È ufficiale, il WBC aiuterà Arcari. Storia di un campione

Il World Boxing Council è ufficialmente accanto a Bruno Arcari.
Il presidente Mauricio Sulaiman e il Consiglio della Fondazione Josè Sulaiman hanno approvato la richiesta di Monica, la figlia del mitico campione. Al fuoriclasse dei superleggeri, dieci match mondiali e altrettante vittorie, sarà corrisposto un contributo che servirà a rendere meno onerose le spese per l’assistenza a Bruno, che soffre di una malattia degenerativa.
Il WBC ha completato la pratica a tempo di record.
Decisivo l’intervento del vice presidente Mauro Betti, che ha preso a cuore la questione, spinto da una profonda amicizia che lo lega da tempo ad Arcari. Un gesto nobile che non ha al momento imitatori.
Non si hanno notizie della richiesta, fatta sempre da Monica, per il vitalizio attribuito dalla Legge Onesti. La sottosegretaria allo sport Valentina Vezzali è al corrente della situazione.
Il pugilato ha trovato al suo interno la forza per aiutare chi è in difficoltà. Ma ha dovuto farlo lontano dalle istituzioni italiane.
Bruno Arcari, a cui è stato riconosciuto l’ingresso nella nostra Hall of Fame da parte di boxeringweb.net nel 2019, è uno dei miti incontestabili della boxe di casa nostra.
Campione nazionale, europeo e mondiale dei superleggeri.
Su 73 match ne ha vinti 70. Due li ha persi per ferita, il terzo lo ha pareggiato in età avanzata contro un giovane in ascesa, Rocky Mattioli, e a un peso che non era quello in cui aveva militato per l’intera carriera.
Un eroe nell’epoca d’oro. Un uomo che, una volta sceso dal ring, per discrezione e timidezza raramente si è fatto coinvolgere pubblicamente. Quando il tempo delle parole è finito, quando il vanto di avere un fuoriclasse come lui non è stato più di moda, allora lo hanno dimenticato. Tutti. Anche chi dovrebbe dirgli grazie ogni giorno.
Questo è un ritratto del campione che ho scritto qualche tempo fa.
L’ho intitolato: ARCARI MERITA DI PIU’ DA UN MONDO CHE OGGI VIVE SOPRATTUTTO DI RICORDI.

Non avendolo molto amato, la gente lo ha sùbito dimenticato; avendolo dovuto sopportare, molti critici non lo hanno più cercato. Bruno Arcari è rimasto nei suoi silenzi e nelle sue abitudini, ma è stato, nella storia moderna del nostro pugilato, l’unico imbattibile.
(Franco Dominici, giornalista e scrittore)

La sua faccia rievoca antiche guerre.
Ha il volto segnato dai colpi subiti in battaglia. Le sopracciglia, fonte comune delle uniche due sconfitte, sono lì a testimoniarlo. Ma anche il resto del corpo indica da subito che lui è stato un combattente pronto a tutto per portare a casa la vittoria. Una cicatrice al braccio sinistro, un dolore che non l’ha mai lasciato alla spalla destra.
Non ha mai esibito queste medaglie conquistate sul ring, come non ha mai urlato in faccia a nessuno la sua bravura. Un talento fatto di fisicità, tempismo e determinazione.
Il pugile Bruno Arcari ci ha raccontato una storia fantastica.

“Se c’è una magia nella boxe è la magia di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione, al di là di costole incrinate, reni fatti a pezzi e retine distaccate. È la magia di rischiare tutto per realizzare un sogno che nessuno vede tranne te”.
(Morgan Freeman, Eddie “Scrap-Iron” Dupris, Million Dollar Baby)


