazionalità. Io sono italiano. Canto l’Inno di Mameli, combatto per il tricolore, sono e mi sento di questo Paese fino in fondo all’anima. Credo che sia arrivato il momento di giudicare le persone per quelle che sono, senza dare etichette.”

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Chi sono i tuoi migliori amici?
I soldi e la famiglia. I primi mi permettono di vivere meglio, la seconda è la mia ragione di vita.”
Ti sei sposato giovanissimo, poi sono arrivati tre figli.
Sì. Filomena è diventata mia moglie quando eravano ancora ragazzi. Abbiamo tre figli: Anna che farà 15 anni a luglio, Jennifer di 13 e Francesco di 5: un’autentica peste, una furia scatenata. In palestra la gente si ferma a guardarlo. È un portento, si muove come un professionista. Ha il talento naturale dello sportivo.

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Sei uno dei pochi che in Italia vive di solo pugilato. Come ci riesci?
Ho la fortuna di poterlo fare, anche se è stata dura. Per un anno e mezzo sono andato in giro alla ricerca di un manager e un maestro che potessero garantirmi un futuro. Ho cominciato con Rosanna e Umberto Cavini: mi pagavano un mensile, prendevo le borse e non dovevo spendere soldi né per vitto e alloggi, né per i medici. Poi ho cambiato e sono andato da quello che avevo scelto fin dall’inizio, ma che per qualche piccolo problema non ero riuscito ad agganciare. Sono andato con il migliore. Credo che Salvatore Cherchi sia l’unico che in Italia lavori costantemente a livello europeo e mondiale.”
Assieme a un socio sei titolare di una palestra a Bastia Umbra dove vivi, ma so che hai piani più importanti.
Stiamo chiudendo il locale di Bastia, ne apriremo uno più grande a Perugia in zona Ellera. Un posto più centrale.”

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Sei uno che si dà da fare. Sei un professionista che sa quanso siano importanti le sponsorizzazioni. C’è qualcuno che vuoi ringraziare?
Non posso non citare una persona che mi è stata molto vicina negli ultimi tempi: Andrea Belvedere che ha un locale di acconciature in via Marghera a Milano e mi ha sempre dato fiducia.”
Per te cosa rappresenta la boxe?
È lo sport che mi ha insegnato a vivere. Mi ha spiegato cosa sia la realtà, ho capito che senza sacrifici non si ha nessun risultato. E poi mi ha fatto capire cosa sia il rispetto. Per l’avversario, per me, per le regole. È una disciplina che mi ha aiutato a crescere nel migliore dei modi.”
Cherchi dice che combattere all’estero non ti spaventa. È vero?
Certo. Gli otto anni di dilettantismo mi hanno regalato tanta esperienza sui ring di tutta Europa”.

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Se dovessi raccontare Burns in poche parole, come lo definiresti?
Bravo, tecnico, veloce e preciso. Ma non mi dà eccessive preoccupazioni.”
Che match sarà?
Ho fatto più volte un sogno. Sempre lo stesso. Io che combatto su un ring straniero, la folla che tifa per l’altro. Io che metto ko il rivale dopo avere disputato un grande match. E io sono uno che crede che nei sogni, perché so che possono diventare realtà.”

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Salvatore Cherchi è appena rientrato dalla Nuova Zelanda dove è stato all’angolo del peso massimo Carlos Takam, sconfitto ai punti in 12 round da Joseph Parker. Venerdì sarà a Parigi con Samuele Esposito impegnato nel titolo dell’Unione Europea dei superleggeri contro Franck Petitjean. Il giorno dopo volerà a Glasgow per il mondiale Wba dei superleggeri tra Michele Di Rocco e Ricky Burns.
È stanco, ma spera proprio che in questo fine settimana possa sentirsi felice.
Una volta tanto dovrà andare bene anche a noi…
Quella di Di Rocco è una grande occasione, non pensi?
Ci abbiamo lavorato con tenacia e pazienza. È stato bravo anche lui a credere che sarebbe andata in porto, ha saputo aspettare e ora si giocherà questa possibilità al meglio”.
Burns viene dai superpiuma, è passato tra i leggeri e ora sale ancora di categoria. Di Rocco è uno che fatica a stare dentro il limite dei welter junior. Sul ring la differenza si dovrebbe vedere. Che dici?
Lo spero proprio”.

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Quali sono i pericoli che Burns potrebbe nascondere?
L’unico pericolo vero credo sia nascosto in Di Rocco stesso. Non dovrà farsi prendere dall’irruenza, non dovrà cercare di trasformare il combattimento in una battaglia. Sa fare la boxe, ha imparato abbastanza bene a gestire gli incontri. Non deve farsi prendere la mano”.
Torni dalla Nuova Zelanda dove, dici, l’ambiente ha regalato qualcosina a Parker. Credi che andare a Glasgow rappresenti lo stesso pericolo?
No. Di Rocco non soffre di questi condizionamenti. Anzi, si entusiasma se sente che la gente che tifa contro”.
Come definiresti questa opportunità per il tuo pugile?
È un’occasione ideale. E lui è uno che merita di averla”.
Mercoledì Michele Di Rocco, Christian e Alessandro Cherchi, il maestro Franco Cherchi e il dottor Lamberto Boranga saranno a Glasogw. Salvatore arriverà sabato mattina. Giusto in tempo per la grande sfida.
L’avventura ha una data, una sede e un rivale.
Sabato sera, sul ring de The SSE Hydro di Glasgow, contro Ricky Burns (ex campione Wbo dei superpiuma e dei leggeri, detentore di un record di 39-5-1 con 13 ko) Michele Di Rocco vuole vedere se davvero i sogni possano trasformarsi in realtà.

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