Lewis, campione poco amato

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STRUTTURA fisica da vero massimo, padronanza dei tre i colpi fondamentali del pugilato. Jab sinistro pesante, sufficiente potenza in entrambe le mani. Questo era Lennox Lewis. Si muoveva bene sul ring, aveva agilità e buona scelta di tempo. Ma anche fragilità di mascella, evidenziata dai due ko subiti contro Oliver McCall e Hasim Rahman ed entrambi frutto di un solo colpo. Dubbi anche sulla sua tenuta psicologica. Ha battuto un Tyson ormai in definitivo declino, ma ha anche dominato tutti gli altri rivali nel pieno delle loro condizioni psico-fisiche tra cui Vitali Klitschko, Evander Holyfield, Frank Bruno, Tony Tucker, Donovan Ruddock. È stato re in un periodo in cui alla categoria mancava un campione da trasformare in mito. Forse per questo non è passato alla storia. Non lo metto tra i primi 15 all time, ma uno come lui merita sicuramente rispetto. Questa è la sua storia.

VIOLET Lewis nasce e vive la gioventù a Boston Bay, Port Antonio. Giamaica. Da bambina aiuta la zia Gee che ha una bancarella di frutta e verdura al mercatino. Ogni tanto alza gli occhi verso il mare e vede Errol Flynn scendere dalla barca. Sono gli unici momenti in cui a farle compagnia non è solo la tristezza.

La zia lascia la Giamaica e vola a Londra. Violet la segue e capisce che è ora di guadagnarsi da vivere da sola. Gira da una stanza d’affitto all’altra, tutte nello stesso quartiere, tutte vicino al West Ham United Football Club. La squadra per cui i suoi due figli tiferanno.

Il primogenito si chiama Dennis Stephen e nasce da una relazione con Rupert Davies. Istruttore di nuoto, prima di diventare massaggiatore. Curerà anche i muscoli di Frank Bruno. Il papà del secondogenito è Carlton Brooks, operaio alla Ford. È anche l’uomo che confessa a Violet di essere già sposato, ma fa solo nel momento in cui lei gli dice di aspettare un bambino.

Per lungo tempo la ragazza è assalita dal dubbio. Lavora come infermiera ausiliaria, i soldi sono pochi e c’è già una bocca da sfamare. Le amiche provano a convincerla: deve abortire. Ci pensa, si tormenta e alla fine decide che quel bambino deve nascere.

Un parto cesareo per dare alla luce Lennox Claudius. Il primo nome glielo suggerisce direttamente il medico che l’ha fatto nascere, il secondo lo sceglie lei che ha una passione per l’antica Roma.

Violet e Lennox vanno avanti alla meglio per qualche tempo, poi la mamma si trasferisce in Canada. Deve trovare un lavoro che le aumenti il reddito, che possa regalare un futuro migliore al ragazzo. Per cinque anni vivono lontani: lei in Canada, lui a Londra. Poi, nel 1977, Lennox la raggiunge a Kitchener nell’Ontario. Ed è in Canada che comincia la grande avventura pugilistica di Lennox Lewis.

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NELLA BOXE tutti chiamano Oliver McCall con il soprannome di “Atomic Bull”. Molti pensano che gli sia stato regalato per la potenza dei suoi colpi, la realtà è che quel nomignolo glielo ha messo il papà tanto tempo prima. Il piccolo Oliver era goffo, inciampava in continuazione e buttava giù tutto quello che c’era per casa. Una vera disperazione, un vero toro atomico, un pericolo costante per mobili e suppellettili.

Un destro di McCall ha fatto crollare al tappeto Lewis nel 1994, gli ha tolto il titolo, ha reso felice il gigante americano e il suo manager-organizzatore, il saltellante Don King.

Tre anni dopo i due si ritrovano davanti. Nel frattempo Oliver ha perso il mondiale contro Frank Bruno, che lo ha perso contro Mike Tyson, che è stato detronizzato. La corona è vacante. McCall è incappato nella droga, si è disintossicato in un centro specializzato. È stato arrestato più di una volta, l’ultima per avere picchiato otto poliziotti prima che questi riuscissero a immobilizzarlo nella hall di un albergo di Nashville.

