Crawford vs Arum, chiede 10 milioni per pregiudizi razziali


Una causa promossa da un pugile nei confronti di un promoter, non è una novità. Ma se il pugile si chiama Terence Crawford e l’organizzatore è Bob Arum, la cosa diventa terribilmente importante. Non tanto per la richiesta economica, quanto per le motivazioni che l’hanno ispirata. L’accusa, secondo il New York Post che ha scritto per primo l’intera storia, è infatti: discriminazione razziale.

I fatti.
Terence Crawford ha citato in giudizio in Nevada, presso la Corte Federale dell’Ottava Circoscrizione, il promoter Bob Arum, titolare della Top Rank. Il campione del mondo, rappresentato dall’avvocato Bryan Freedman, ha chiesto un risarcimento di almeno dieci milioni di dollari. L’accusa è la mancata promozione della sua carriera, causata dai pregiudizi razziali dell’organizzatore.

I numeri.
Terence Crawford denuncia Arum per non averlo fatto guadagnare abbastanza, di avere deliberatamente offeso la sua professionalità e il suo ruolo, di non averlo pagato in modo adeguato, di non avere allestito per lui grandi incontri. A sostegno della tesi, porta alcune cifre, sono le borse ricevute negli anni.
2018
3,5 milioni di dollari per Josè Benavides.
4,8 milioni di dollari per Amir Khan.
2019
4 milioni di dollari.
2020
3,5 milioni di dollari per Kell Brook
2021
6 milioni di dollari per Shawn Porter.

Dichiarazioni.
Terence Crawford, parla così di Bob Arum.
“C’è un razzismo sistematico che attraversa la Top Rank e genera la completa incapacità di promuovere adeguatamente i pugili neri. Arum e Todd DuBoeuf hanno un comportamento sbagliato nei confronti dei neri. Arum consente ai suoi pregiudizi razziali rivoltanti di avere un impatto negativo sui pugili che è obbligato a promuovere. È dolorosamente chiaro come Top Rank giudichi le persone in base alla loro razza. La sordida storia di Arum con gli atleti di colore, in particolare i pugili neri, e il suo pregiudizio a favore dei bianchi e latini è ben documentata e conosciuta in tutto il mondo della boxe”.
Nei documenti presentati per sostenere l’accusa l’avvocato di Craword scrive: “In verità, Top Rank, un’azienda con zero dirigenti neri e solo due o tre dipendenti neri, rifiuta di ammettere che semplicemente non si preoccupa, supporta o sa come promuovere i combattenti neri. Recentemente, mentre la maggior parte delle aziende è diventata sensibile alle questioni della razza e della giustizia sociale, Top Rank no”.
A dirla tutta, anche lo studio Freedman+Taitelman, che gestisce la causa per il campione, ha una larga maggioranza di bianchi tra i suoi avvocati: undici su dodici (compreso lo stesso Freedman), la dodicesima è una paralegale nera.

Reazione Arum.
“Tutto questo è ridicolo. Se fossi Crawford non chiamerei razzista un uomo, quando in realtà ciò che è accaduto è dovuto ai suoi stessi fallimenti. La sua commerciabilità non era all’altezza di quello che pretendeva e questo non ha assolutamente nulla a che fare con la razza. Il fatto eccezionale è che i numeri di Terence sulla PPV sono sempre stati terribili a causa della sua incapacità di promuovere sé stesso”.

In passato.
Così Bob Arum.
“Deve imparare a promuovere i suoi match come fanno Teofimo Lopez, Shakur Stevenson. Come faceva Mayweather. Se non lo fa, cosa diavolo pretende? Può essere il più grande pugile del mondo, ma non posso andare in bancarotta per organizzare i suoi incontri. Mi sarei potuto costruire una villa a Beverly Hills con i soldi che ho perso negli ultimi tre eventi. Nessuno gli contesta il fatto che sia dotato di una classe naturale, di un’abilità unica. Puoi anche essere la più grande grande cantante lirica del mondo, ma se il pubblico non ti segue, sei fuori dall’affare. Lui è un fuoriclasse, ma non ha presa sui tifosi”.
Così Crawford.
Terence Crawford è un re senza sudditi. Eppure ha risultati e talento dalla sua parte.
È sul podio dei migliori pugili pound for pound. Ma il suo nome non riesce a uscire dalla nicchia degli amanti del pugilato e anche lì fatica a catturare consensi.
Sembra non esserci spazio per uno che ha rapidità di esecuzione, fluidità del gesto tecnico, intelligenza tattica, potenza e una buona difesa. Ma soprattutto non c’è amore per un campione che non si concede, non apre spiragli sul privato, giura che la personalità si esprime sul ring non davanti a un microfono.
Un disastro le due uniche esperienze in pay per view, contro Postol e Khan. In totale 180.000 case collegate, quando in due combattimenti Floyd Mayweather ne ha messe assieme sette milioni.
È un campione e pretende il giusto compenso. Ma i conti non tornano, soprattutto in periodo di pandemia con riunioni a porte chiuse.

Il commento.
Così la pensa un importante uomo di boxe americano.
L’unico colore amato da Bob Arum è il verde, quello dei dollari”.
Il boss della Top Rank ha organizzato 37 match di Don Curry, 35 di Floyd Mayweather, 27 di Muhammad Ali, 20 di Marvin Hagler, 14 di George Foreman, 13 di Thomas Hearns. Tanto per restare ai più famosi pugili afroamericani.
Credo che la verità sia nel mezzo.
Crawford è un grande pugile, ma evidentemente non riesce a promuovere sé stesso. Non penso che Arum accetti di perdere milioni di dollari per soddisfare l’eventuale razzismo che lo devasterebbe.
Tutto lo sport, vive di televisione. La boxe un po’ di più. I soldi veri si fanno in pay per view, se non convinci i telespettatori a comprare il tuo evento devi rassegnarti a non guadagnare montagne di dollari.
Mayweather ha dichiarato di avere fatto grandi guadagni solo dopo avere lasciato Arum. È vero, ma era stato proprio il promoter a portarlo a quel punto. Un livello che gli consentiva di giocare pesante.

Conclusione
Non so, ovviamente, come finirà. Le accuse sono politiche, sociali. Nella denuncia, almeno in quella che è stata riferita dal New York Post che ha lanciato per primo il caso, non sono citati episodi di razzismo evidente, se non riferiti al mancato appoggio promozionale ed economico. Una discriminazione sul lavoro, nonostante i guadagni non proprio miseri da parte del campione. Certo, Crawford può pensare che non siano adeguati al suo valore tecnico. Ma in questa epoca, purtroppo, il livello di uno sportivo non è sancito solo dalla sua bravura, ma anche dalla capacità di creare empatia nel pubblico che poi dovrà versare i soldi per comprare la pay per view.

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