Mondiale massimi. Abbiamo perso la capacità di indignarci



Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire.
Importa davvero chi abbia pronunciato queste parole?
Avrebbero un peso diverso se fossero di Voltaire, della scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall o di un altro personaggio?
Bastano per tacciare di ignoranza chiunque non individui chi le abbia dette per primo?
L’ho presa alla lontana, ma sono anziano e questo mi consente di avere tempo per il presente, piccola ricompensa davanti al tempo che si accorcia quando penso al futuro. Oggi va così. Mi sono imbattuto in un fatto che mi ha spinto a una riflessione su come sempre più spesso nelle discussioni ci si fissi sui particolari meno importanti. Si evita di analizzare l’intero concetto, si cerca velocemente un appiglio per schierarsi, si è portati ad accettare come ineluttàbile una situazione per il solo fatto che si ripeta nel tempo.
Siamo stati privati da qualcosa che da sempre è sinonimo di progresso. Ci è stata tolta la curiosità, è stata ridotta ai minimi termini la voglia di capire, di sapere. Ci hanno convinto di non averne bisogno, perché già sappiamo tutto. Piuttosto che sui libri, ci informiamo sui social network. Facebook, Twitter, Instagram e via scendendo. Siamo diventati autoreferenziali. Spieghiamo, azzanniamo, insultiamo. Sparite lettere e telefonate, si comunica via post, attraverso uno strano linguaggio in cui domina il turpiloquio.
Sono molti i lettori che non leggono. Si fermano al titolo, cercano qualcosa con cui argomentare, meglio se in modo violento. Non è indispensabile conoscere l’argomento, sapere veramente cosa abbia scritto chi vogliamo offendere, perché tutto questo sarebbe inutile e ci farebbe perdere tempo. E tempo non ne abbiamo, dobbiamo insultare qualcun altro. Non sappiamo più ascoltare, preferiamo parlare. Non leggiamo, preferiamo scrivere. Siamo convinti di avere qualcosa da dire. Spesso non sappiamo cosa, ma in fondo è un problema secondario.
Da quale particolare nasce l’ennesima avvelenata?
Da una notizia.
Sono sempre stato d’accordo con Rino Tommasi.
“Il problema non è che ci siano due, tre o quattro campioni del mondo. Il problema nasce nel momento stesso in cui il campione non è più uno solo”.
Le parole sono importanti. Campione del mondo indica univocità. Sei il più forte su questo pianeta, in quello sport, in quella sezione, in quella categoria.
Il pugilato ha perso da tempo questa prerogativa.
Concedere legittimità nella gestione della disciplina a più organismi è stato il primo passo verso il distacco dalla passione popolare. L’impossibilità di riconoscersi in un solo eroe, di ricordarne il nome, di poterlo indicare come il più forte, ci ha fatto perdere l’identità stessa del rapporto.
Vengo al fatto che ha scatenato in me l’ennesima botta di tristezza sportiva.
Leggo che Trevor Bryan è il campione del mondo dei pesi massimi per la World Boxing Association, e questo già mi suona strano. Non perché non lo sapessi, ma perché non mi sembra normale. È ancora più strano perché so che in quell’Associazione i campioni del mondo sono due, oltre al detentore del titolo Gold. Poi ci sarebbero anche quelli di Wbc, Wbo, Ibf e via siglando.
Mi fermo. Aumentare le chiavi di lettura del caso in esame credo sarebbe fuorviante.
Trevor Bryan è dunque il campione.
Il 29 di questo mese, tra due settimane, a Warren in Ohio difenderà il titolo contro Jonathan Guidry: un signore di 32 anni, professionista da otto, con un record di 17-0-2.
È alto 1.80 e sale sul ring attorno ai 112/115 chili (120 nell’ultima sfida). Ha una folta barba scura, pochi muscoli, fianchi abbondanti. Nove dei suoi rivali hanno un record negativo, nessuno di loro appartiene a un livello medio-alto del pugilato mondiale. Dei suoi 19 match, ne ha disputati 18 in Louisiana, la sua terra. Per la sfida a Bryant intascherà 70.000 dollari, più 10.000 per le spese.
Per il sito specializzato boxrec.com è al numero 72 tra i 344 pesi massimi americani, al 255 tra i 1222 colossi del mondo.
A novembre non era tra i Top 15 della WBA.
A dicembre improvvisamente è entrato al numero 13. In quel mese non ha incontrato nessuno. E non è che si portasse dietro un’esaltante serie di ultimi risultati. Fermo dal 2019, è tornato sul ring il 14 agosto del 2021. Ha sconfitto ai punti in otto round Rodney Moore, anni 46, con diciassette sconfitte negli ultimi venti combattimenti.
Ecco, questa è la scatenante. Non importa se Bryant conserverà il titolo o Guidry, a sorpresa, sarà il nuovo campione. L’aspetto negativo della questione sta nel pensare che due pugili come loro possano disputare il campionato mondiale dei pesi massimi.
La boxe ci ha abituati a qualsiasi spettacolo. Importanti mezzi di comunicazione hanno indicato come personaggio pugilistico del 2021 uno youtuber che fino ad oggi non ha mai incontrato un pugile. L’hanno fatto perché ha guadagnato 40 milioni di dollari e ha costretto gli stessi media a parlare di lui. È la rappresentazione di cosa sia diventato oggi lo sport. Concedersi senza pensare tanto a chi ci si conceda. Il metro di valutazione è rappresentato da guadagni e popolarità. Ci si è uniformati alla società dello spettacolo. La boxe si è trasformata. È sempre più vicina a quel wrestling tenuto su da abili sceneggiatori.
Questa è solo l’ultima cattiveria della fila. Altri scandalosi campionati del mondo sono stati messi in piedi, altri lo saranno. Fino a quando non si tornerà al primitivo scontro senza regola alcuna, tra uomini senza protezioni, una sfida primordiale in cui il vincitore sarà chi riuscirà a sopravvivere. Oppure ci caleremo in una teatrale rappresentazione di show creati per stupire. Una sorta di falsa realtà  in cui l’ossimoro già definisce la natura dello spettacolo.
Nel momento stesso in cui un campionato del mondo tra due signori senza titoli per giocarsi la cintura diventerà la normalità, scopriremo che la boxe è uno sport che appartiene al passato e non ha futuro. Ma forse è già accaduto e noi non ce ne siamo accorti.


