Il trapiantato di cuore che è tornato a giocare a calcio da professionista

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Martedì la vicenda di Simon Keith entrerà in milioni di case americane.

Espn-Tv trasmetterà “Change of heart: The Simon Keith Story”.

È un racconto commovente, strapperà qualche lacrima ma regalerà speranza a chi pensava di averla persa. È una storia che appartiene al recente passato.

Simon è nato nel 1965 a Lewes, in Inghilterra. Due anni dopo è emigrato a Victoria in Canada. Lì è diventato calciatore con la squadra dell’Università.

Nel 1984 gli è stata diagnosticata una grave malattia, il muscolo del suo cuore si stava rapidamente deteriorando.

Devi fare un trapianto”.

Potrò tornare a giocare?

Potrai tornare a vivere”.

Nel 1986 è stato operato al Papworth Hospital, appena fuori Londra.

Il nuovo cuore gli è stato donato da un calciatore diciassettenne morto mentre stava giocando.

Il recupero è stato sorprendente.

Posso tornare a giocare?

Pensa alla fortuna che hai avuto, sei tornato a vivere”.

Due settimane dopo l’intervento effettuato dal professor Mahsun Hakim Simon ha cominciato a fare quotidianamente jogging per poche miglia sul tapis roulant dell’ospedale, alternando due sessioni di 15’ sulla cyclette.

Meno di tre settimane dopo è stato dimesso ed ha continuato a correre per poche miglia, aggiungendo una camminata di un’ora a mezzo al giorno.

Tre mesi dopo, quando lo sterno era guarito, ha ripreso gli esercizi con i pesi e un mese dopo il suo tono muscolare era pienamente recuperato.

Fin qui la storia ha contorni quasi normali. Ma c’è una svolta che la rende eccezionale.

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Posso tornare a giocare?

Prova, ma con molta cautela”.

Simon Keith si era trasferito a Las Vegas e lentamente, con meno cautela di quanto i medici gli avessero chiesto, ha ripreso ad allenarsi. E infine è tornato a giocare. Con i Rebels, la squadra dell’Università di cui faceva parte anche il fratello Adam.

Il grande momento è arrivato nel 1989 quando è diventato prima scelta nel draft della MISL, la Lega professionistica americana di calcio.

Nell’ambiente circolavano mille voci, ma nessuno aveva certezza di quello che fosse accaduto a quel ragazzo che mostrava grinta e talento.

La verità nella sua forma più totale è uscita quando un agente lo ha avvicinato e gli ha fatto una domanda precisa.

So che hai avuto qualche problema al cuore, qualche problema con la valvola cardiaca o cosa?

Keith si è toccato il petto all’altezza del cuore, ha fissato l’uomo negli occhi e poi ha ammesso.

Uno è andato via, uno è arrivato”.

I Cleveland Crunch lo hanno preso in squadra e lui è diventato il primo atleta professionista nella storia dello sport dopo aver subito un trapianto cardiaco.

Cinquantadue partite e sei gol nel campionato indoor. Ma non sono questi numeri a rendere eccezionale la storia.

Lui l’ha raccontata nel 2012 in “Heart for the game”. Ora è diventata un documentario che Espn renderà decisamente più popolare.

Oggi Simon Keith ha cinquantanni ed è il presidente della Fondazione che porta il suo nome e si adopera per sensibilizzare la gente verso la donazione degli organi. È uno dei trapiantati che ha avuto vita più lunga e ha vissuto la maggior parte del tempo con il secondo cuore.

Lui stesso si definiva egoista, arrogante, altamente competitivo. Non gli piaceva che lo chiamassero “il ragazzo del cuore”, odiava raccontare la sua storia di trapiantato. Non voleva sapere assolutamente nulla della persona che gli aveva donato quel muscolo così importante per continuare a vivere.

Poi nel 2014, venticinque anni dopo l’operazione, ha fatto un viaggio indietro nel tempo. È andato in Inghilterra è ha incontrato il papà dello sfortunato diciassettenne la cui morte gli ha permesso di riprendere a vivere, di realizzare tutti i suoi sogni.
E la sua vita è di nuovo cambiata.

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