La regina nera che sconfisse il razzismo

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LA SCHIAVITU’ era stata abolita da più di ottant’anni, ma i neri continuavano a vivere in case che rischiavano di venire giù in ogni momento, vecchi edifici che davano su vicoli sporchi e bui. Era difficile trovare un avvocato che accettasse di difenderli, la segregazione faceva da sempre parte della loro vita. Chiese, teatri, ristoranti, parchi, gabinetti e anche marciapiedi diversi. Sui neri si muoveva silenziosa e implacabile la minaccia della violenza dei bianchi.

Le scuole degli afroamericani erano scadenti, l’unica cosa che abbondava erano le malattie. Mancavano medici e poliziotti. La criminalità era padrona dei ghetti in cui li avevano segregati. Vivevano nel West End di qualcosa. Nomi diversi per posti sempre uguali. A New York era San Juan Hill o Harlem, Seventh Yard a Filadelfia, Suoth Side a Chicago, Fifth Ward a Houston.

Divisi. I bianchi da una parte i neri dall’altra, anche quando c’era da celebrare una di loro. Alice Coachman aveva conquistato l’oro nel salto in alto ai Giochi di Londra 1948, prima donna nera capace di vincere quella medaglia in una gara olimpica.

Si erano congratulati con lei il presidente Harry Truman, l’ex First Lady Eleonor Roosvelt. Il jazzista Count Basie le aveva dedicato uno spettacolo. L’avevano portata in parata da Atlanta ad Albany, 175 miglia di applausi. Quando era arrivata nell’Auditorium dove sarebbe stata onorata aveva trovato bianchi e neri divisi, separati. Il sindaco della città sedeva in tribuna, ma non le aveva voluto stringere la mano. E nessuno le aveva chiesto di parlare, di raccontare la sua gioia. Il microfono era solo per i bianchi.

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Non aveva pianto Alice, ma aveva giurato che da quel momento avrebbe lottato ancora più forte. Si era laureata, aveva insegnato ai ragazzi delle scuole superiori, aveva aperto una fondazione che portava il suo nome e aveva il compito di aiutare quelli come lei. Gli invisibili che il popolo dei bianchi americani applaudiva dopo una vittoria sportiva per poi dimenticarli e segregarli un attimo dopo.

C’era stato il mitico Jesse Owens, ma ormai apparteneva al passato, anche se recente.

Lo sport di quegli anni non aveva molte stelle di colore. Jackie Robinson, Joe Louis e poco più.

Alice Coachman era nata, quinta di dieci figli, ad Albany nella Georgia rurale il 9 novembre 1923. I genitori, Fred ed Evelyn, erano poveri come solo i neri d’America potevano esserlo in quegli anni. Aveva cominciato a lavorare subito, faceva le elementari e raccoglieva cotone nei campi di qualche ricco signore bianco per aiutare la famiglia.

Le piaceva correre. Giocava a basket, a baseball, ma soprattutto correva. Il papà era spaventato da tutta quella frenesia. Aveva paura che potesse mettere la piccola nei guai, avrebbe preferito vederla sotto il portico di casa. Lì dove poteva controllarla.

Alice correva veloce. Un professore si era accorto della sua abilità e l’aveva convinta a entrare nella squadra di atletica della scuola. Era brava, ma non poteva allenarsi con gli altri, non poteva avvicinare i bianchi. Niente campi di allenamento pubblici, niente mense comuni. Lei mangiava seduta sul marciapiede e correva su strade sporche, dentro campi incolti. E non avendo i soldi per comprarsi le scarpe, correva a piedi nudi.

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Aveva visto da lontano un ragazzo saltare l’asticella nel campo della scuola e aveva capito che era quello che avrebbe voluto fare. Asticelle non ne aveva, ma non si era arresa. Aveva legato assieme alcuni stracci, ne aveva stretto le estremità a due legni e quella era diventata la barriera da superare.

Nel 1939, a sedici anni, si sentiva già pronta per le grandi sfide. Ma la seconda guerra mondiale ne aveva frenato l’ entusiasmo. Niente Olimpiade del 1940, né quella del 1944. La prima possibile era così diventata quella del 1948. Londra, la meta sognata, l’aveva raggiunta dopo un lungo e scomodo viaggio in nave.

Aveva 25 anni quando, il 7 di agosto, aveva preso la rincorsa davanti a 83.000 persone all’interno dello stadio di Wembley. Rincorsa, stacco e salto con lo stile inventato da George Horine. L’asticella era posta a 1.68. Superata al primo tentativo.

La rivale si chiamava Dorothy Tyler, era inglese. Per andare oltre quella misura le erano stati necessari due salti. La vittoria era andata alla nera americana.

A premiarla era sceso addirittura re Giorgio VI, per onorarla l’avevano portata sullo yacht della famiglia reale.

Al ritorno a casa si era svegliata.

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Due matrimoni, altrettanti figli, la scuola elementare di Albany chiamata con il suo nome. Quella ragazza longilinea, con le guance piene, i capelli lunghi e una tuta un po’ troppo larga per il suo esile corpo era salita sul podio più alto dei Giochi, aveva vinto per se stessa e per il popolo nero. Aveva aperto la strada a quelle che sarebbero venute dopo. E aveva continuato a battersi per tutta la vita.

Vincere nello sport è difficile, lo è ancora di più se anche il tuo popolo cerca di lottare contro di te, di farti del male.

Alice Coachman (in alto in una foto del 2012 pubblicata dal New York Times) è morta quando in Italia era la notte di lunedì. Aveva novant’anni, era una simpatica vecchina che raccontava sorridendo la sua storia. Non aveva seppellito i brutti ricordi, aveva imparato a conviverci. Quel 7 di agosto del 1948 lo aveva incorniciato nella sua memoria. Le aveva regalato la forza per non arrendersi mai.

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