Personaggio schivo, fighter difficile da interpretare. La sua era una boxe per palati fini. Vederlo in azione dagli anelli più alti dei Palasport non rendeva l’idea di quanto fosse bravo. Ma ti restava negli occhi la forza con cui avanzava, la capacità di divorare qualsiasi avversario. Un uragano senza eccessi. Nessun urlo, rare folate di vento. Ma un avanzare implacabile che si fermava solo dopo la resa dell’avversario.
Era una boxe fatta di infiniti scambi dalla corta distanza, colpi alla figura che sgretolavano la resistenza anche dei più tenaci.
Arcari ha vinto il titolo europeo cinquant’anni fa, il 7 maggio del ’68. È andato a Vienna con il suo manager Rocco Agostino, portandosi dietro la fiducia di pochi fedelissimi. L’altro, Johann Orsolics, aveva un record che intimidiva (17-1-1) e una reputazione da pugile imbattibile, soprattutto in casa.
I quindicimila assiepati nella Stadhalle facevano un fracasso d’inferno. Battevano ritmicamente i piedi sul pavimento, gridavano il nome del loro eroe lanciavano insulti terribili contro il nostro campione.
E poi c’erano i mille problemi al peso.
Rocco sapeva che Orsolics faticava oltre ogni immaginazione, addirittura più dello stesso Arcari. E allora aveva tirato fuori una magia, una di quella che poteva nascere solo dalla mente di uno che (come amava ripetere) aveva studiato all’università della strada.


Agostino era una volpe smaliziata.
Si era portato da Genova pesi certificati da un ente ufficiale di cui adesso, ammetto la colpa, non ricordo il nome. L’austriaco non aveva potuto bluffare e il limite della categoria gli era costato un sacrificio non da poco.
Quel match, Arcari lo aveva dominato, costringendo l’arbitro George Smith a interrompere al dodicesimo round la sfida per evitare che finisse davvero male.


Il 31 gennaio del ’70 Bruno aveva conquistato il titolo mondiale dei superleggeri Wbc battendo Pedro Adigue jr. Era rimasto campione per quattro anni, difendendo nove volte il titolo. L’aveva lasciato solo perché proprio non ce la faceva a rientrare nei limiti della categoria.
Era passato nei welter e, a 34 anni, aveva pareggiato con l’astro nascente Rocky Mattioli che di anni ne aveva solo 23.
Un campione di livello assoluto. Uno che però ha sempre evitato bagni di folla. Girava lontano dai giornalisti, non rilasciava dichiarazioni capaci di suscitare titoli eclatanti. Parlava con la stampa a voce bassa, usando uno spiccato accento ligure.
È nato ad Atina, in Ciociaria, aveva solo un anno quando si è trasferito a Genova. Un infanzia di lavoro: garzone in un negozio di frutta e verdura a 15 anni. Poi la boxe di cui si è innamorato guardando Duilio Loi. La palestra era la Mameli, quella dei maestri Alfonso Speranza e Armando Consa. Il manager Rocco Agostino, l’organizzatore Rino Tommasi.
Per risultati ottenuti è in cima alla montagna. Ha vinto il titolo italiano, quello europeo e poi il mondiale. In 73 match ha perso solo due volte, entrambe per ferita. Quelle arcate sopracciliari che si spaccavano in continuazione erano l’unica pecca di un pugile indistruttibile.


Tutto questo ha messo in bacheca Bruno Arcari, ma in molti lo hanno dimenticato in fretta. Niente paginate sui giornali, niente trasmissioni televisive. E anche tra gli appassionati, il ricordo di quel grande guerriero appartiene a un numero non gigantesco di fedelissimi.
Si è concesso molto sul ring. Ha sempre dato tutto, si guadagnava da vivere lavorando ogni secondo che passava sul quadrato. Ma fuori ha sempre dato l’idea di fuggire dalla luce della ribalta. Per timidezza, per pudore, o chissà per cosa altro ancora.
È una vita che non lo sento. L’ultima volta che l’ho chiamato è stato dopo il Natale del 2006, per parlare della scomparsa di Rocco Agostino.
Bruno era terribilmente commosso. Era andato a trovarlo pochi giorni prima, gli aveva fatto la barba con grande affetto. Conservava un ricordo dolce e romantico dell’uomo che l’aveva accompagnato nelle campagne trionfali in tutto il mondo. Aveva scritto uno struggente pezzo per il Corriere dello Sport, il giornale per cui all’epoca lavoravo.


È un uomo che non tradisce Bruno.
Quarant’anni fa ha disputato l’ultimo match.
Appartiene al mondo dei grandissimi. Nino Benvenuti, Sandro Mazzinghi, Duilio Loi. Il pugilato a volte dimentica in fretta e non esalta appieno i suoi eroi. Arcari merita molto di più di quello che ha avuto, soprattutto da un mondo che oggi può vivere solo di ricordi.

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