Gibilisco, il piccolo guerriero dal grande cuore

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Con Dino condivido la passione per il pugilato. L’altro giorno mi ha chiesto di scrivere un ricordo, un aneddoto, un flash su un pugile che lui ha amato molto. Lo accontento, spero che questo racconto renda al meglio l’idea di cosa sia stato il fighter preferito del mio amico.

C’era un caldo umido quel 21 ottobre del 1981. La Sicilia aveva accolto con grande affetto l’emigrante di ritorno. Giuseppe Joe Gibilisco era nato a Solarino, ma era andato a cercare fortuna a Melbourne con tutta la famiglia quando aveva solo otto anni. Adesso che aveva afferrato la buona sorte per il collo non aveva alcuna intenzione di mollarla.

Faceva il pugile Gibilisco. Un peso leggero un po’ sotto la media, appena 162 centimetri, ma con un grande cuore.

Aveva pugni che facevano male e mascella di granito. Si raccoglieva in una posizione di attacco che per qualche motivo mi ricordava quella dei nuotatori sui blocchi di partenza. Forse era per quella ricerca di esplosività che accomuna i due sport.

Joe portava colpi scattanti e, quando andava a segno, il rivale di turno reagiva con un’espressione di sofferenza. Riccioluto, generoso, concreto, era un bel personaggio. Aveva vinto l’europeo contro Charlie Nash (foto in basso) e adesso lo difendeva nella sua isola.

Taormina è un posto splendido per fare festa. E i siciliani ne avevano ogni intenzione. Ma l’umidità si era trasformata prima in pioggia e poi in un vero e proprio temporale. La riunione era all’aperto, nello stadio di calcio, e rischiava di essere rinviata.

Le ore passavano e io mi convincevo che quella notte di boxe non ne avrei vista. Ero andato al campo con una certezza, sarei dovuto tornare il giorno dopo. L’acqua veniva giù a secchiate, il ring e i posti della stampa erano protetti. Ma il vento rischiava di rendere inutile qualsiasi protezione.

Qualche temerario aveva preso posto in platea, come se il temporale fosse solo un’invenzione di una mente diabolica.

Leto, Agate, Pomponi e Ros aveva preceduto il grande momento.

Giuseppe Joe Gibilisco (20+ 5- 3=, 12 ko) difendeva la corona, per una borsa di 15 milioni, contro uno spagnolo. Josè Luis Heredia, che intascava otto milioni di lire, lo sopravanzava di dieci centimetri. Era uno stilista, veniva da una famiglia di pugilatori. Aveva un record importante (25+ 1), ma non aveva peso nelle mani.

Joe era un guerriero, non sarebbero stati certo i lunghi uno-due dell’iberico a fermarlo. Poteva però riuscirvi la pioggia che continuava a venire giù senza pietà.

Seduto a bordo ring guardavo l’angolo dell’italo australiano. C’era Umberto Branchini, pochi nel mondo avevano la sua competenza pugilistica. I consigli erano quelli di Ottavio Tazzi, maestro che entrava nel cuore dei suoi allievi e sapeva come guidarli. E c’era anche il dottor Mario Ireneo Sturla che, all’epoca, ai mitici baffi aveva aggiunto anche una folta barba scura. Un bel gruppo, una squadra d’autore.

Quel match non potrò mai dimenticarlo. Non ho volutamente rivisto il filmato dell’incontro che qui pubblico, la voce della telecronaca è quella magica di Paolo Rosi e il match andava in diretta sulla Rai. Ho voluto affidarmi ai ricordi. E i ricordi mi dicono che Gibilisco riusciva a mettere al tappeto sette volte Heredia prima che l’arbitro Dekin decretasse il kot alla nona ripresa, ignorando un chiaro abbandono dello spagnolo nella quarta.

Ma non è solo per i sette knock down che quella sfida mi è rimasta in mente. È per l’incredibile andamento della contesa. Ogni volta che Gibilisco toccava, l’altro sembra essere scosso da una scarica elettrica. Ma tra un atterramento e l’altro, soprattutto prima del quarto round, Heredia riusciva a mostrare una boxe stilisticamente apprezzabile. L’uno-due lungo metteva in difficoltà Joe e io, se la memoria non mi tradisce, avevo un match ancora aperto a qualsiasi soluzione all’inizio della nona ripresa.

joe

Gli atterramenti avevano dato la possibilità a Gibilisco di recuperare e portarsi avanti, ma di poco. Poi, la svolta e una chiusura alla grande con il triplice knock down che poneva fine a un’incredibile combattimento.

Il temporale, la riunione sotto l’acqua, i sette atterramenti, il match in equilibrio prima dei tre minuti finali. Su tutto la carica, la potenza, l’abilità nello scaricare colpi decisivi (soprattutto in gancio e, a volte, anche in montante) di Giuseppe Joe Gibilisco.

Di lui ho perso le tracce. So che ha sposato Mariza Bazano che ha avuto un figlio, Paolo mi sembra, che è tornato a Melbourne. Altri mi hanno detto che è rimasto in Sicilia. Non so. Quello di cui sono certo è che il piccolo guerriero di Solarino mi ha regalato grandi emozioni. La sua boxe era fatta apposta per farmi saltare sulla sedia. E c’è riuscito anche quella volta a Taormina. Neppure il temporale ha potuto raffreddare la passione che il peso leggero della Totip sapeva trasmettermi.

È la boxe, ragazzi.

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