Russo e la boxe, gli adulatori e i contestatori a prescindere

LONDON, ENGLAND - AUGUST 11:  Clemente Russo of Italy poses with  silver  medal in Men's Heavy (91kg) Boxing  at Casa Italia during London 2012 Olympic Games at The Queen Elizabeth II Conference Centre on August 11, 2012 in London, England.  (Photo by Dino Panato/Getty Images)

Il popolo della boxe non gode quasi mai. Da quando il web ha ampliato i confini di un mondo che si ciba di lamentele, il movimento dei contestatori a prescindere travolge chiunque abbia l’ardire di sorridere.

Floyd Mayweather è noioso, Vasyl Lomachenko non è quel fenomeno che si dice, Rigondeaux fa una boxe poco spettacolare.

E ancora. Arturo Gatti sì che era un grande pugile, faceva una boxe esaltante. Opinione rispettabile, ma allora perché dare fuori da matti quando qualcuno dice che la boxe è solo violenza?

Tutto sanno tutto e chiunque non la pensi come loro è (nella migliore delle ipotesi) un idiota.

Ogni volta che Clemente Russo combatte la polemica è assicurata.

Fino al novembre dello scorso anno ero schierato dalla sua parte.

Russo è uno che nel pentolone mediatico ci è finito dal primo momento in cui è salito sul ring. Gli insulti che riceve sono in gran numero superiori ai complimenti. Eppure nei pesi massimi ha vinto l’oro ai Mondiali di Chicago 2007 e a quelli di Almaty 2011. Ha conquistato l’argento alle Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012. Ha vinto le World Series of Boxing. Ha battuto Danny Price, Oleksandr Usyk, Deontay Wilder, Egor Mekhontsev.

Capisco quelli che non gradiscono il suo modo di boxare. Anche a me non piace, anzi è uno stile che proprio non sopporto. È un pugilato fatto più di astuzia ed esperienza che di un talento classico. Si può anche dire che sul ring sia sgraziato, poco affascinante. È vero, spesso porta sventole larghe che finiscono sul bersaglio come schiaffi senza valore. Ma non ci sto quando sento dire che non è un dilettante di livello assoluto. Un campione insomma. Non basta disputare oltre 240 match per vincere così tanto. I traguardi importanti bisogna conquistarli.

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E lui i successi li ha sempre inseguiti e raggiunti con determinazione. Ricordate la semifinale dei Giochi di Londra? Contro Mammadov sembrava fosse finita dopo appena un round e due conteggi. E invece ne è uscito vincitore.

A dicembre 2012 un brutto incidente ne ha segnato la storia. Sul web è stato anche scritto che si era inventato l’infortunio per evitare di affrontare Usyk! La diagnosi medica parlava di due vertebre incrinate e della lesione di un nervo del braccio sinistro che aveva ridotto la sua funzionalità al 30%. Non si è arreso. Ha lavorato duro, ha avuto il coraggio di cercare fuori dai confini della boxe qualcuno che potesse aiutarlo. L’ha trovato in Vittoriano Romanacci, storico coach della lotta azzurra. Si è impegnato, ha recuperato. E ha vinto.

Quando in una calda mattinata londinese tre anni fa gli ho chiesto quale fosse la chiave delle sue vittorie, mi ha risposto con quel sorriso con cui sembra prendere in giro il mondo intero.

Cuore e testa. Vinco così. Il cuore per trovare il coraggio di soffrire, la testa per motivazioni e orgoglio.”

All’epoca era onesto con se stesso. Gli ricordavo i fischi del pubblico dopo il bruttissimo match con il cubano Lardouet Gomez e lui replicava.

I fischi sono stati la reazione al fatto che non avevano visto del pugilato. Perché, è vero, quella sera di boxe non se ne è vista per niente.

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Alle critiche è abituato. Gliene sono arrivate a fiumi dopo i primi match olimpici.

È l’invidia, guaglio’. Ho letto un commento molto bello di Marco Maddaloni, mio cognato. Diceva: “Ragazzi, purtroppo l’invidia è l’arma peggiore che viene puntata contro il campione”. Anche se non hai nulla contro Usain Bolt, avresti voluto che vincesse Gatlin. Non può vincere sempre lo stesso. Hanno goduto tantissimo anche sulle sconfitte della Pellegrini. Sono dei gufi maledetti, chi vince dà fastidio. E’ così da sempre. E poi c’è un’altra cosa…

Dimmi…

Stravinci e l’aversario nun nè bbuono, straperdi e si ‘nu scemo, che amma a fa’? Voglio prendere i fischi sino alla fine, me ne strafotto. L’importante è il risultato”.

Era stato così a Londra, come lo era stato a Pechino, ai Mondiali di Chicago e a quelli di Almaty.

Quando è al massimo della condizione Russo è resistente, abile nella difesa (“Il mio maestro, Domenico Brillantino, mi ha insegnato che è un’arte determinante in questo sport. Non l’ho mai dimenticato”) e sa colpire rapido per poi uscire altrettanto velocemente dalla replica dell’avversario. Porta i colpi attraverso strane traiettorie. Impossibili per chiunque altro, ma non per lui. E fa risultati. Fino ad oggi ha centrato vittorie importanti ai massimi livelli. Potrà non piacere, ma è sicuramente un dilettante fortissimo.