Crawford vs Arum, chiede 10 milioni per pregiudizi razziali


Una causa promossa da un pugile nei confronti di un promoter, non è una novità. Ma se il pugile si chiama Terence Crawford e l’organizzatore è Bob Arum, la cosa diventa terribilmente importante. Non tanto per la richiesta economica, quanto per le motivazioni che l’hanno ispirata. L’accusa, secondo il New York Post che ha scritto per primo l’intera storia, è infatti: discriminazione razziale.

I fatti.
Terence Crawford ha citato in giudizio in Nevada, presso la Corte Federale dell’Ottava Circoscrizione, il promoter Bob Arum, titolare della Top Rank. Il campione del mondo, rappresentato dall’avvocato Bryan Freedman, ha chiesto un risarcimento di almeno dieci milioni di dollari. L’accusa è la mancata promozione della sua carriera, causata dai pregiudizi razziali dell’organizzatore.

I numeri.
Terence Crawford denuncia Arum per non averlo fatto guadagnare abbastanza, di avere deliberatamente offeso la sua professionalità e il suo ruolo, di non averlo pagato in modo adeguato, di non avere allestito per lui grandi incontri. A sostegno della tesi, porta alcune cifre, sono le borse ricevute negli anni.
2018
3,5 milioni di dollari per Josè Benavides.
4,8 milioni di dollari per Amir Khan.
2019
4 milioni di dollari.
2020
3,5 milioni di dollari per Kell Brook
2021
6 milioni di dollari per Shawn Porter.

