Cardamone, campione a un passo dal grande colpo

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Lincoln Square, Worcester, Massachusetts.

Fa freddo, marzo da queste parti non perdona. Salgo la scalinata del Memorial Auditorium e vedo un gruppo di persone discutere con Michael Marley, ex giornalista del New York Post che ora lavora per Don King. C’è un signore che indossa la fascia tricolore e sembra essere il portavoce ufficiale. È Antonio Izzo, sindaco di Montoro Inferiore. È qui con alcuni concittadini, anche lui come me è venuto a vedere Agostino Cardamone. Non hanno accredito e non riescono a trovare i biglietti.

Il mondiale dei medi Wbc è vacante e l’Ente ha deciso che a giocarselo saranno l’italiano e Julian Jackson, l’uomo dal ko facile. Un cliente terribile, difficile per tutti. Ma Agostino non ha paura, non ne ha mai avuta.

La prima volta che l’ho incontrato mi ha subito dato l’impressione di un uomo d’altri tempi. Faccia pulita, sguardo sicuro, poche parole e fiducia solo a chi la merita davvero. L’ho visto conquistare l’europeo contro Dell’Aquila, sono andato a Berck-sur-mer per vederlo battere Sellier. Un vento da bufera mi spingeva indietro ogni volta che provavo ad attraversare le strade di quella cittadina a nord della Francia. Ma nel Palazzetto non feceva freddo, almeno fino a quando la boxe del ragazzo di Montoro non ha gelato i francesi che erano accorsi sicuri di prendersi il titolo.

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Lo visto demolire Gino Lelong a Vitoria, cittadina basca sulle montagne della Spagna.
Ha poi messo via Neville Brown a Solofra e Shaun Cummings a Sanremo.
E adesso eccolo qui a giocarsi il mondiale più importante, quello dell’Ente più prestigioso.

Il sindaco e il suo gruppo alla fine riescono a entrare.

Incrocio Michael Marley che quando mi vede alza le spalle, è un segnale di resa. Agli italiani in trasferta nessuno riesce a resistere.

Tre giornalisti sognano a bordo ring.

Franco Esposito, Adriano Cisternino e io.

Alloggiamo a Boston, quaranta miglia a nord est di Worcester. All’andata nessun problema, il pullman è partito e arrivato in orario. Ma qualche timore per il rientro turba il nostro presente. La tabella delle parenze indica 1:10 am, l’una e dieci di notte. Ci vuole un grande ottimismo per crederci. E noi non ne abbiamo.

Bisogna vederlo sul ring Agostino per capire quanto sia bravo.

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Ha cominciato tardi a boxare. Il papà non voleva e lui non aveva ancora la macchina per andare e tornare dalla palestra. Lavorava come carpentiere, solo a vent’anni ha potuto comprarsi l’auto e allora non ci sono stati più ostacoli. Il pugilato era una passione che gli cresceva dentro, nessuno poteva frenarlo.

Lavoro, palestra. Lavoro, palestra.

La mamma prima, la moglie dopo sono le donne che gli sono state vicino. Spesso si è sentito solo, sul ring e nella vita, ma loro hanno sempre riempito i vuoti di un cammino difficile.

Dilettante a 20 anni, professionista a 22 con Patrizio Oliva all’angolo. Manager e maestro. Un’accoppiata vincente.

Bisogna vederlo combattere Agostino per capire quanto sia bravo.

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Fisico compatto, braccia lunghe, colpi dritti e girati, scelta di tempo e pugno pesante. Un campione che sa tenere il ring e non dribla nessun avversario. Quelli colti dicono che ha il timing giusto. Io la metto giù più facile. Cardamone ha un modo tutto suo di arrivare a bersaglio. Avanti e indietro fino a quando non trova lo spiraglio giusto. A quel punto fa partire il colpo che lascia segni profondi nel corpo e nel morale del rivale che lo subisce.

Adesso è sul ring con Julian Jackson, l’uomo dai pugni micidiali. Ha messo knock out In Chuk Baek, Buster Drayton, Terry Norris, Ismael Negron, Herol Graham. Un pistolero micidiale.

Franco, Adriano e io ci guardiamo negli occhi. Abbiamo visto Agostino crescere come pugile e sappiamo che è un campione. Ma stavolta la sfida è davvero tosta.

È il 17 marzo del ’95.

Gong, primo round.

Il ritmo di Agostino è alto. I suoi primi tre minuti sfiorano la perfezione. Entra e esce con facilità incredibile. Poi tocca pesante con il sinistro al corpo e doppia con un destro al volto. Jackson, il fenomeno, piega le gambe. Traballa, lega, fugge. Sembra spaventato. Cardamone lo pressa, lo insegue, porta una serie interminabile.

Ce la fa, ce la fa, ce la fa.

Siamo lì e quasi non crediamo a quello che stiamo vedendo.

Prendiamo velocemente appunti.

Suona il gong.

Julian Jackson va all’angolo con fatica. Ha una brutta ferita sotto l’occhio sinistro, perde sangue, soffre. Manca ancora un ultimo sforzo, un po’ di gestione del match, nessuna azione spericolata e poi l’affondo. Ecco quello che ci vuole. Calma, non bisogna lasciarsi prendere dalla frenesia. Sembra che l’arbitro abbia dato a Jackson una sola ripresa, poi fermerà la sfida. Il taglio è brutto.

Gong, secondo round.

Agostino si lancia all’attacco.

“Dritto, dritto!”

Dall’angolo lo incitano ad andare incontro al rivale, vogliono che metta subito dentro tutto quello che ha. È un errore, Jackson è una belva ferita ed è consapevole di avere poche carte da giocare. Andarlo a cercare così da spavaldo fa il suo gioco, apre spiragli dove infilare il maglio dei suoi colpi. Ci vorrebbe una gestione più oculata della situazione e invece Agostino parte lancia in resta e va a caccia della belva ferita. Vuole finirla subito, non concedergli un attimo di tregua.

Julian Jackson ha esperienza e ha soprattutto pugno.

Un montante destro alla punta del mento trova Cardamone scoperto, impreparato. Va giù. Al sette si tira su, vorrebbe ricominciare. Ma l’arbitro Marty Dekin lo abbraccia. È passato 1:48 dall’inizio della seconda ripresa. Ed è tutto finito.

Peccato. Agostino Cardamone, il martello di Montoro, ha confermato di essere un campione. Ma si è fermato a un soffio dalla grande impresa.

Mi resta il ricordo di quel primo fantastico round. E poi davanti agli occhi mi passano i suoi fantastici europei, il modo passionale e talentuoso di combattere. Mi dispiace per quel colpo che ha tagliato i fili con il grande sogno. Ma non può un solo colpo far giudicare una carriera.

Agostino è stato grande prima, sarà grande dopo. È uno dei pugili italiani da mettere nell’albo dei migliori, tra i protagonisti assoluti della nostra boxe.

Con questi pensieri nella testa saluto il gruppo di italiani, lascio il clan di Cardamone e mi avvio con i due amici verso la fermata del pullman.

Franco dice che dobbiamo prepararci a una notte insonne, Adriano è più fiducioso. “Gli americani sono precisi, se dicono un orario lo rispettano”. Io li guardo e sorrido.

È l’1:09 quando le luci di un bus illuminano la strada buia davanti a noi. Una curva, una leggera frenata e la nostra salvezza, il mostro che ci riporterà a Boston, si ferma esattamente davanti a noi.

Un minuto dopo partiamo. Gli americani non tradiscono mai. Almeno sugli orari dei pullman.

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