La storia di Andrew commuove il Tour

Kover

SEDUTO sulla strada, la bicicletta appoggiata al guard rail, Andrew Talansky si toccava la schiena dolorante mentre nella testa prendeva corpo una triste voglia di arrendersi. Il Tour era sempre stato al centro dei suoi pensieri. Anche quando non era ancora un professionista, anche quando le uniche corse che poteva permettersi erano le sgambate tra le montagne innevate del Nuovo Messico. Ma adesso vedeva il Tour come un mostro, un nemico implacabile che si era accanito contro di lui ferendolo, facendogli uscire sangue dai tagli sul corpo e brutti pensieri di ritiro in una mente che vedeva tutto nero.

Venerdì era rovinosamente caduto a Nancy, a pochi metri dal traguardo in una volatona che era diventata dramma nello stesso momento in cui era andato a toccare con la ruota anteriore quella posteriore di Simon Gerrons (foto sotto). Era ancora tra i primi dieci della classifica, poteva mettersi in gioco per qualcosa di importante, ma l’impatto con il ruvido della strada l’aveva improvvisamente svegliato da ogni sogno di gloria.

Ferite, contusioni, un ginocchio, il destro, dolorante. Il giorno dopo si era rimesso in sella ed era tornato a lottare. Ma lungo una discesa resa viscida dalla pioggia era di nuovo finito giù, a terra. Il dolore si era assommato al dolore. Al traguardo non era neppure riuscito a togliersi la maglietta. Avevano dovuto aiutarlo gli uomini della sua squadra. E anche così non era stato semplice.

caduta

Massaggiatore e fisioterapista avevano lavorato duro per restituire un minimo di sollievo a quel corpo martoriato dal doppio incidente, per consentirgli di proseguire la corsa. Il Tour andava onorato correndo, non ritirandosi. Anche se ogni centimetro del suo corpo chiedeva riposo, riposo, soltanto riposo.

Ancora un paio di giorni di tranquillità, poi mercoledì 16 luglio il dolore alla schiena era tornato a farsi sentire. Forte, sempre più forte.

Andrew Talanosky era lentamente scivolato in fondo al gruppo quando mancavano quasi novanta chilometri all’arrivo. Aveva parlato a lungo con i dirigenti della sua squadra cercando una sponda che lo aiutassa a capire quale decisione dovesse prendere. Poi si era staccato dagli ultimi corridori, si era staccato da tutte le macchine ufficiali.

George Foreman, vecchio campione del mondo dei pesi massimi, amava ripetere: “Il pugile sul ring è l’uomo più solo del mondo.

Doveva sentirsi così l’americano. Un giovanotto nato venticinque anni fa a Miami, Florida. Uno che aveva scoperto tardi questa passione. Uno che in quel momento aveva la testa piena di dubbi.

Accanto aveva solo una macchina della squadra e la moto con il cameramen della tv francese che riprendeva la scena come se fosse all’interno di un reality.

L’audience cresce se si manda in onda la sofferenza. Lo dico senza alcuna sottintesa accusa, registro solo la realtà. Così come il campione maledetto è più amato dell’angelo che mai pecca, così il racconto di una storia fatta di momenti di grande drammaticità esalta chi se ne sta comodamente seduto in poltrona davanti al teleschermo assai più di uno sprint vincente.

Dietro Andrew c’era un camioncino.

Lo chiamano il “carro scopa”, raccoglie i corridori che si ritirano e non hanno chi possa portarli all’arrivo.

La schiena lanciava segnali inquietanti, il dolore cresceva a ogni pedalata. Il giovanotto aveva un altro momento di smarrimento.

Poggiava la bicicletta al guard rail, si sedeva per terra massaggiandosi la schiena. Dietro, il carro scopa aspettava.

twitter

Robbie Hunter, il direttore della Garmin-Sharp: la squadra di Talansky, era sceso dalla macchina e gli aveva detto poche parole.

“Se decidi di fermarti, sii sicuro che sia la decisione giusta.”

Non credo che in quel momento Andrew Talansky abbia deciso di rinnegare Foreman e di schierarsi al fianco di Ali quando ammoniva: “Dentro o fuori da un ring non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.” Non l’avrà sicuramente pensato, ma a me piacere credere che l’abbia fatto.

Si tirava su, rimontava in bici e riprendeva a pedalare.

Il ciclismo è sport di sofferenza e ha al suo interno regole che possono sembrare crudeli, anche se non lo sono.

Il giovanotto doveva arrivare al traguardo non più di 37 minuti e 17 secondi dopo Tony Gallopin, il vincitore di tappa che aveva chiuso la corsa dopo 4h25’45” di fatica. Pena l’espulsione dalla corsa.

Pedalava senza vigore l’americano, andava avanti più di testa che di gambe. La telecamera sempre lì, pronta a spiare il dolore, magari sognando di immortalare l’attimo in cui il dramma si sarebbe chiuso con le lacrime che annunciavano il ritiro.

arrivo

E invece Andrew ce la faceva. Arrivava al traguardo con 32 minuti e 5 secondi di distacco da Gallopin, in largo anticipo rispetto al tempo limite, tra gli applausi di una folla che era rimasta lì ad aspettarlo. Poi crollava. Non riusciva a scendere dalla bici, camminava a fatica, barcollava mentre lo prendevano di peso e lo portavano sul pullman. Da solo non ce l’avrebbe fatta neppure a salire quei due gradini.

Massaggiatore, medico e fisioterapista si rimettevano all’opera.

Scrivo questo racconto mercoledì 16 luglio. Ancora non so se si rimetterà in sella anche per la dodicesima tappa. Ognuno ha la sua soglia di sofferenza, Talansky ha alzato l’asticella oltre il limite facendo onore al soprannome che qualcuno che lo conosce bene gli ha cucito addosso: “il pitbull”. Qualsiasi decisione prenda, la grande impresa l’ha già compiuta.

Voleva diventare protagonista al Tour, c’è riuscito. Ma non è così che si era sognato il grande momento.

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