Dichiarazioni.
Terence Crawford, parla così di Bob Arum.
“C’è un razzismo sistematico che attraversa la Top Rank e genera la completa incapacità di promuovere adeguatamente i pugili neri. Arum e Todd DuBoeuf hanno un comportamento sbagliato nei confronti dei neri. Arum consente ai suoi pregiudizi razziali rivoltanti di avere un impatto negativo sui pugili che è obbligato a promuovere. È dolorosamente chiaro come Top Rank giudichi le persone in base alla loro razza. La sordida storia di Arum con gli atleti di colore, in particolare i pugili neri, e il suo pregiudizio a favore dei bianchi e latini è ben documentata e conosciuta in tutto il mondo della boxe”.
Nei documenti presentati per sostenere l’accusa l’avvocato di Craword scrive: “In verità, Top Rank, un’azienda con zero dirigenti neri e solo due o tre dipendenti neri, rifiuta di ammettere che semplicemente non si preoccupa, supporta o sa come promuovere i combattenti neri. Recentemente, mentre la maggior parte delle aziende è diventata sensibile alle questioni della razza e della giustizia sociale, Top Rank no”.
A dirla tutta, anche lo studio Freedman+Taitelman, che gestisce la causa per il campione, ha una larga maggioranza di bianchi tra i suoi avvocati: undici su dodici (compreso lo stesso Freedman), la dodicesima è una paralegale nera.

Reazione Arum.
“Tutto questo è ridicolo. Se fossi Crawford non chiamerei razzista un uomo, quando in realtà ciò che è accaduto è dovuto ai suoi stessi fallimenti. La sua commerciabilità non era all’altezza di quello che pretendeva e questo non ha assolutamente nulla a che fare con la razza. Il fatto eccezionale è che i numeri di Terence sulla PPV sono sempre stati terribili a causa della sua incapacità di promuovere sé stesso”.

In passato.
Così Bob Arum.
“Deve imparare a promuovere i suoi match come fanno Teofimo Lopez, Shakur Stevenson. Come faceva Mayweather. Se non lo fa, cosa diavolo pretende? Può essere il più grande pugile del mondo, ma non posso andare in bancarotta per organizzare i suoi incontri. Mi sarei potuto costruire una villa a Beverly Hills con i soldi che ho perso negli ultimi tre eventi. Nessuno gli contesta il fatto che sia dotato di una classe naturale, di un’abilità unica. Puoi anche essere la più grande grande cantante lirica del mondo, ma se il pubblico non ti segue, sei fuori dall’affare. Lui è un fuoriclasse, ma non ha presa sui tifosi”.
Così Crawford.
Terence Crawford è un re senza sudditi. Eppure ha risultati e talento dalla sua parte.
È sul podio dei migliori pugili pound for pound. Ma il suo nome non riesce a uscire dalla nicchia degli amanti del pugilato e anche lì fatica a catturare consensi.
Sembra non esserci spazio per uno che ha rapidità di esecuzione, fluidità del gesto tecnico, intelligenza tattica, potenza e una buona difesa. Ma soprattutto non c’è amore per un campione che non si concede, non apre spiragli sul privato, giura che la personalità si esprime sul ring non davanti a un microfono.
Un disastro le due uniche esperienze in pay per view, contro Postol e Khan. In totale 180.000 case collegate, quando in due combattimenti Floyd Mayweather ne ha messe assieme sette milioni.
È un campione e pretende il giusto compenso. Ma i conti non tornano, soprattutto in periodo di pandemia con riunioni a porte chiuse.