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Non so cosa avrebbe fatto da professionista. Mi dispiace non ci abbia provato. Resto dell’idea che un pugile che si limiti al dilettantismo rimanga un incompiuto, uno che non può essere giudicato in assoluto. Ma rispetto la sua scelta.

Un giorno però ha cominciato a rotolare all’indietro. È accauduto per la prima volta a Bergamo nel novembre scorso. Sconfitto in modo netto da Aleksey Yuryevich Egorov, non ha saputo fare di meglio che dire: “Questa sconfitta non mi tocca, di questo match non me ne importava niente”.

Incapace di ammettere la superiorità dell’avversario anche nella rivincita di gennaio a Catania.

I colpi più belli li ho tirati io, lui ha dato pugni sui guantoni e ha impressionato la giuria. È un rullo compressore, ma non sa tirare un colpo. Con un avversario più scarso di me forse si troverebbe male. È difficile andare indietro e tirare pugni per otto round, sono lunghi. Mi rifarò a settembre.

E ieri, alla fine di un match confuso, brutto, noioso a tratti addirittura imbarazzante se ne è uscito con: “Già penso a una sfida con Wilder (Deontay, ndr) dopo l’Olimpiade”.

Clemente Russo sul ring sta inevitabilmente pagando il peso degli anni. Per carità non esaltiamoci troppo per il record: una volta si passava professionisti dopo una o al massimo due edizioni dei Giochi, oggi si è dilettanti a vita come accadeva ai Paesi dell’Est e ancora accade a Cuba. Per conquistare la quarta Olimpiade ha battuto due mediocri, scarsi, improbabili avversari. Avrebbe dovuto per una volta essere sulla difensiva anche fuori dal match, non esagerare. E invece non ce l’ha fatta.

Resto dell’idea che, limitandoci al mondo dilettantistico, Clemente Russo abbia scritto pagine importanti nella storia del pugilato italiano. Ma oggi credo debba interpretare la situazione in modo totalmente differente.

Quello che ho visto negli ultimi due anni è un Russo in regresso, ma considerando il livello medio della categoria e le sue indubbie qualità può recitare ancora un ruolo importante.

Per favore però non venite a raccontarmi le due ultime vittorie come autentiche imprese. Sono certo che anche lui, quando è fuori dalla luce dei riflettori, ci rida sopra.

Ultimo avviso ai naviganti. Non bisogna per forza parlare sempre e comunque bene di tutti. Quello è un compito che lascio a chi deve farlo per mestiere. È più saggio fare tesoro dei propri errori, ammettere i propri difetti. Pensate forse che se qualcuno venisse a dirmi che sono alto, bello e biondo gli darei retta?

 

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2 thoughts on “Russo e la boxe, gli adulatori e i contestatori a prescindere

  1. Caro Dario hai rappresentato molto bene Clemente Russo…ma a compendio del tuo articolo ti posso dire che Russo sa la boxe come pochi…insieme a Roberto Cammarelle. Era un superwelter poi è cresciuto e si è irrobustito, ma la scuola di Domenico Brillantino in lui ha trovato l’interprete ideale. Con il passare degli anni e gli innumerevoli e spesso duri incontri ha modificato il suo modo di boxare con un misto di bravura e astuzia. Bisogna cominciare a considerare che sono 20 anni che sta sul ring, che per certi versi è diventato la sua seconda casa. Il fisico, nonostante ancora possente, non ha più lo scatto felino di una volta e così pure la continuità. Il suo colpo è sempre più isolato e le sue velocissime serie cominciano ad essere un ricordo, ma ha intelligenza e fiuto nel capire le intenzioni dell’avversario. E’ diventato personaggio importante, soprattutto perchè mediatico, non solo della boxe, ma anche della sua regione identificandosi con la parte buona della Campania. E’ un campione ed è anche estroverso, due qualità che gli procurano molti nemici. Sono tutti pronti a criticare quello che dice, ma come tu fai notare quella è la prerogativa degli uomini in vista. Ricordi Giulio Rinaldi? La gente pensava che non fosse intelligente, ma invece lo era e sapeva dire quelle cose che una parte dei tifosi approvava e un’altra bella fetta lo contestava. Il problema è un altro: dopo Clemente e Cammarelle chi ci sarà? Per carità ci sono pugili buoni, ci sono giovani forti e interessanti…ma quest’ultimi crescendo avranno la personalità e l’intelligenza di Clemente? Mi auguro di sì…

    1. caro alfredo, sei saggio come sempre. condivido quello che dici. ho sempre pensato che clemente sia un campione, dei dilettanti ma sicuramente un campione. l’ho scritto in ogni occasione. ora, come tu dici, sta pagando venti anni sul ring. e continua a dire le stesse cose che diceva quando vinceva. questo non può andare bene e lui che è intelligente dovrebbe saperlo. per il resto ho i tuoi stessi dubbi (anche se in me sono più certezze che dubbi…) sul futuro del nostro pugilato dilettantistico. a presto.

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