Pryor vs Arguello, quarant’anni dopo. Il giallo non è stato risolto (video)

Un signore bussa allo spogliatoio di Alexis Arguello, all’interno dell’Orange Bowl Stadium.
Nessuno risponde.
L’uomo cerca di sfondare la porta, la sfonda, entra. Nella mano destra ha una pistola.
Qualcuno urla.
In un attimo, si scatena il caos.
Gli addetti alla sicurezza prendono di peso il nicaraguense e lo nascondono nel vano doccia, poi fanno scudo per proteggerlo.
Uno del clan si lancia sull’aggressore, lo butta a terra, lo disarma.
Arriva di corsa la polizia. L’uomo viene arrestato.
È il 12 novembre 1982, nella pancia dell’Orange Bowl di Miami, Florida, lentamente torna la calma.
Tra poco più di un’ora avrà inizio il mondiale Wba dei pesi superleggeri.

Arguello (74-6, 62 ko) è già stato campione dei piuma, superpiuma e leggeri. Mai nessuno ha ancora conquistato la corona in quattro differenti categorie.
L’avversario è tosto. È un tipo duro.
Aaron Pryor ha sempre vinto (31-0, 29 ko).
Il centroamericano è gentile, elegante. La stampa e il popolo della boxe lo amano. L’altro è egocentrico, ha un atteggiamento intimidatorio che non piace ai giornalisti, è per questo che non gli regalano la copertura mediatica che il suo talento meriterebbe.

È una sfida giocata su ritmi altissimi, fin dal primo round. Arguello aspetta e replica, non ha fretta.
“Non devo colpirlo molte volte in ogni round. Mi basta essere sicuro che ogni volta che lo colpisco, gli procuri dolore”.
Pryor è sempre a caccia del colpo risolutore. Ogni pugno che tira lo fa con l’intenzione di chiudere l’incontro. Ha tanta rabbia dentro.
Il combattimento è a fasi alterne. Costantemente condotto su livelli di grande pugilato.
Una volta l’uno, una volta l’altro sembrano in difficoltà. Poi, miracolosamente, recuperano e riprendono a lottare con lo stesso spirito di sempre.
Nel tredicesimo round Arguello scuote Pryor, lo colpisce con un colpo che sembra definitivo. Lo statunitense è in difficoltà, su due dei tre cartellini è comunque lui a essere in vantaggio.
Nell’intervallo si entra in un clima di cospirazione, di sospetti, dubbi, voci di doping e truffa.
All’angolo di Pryor il manager si dà da fare.
Tutti sanno che Panama Lewis non si fa molti scrupoli.
“Dammi la bottiglia” dice all’uomo delle ferite.
Quello prende la stessa che hanno usato fino a quel momento per dissetare il campione.
“No, non quella. Quella che ho mischiato io”.

La bottiglia arriva dall’altro lato, lui invita Pryor a bere. Poi gli fa annusare due, tre volte qualcosa che lo scuote.
In tanti diranno che in quella bottiglia del mistero c’era una sostanza proibita che ha aiutato l’uomo di Cincinnati a recuperare.
I sospetti saranno avvalorati dal mancato esame antidoping a fine match, al punto che la Wba ordinerà la ripetizione dell’incontro in tempi brevi.
Lo saranno ancora di più quando Panama Lewis sarà coinvolto nello scandalo del match tra Luis Resto e Billy Collins jr.
In quell’occasione il manager aveva rimosso la metà dell’imbottitura di crine di cavallo (così si usava all’epoca) dai guantoni del suo pugile. In aggiunta, fatto scoperto in seguito a una tardiva testimonianza dello stesso Resto, il bendaggio era stato bagnato con una polvere che era servita a indurirlo. Il risultato era stato agghiacciante. Sul ring il portoricano del Bronx aveva colpito come se avesse avuto due mattoni al posto delle mani.
Pryor torna a centro ring e sembra avere recuperato.
A 1:06 della quattordicesima ripresa vince per kot.
Si chiude così tra sospetti e misteri uno dei più entusiasmanti incontri che il pugilato abbia mai proposto.


Il dopo boxe non è sereno per nessuno dei due campioni.
Aaron Pryor, il Falco, è stato travolto dalla droga. È arrivato a pesare 35 chili, un’ombra in cui nessuno riusciva più a riconoscere il fenomeno di un tempo. Poi, lentamente, ha recuperato. Si è disintossicato, ha abbracciato la fede, è diventato diacono della New Friendship Baptist Church e ha messo in guardia i giovani dai pericoli che poteva rappresentare l’uso della droga. Era andato a vivere a Cincinnati con la moglie Frankie e i loro quattro figli: Aaron jr, Stephan, Antwan ed Elisabeth. I primi due avevano scelto di seguire la strada del padre. A loro però la boxe non aveva regalato le stesse gioie.
È morto il 9 ottobre del 2016. Undici giorni dopo avrebbe compiuto 61 anni.
Voi l’avete amato come un pugile che non conosceva la paura, sempre pronto a lanciarsi nella battaglia – ha detto la moglie Frankie che gli è stata accanto per venticinque anni – Per noi era un adorabile marito, padre, uomo, fratello, amico.
La cocaina ha minato tutto questo.
Schiavo della droga si era ridotto una larva d’uomo, costretto a nascondersi, dimagrito fino ad arrivare a un passo dalla morte. Poi, lentamente, era riuscito a riprendersi. Ce l’aveva fatta. Ma al cuore aveva chiesto troppo.
Un infarto l’ha stroncato.


Alexis Arguello è entrato in politica ed è stato eletto sindaco di Managua, la capitale del Nicaragua. L’1 luglio 2009 è stato trovato morto, ucciso da un colpo di pistola al cuore. Inizialmente si era parlato di suicidio, poi erano nati moltissimi dubbi.
Ancora oggi il mistero non è stato chiarito, anche se alla tesi del suicidio ormai non crede quasi nessuno.

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