Il match va avanti senza colpi di scena per due round, poi si trasforma in un dramma. McCall si rifiuta di combattere, passeggia per il ring a mani basse, senza guardia. Lewis non lo colpisce per un’intera ripresa. Il Toro Atomico va all’angolo e piange, singhiozza tra le braccia del maestro George Benton. Poi torna al centro del ring per un nuovo round. Ma ha le lacrime agli occhi, lo sguardo implorante e le mani basse. Lennox lo mette ko dopo 55 secondi della quinta ripresa. Finisce così uno dei più strani campionati del mondo dei pesi massimi.

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LA PRIMA volta che si incontrano è nel 1984. Lewis è ospite di Cus D’Amato a Catskill. Ha 18 anni. Con Tyson ha un ottimo rapporto. Fanno ginnastica assieme, sono compagni nel footing del mattino.

Mike e Lennox diventano grandi amici. Fino a quando non salgono sul ring per una seduta di sparring. Tyson sul ring si avventa contro chiunque e negli occhi ha la rabbia del killer a caccia della preda. Per due round rischia di ucciderlo, poi Lewis comincia a boxare alla maniera di Ali. Va via di gambe e il suo jab sinistro tiene lontano la belva.

«Vieni qui vigliacco, questa è boxe non un balletto».

Qualche anno dopo, Iron Mike capirà che il suo vecchio amico conosce assai bene il mestiere del pugile.

LENNOX scopre la boxe per caso. Assieme a un amico, Andrew Powis, si trova coinvolto in una rissa in discoteca. Anziché picchiarsi nel locale, i due gruppi si danno appuntamento nella palestra che sta appena dietro la stazione di polizia di Kitchener, la Waterloo Regional Police Boxing Association’s Gym. A presentarsi sono però soltanto Lennox e Andrew. Trovano Arnie Boehm: un maestro che capisce subito quale fortuna gli sia capitata tra le mani. Per dieci anni sarà lui l’allenatore di Lennox Lewis.

Ai Giochi di Los Angeles combatte per il Canada e viene eliminato al secondo turno da Tyrrell Biggs, che in finale batterà Francesco Damiani.

All’Olimpiade di Seul arriva in finale. Davanti ha Riddick Bowe. È un colosso americano, nato e cresciuto a Brownsville, lo stesso quartiere di Mike Tyson.

Il destro di Lennox Lewis centra in pieno la mascella di Bowe e l’arbitro Gustav Baumgardtner dichiara il kot. Dopo cinquantasei anni il titolo olimpico torna in Canada.

Lewis non è certo travolto da una valanga di soldi. Adrian Teodorescu, l’allenatore che lo ha portato a Seul, ha stretto accordi con il clan che lo ha appoggiato fino ai Giochi. La Hurst & Mallet Sports Inc. offre un contratto misero: 25.000 dollari di bonus e il 65% delle borse. Fine della trattativa. Se il ragazzo si rifiuterà di firmare dovrà pagare 180.000$, i soldi investiti nell’impresa.

Il campione olimpico si affida all’avvocato John Honewer. Grazie alla mediazione di un fotografo, Lawrence Lustring del «Daily Star», riesce a entrare in contatto con Frank Maloney e il Gruppo Levitt. Stavolta l’offerta è sostanziosa: 245.000$, una casa a Bexley Heath nel Kent, una Mercedes, un orologio d’oro, 800$ a settimana per le spese, il 70% delle borse per cinque anni, 25.000$ l’anno per Honewer, un’assicurazione su vita e infortuni per un milione di dollari, saldo dei debiti accumulati in Canada.

Accordo raggiunto. Lennox Lewis torna in Inghilterra. Il Canada lo ha accompagnato nella sua carriera dilettantistica, il Paese dove è nato sarà la casa dei successi da professionista.

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C’E’ UNA sfida a colpi di grandi avvocati per aggiudicarsi la possibilità di organizzare il secondo mondiale unificato tra Evander Holyfield e Lennox Lewis. Il match è annunciato per settembre a Las Vegas. Don King ha assicurato di avere in mano i contratti, ma nessuno li ha ancora visti.

Il primo combattimento tra i due è stato un trionfo dal punto di vista finanziario. Il Madison Square Garden ha pagato 8,3 milioni di dollari per averlo e ha incassato al botteghino 11 milioni di dollari. La Tv KO ha venduto l’avvenimento a 49,95 dollari. L’hanno comprato 1.200.000 persone, per un incasso di 52 milioni di dollari. Sono entrati in cassa 63 milioni di dollari, appena la metà sono andati via per pagare le borse dei pugili. Ora la somma da dare a Holyfield e Lewis rimane la stessa, 30 milioni di dollari da dividere in due, aumentano invece le possibi entrate.

Con tanti soldi in giro è chiaro che ci siano anche molti personaggi interessati alla spartizione della “torta”. Dino Duva della Main Event, la società che gestisce Holyfield, e Panos Eliades della Panix Promotion, la società lche governa Lewis, hanno già annunciato di non voler lasciare a Don King il ruolo di protagonista assoluto della vicenda. Fra i potenziali organizzatori della sfida entra di diritto proprio la HBO.

«E’ tempo di cambiare le regole del gioco – dice Lou Di Bella, il vicepresidente della sezione sportiva del network americano – c’è bisogno di nuovi gestori dell’avvenimento. La boxe deve avere classifiche sue, universali, al di fuori degli enti che la governano. Giornalisti autorevoli e altri personaggi che vivono quotidianamente il pugilato devono liberarci dalla schiavitù della banda dell’alfabeto».

Il risultato del primo match era stato scandaloso. Solo due persone tra le oltre ventimila che affollavano il Madison Square Garden non avevano visto Lennox Lewis vincere il titolo. Eugenia Williams che aveva assegnato la vittoria (115-113) a Holyfield e il britannico Larry O’Connell che aveva visto il pari (115-115). Emmanuel Steward, che era all’angolo di Lewis, era stato chiarrismo.

«Se Evander Holyfield fosse stato uno sparring nel nostro campo di allenamento, non l’avremmo usato a lungo. È troppo lento e troppo vecchio».

Quel 13 marzo del 1999 la vergogna aveva sommerso il mondo del pugilato. Il match era stato a senso unico, dominato per almeno dieci delle dodici riprese da Lennox, la rivincita era praticamente obbligatoria.

Otto mesi dopo eccolo di nuovo sul ring. La sede è il Thomas&Mack Center di Las Vegas. Stavolta Lewis è meno brillante di quanto non lo sia stato nella prima occasione, ma vince chiaramente. Nonostante l’uso a intermittenza del jab, la non perfetta condizione fisica e l’opaca condizione di forma. Decisione unanime, vantaggio dai due ai sei punti. È campione del mondo per WBC e WBA. L’International Boxing Federation si è tirata indietro a un’ora dall’incontro. Gli organizzatori non avevano versato la tassa per il titolo. La banda dell’alfabeto non si smentisce mai.

LENNOX Lewis non ha quasi mai vissuto momenti di luce propria. Nelle due sfide con Holyfield, ma soprattutto in quella con Mike Tyson, è stato sempre il nome dell’avversario quello più grande sulla locandina e nel cuore dei tifosi. È sempre stato un bravo ragazzo Lennox e questo sembrava fosse incompatibile con il ruolo che ricopriva. In ognuno dei grandi pesi massimi che hanno scritto la storia c’era un pizzico di follia, una stranezza, una mania. In lui no. Come poteva competere in popolarià con “l’uomo più cattivo del pianeta“? L’Inghilterra non l’ha mai amato sino in fondo, gli ha sempre preferito Frank Bruno: un perdente di successo. Il mondo l’ha rispettato, ma non lo ha mai scelto come idolo. In tanti l’hanno visto come un campione di passaggio, anche se è rimasto sul trono per sette anni. Credo meritasse più rispetto.

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