Il commento.
Così la pensa un importante uomo di boxe americano.
L’unico colore amato da Bob Arum è il verde, quello dei dollari”.
Il boss della Top Rank ha organizzato 37 match di Don Curry, 35 di Floyd Mayweather, 27 di Muhammad Ali, 20 di Marvin Hagler, 14 di George Foreman, 13 di Thomas Hearns. Tanto per restare ai più famosi pugili afroamericani.
Credo che la verità sia nel mezzo.
Crawford è un grande pugile, ma evidentemente non riesce a promuovere sé stesso. Non penso che Arum accetti di perdere milioni di dollari per soddisfare l’eventuale razzismo che lo devasterebbe.
Tutto lo sport, vive di televisione. La boxe un po’ di più. I soldi veri si fanno in pay per view, se non convinci i telespettatori a comprare il tuo evento devi rassegnarti a non guadagnare montagne di dollari.
Mayweather ha dichiarato di avere fatto grandi guadagni solo dopo avere lasciato Arum. È vero, ma era stato proprio il promoter a portarlo a quel punto. Un livello che gli consentiva di giocare pesante.

Conclusione
Non so, ovviamente, come finirà. Le accuse sono politiche, sociali. Nella denuncia, almeno in quella che è stata riferita dal New York Post che ha lanciato per primo il caso, non sono citati episodi di razzismo evidente, se non riferiti al mancato appoggio promozionale ed economico. Una discriminazione sul lavoro, nonostante i guadagni non proprio miseri da parte del campione. Certo, Crawford può pensare che non siano adeguati al suo valore tecnico. Ma in questa epoca, purtroppo, il livello di uno sportivo non è sancito solo dalla sua bravura, ma anche dalla capacità di creare empatia nel pubblico che poi dovrà versare i soldi per comprare la pay per view.

Tragedia a Natale. Assassinato un peso massimo americano


Temple Hills, Maryland, tardo pomeriggio.
A bordo di un SUV scuro, cinque persone marciano verso uno dei tanti locali della zona. La specialità da quelle parti sono le ali di pollo. Piccanti e saporite, accompagnate da una birra, rendono felici gli amanti del genere. È lo sfizio giusto per festeggiare come si deve la vigilia di Natale, pensa il gruppo.
Alla guida dell’auto c’è un uomo robusto. Alto più di 1.90, con un peso che supera il quintale. È un pugile professionista ancora in attività, anche se sono due anni che non combatte. Si chiama Danny Kelly Jr (nella foto sopra, a sinistra), boxa da peso massimo e ha un record di 10-3-1, nove successi li ha ottenuti per knock out. L’ultimo match l’ha disputato il 18 ottobre del 2019, quando ha mandato kot in meno di cinque minuti Nick Kisner (21-4-1, 6 ko).
Poi, si è fermato.
Accanto lui viaggia la compagna, seduti sul sedile posteriore i tre figli. Per loro, probabilmente, scatterà l’opzione Coca Cola o addirittura latte, al posto della birra. Non so.
Danny è nato a Suitland, vive a Clinton. Dal Maryland non si è mai allontanato.
Ed è ancora qui, il 24 dicembre 2021. 
È quasi sera, un’auto affianca il SUV all’altezza del 4400 Block di St Barnabas road.
La tragedia arriva improvvisa e spazza via in un attimo quell’uomo che sembrava una roccia.
Qualcuno spara dei colpi di pistola dal finestrino della seconda macchina, il tutto dura solo pochi secondi. Poi l’auto sgomma e schizza via.
Il SUV sbanda, sbatte sul ciglio della strada, si ferma.
Il silenzio dura un paio di secondi, poi si trasforma nel caos. Urlano tutti.
Danny è immobile, crivellato dai proiettili, disteso sul sedile.
Adesso il tempo sembra passare con inaccettabile lentezza.
Arriva la polizia. A seguire ecco gli immancabili collezionisti di immagini macabre, gli specialisti delle foto dal cellulare. Finalmente ecco l’ambulanza, porta in ospedale il corpo di quell’uomo sofferente.
Non c’è niente da fare.
Poche ore dopo, il medico che ha tentato di salvare la vita del pugile, ne annuncia la morte.
Danny Kelly jr aveva trent’anni.
La scena è spettrale. Un SUV distrutto, le luci della polizia, i rilevamenti della scientifica, la curiosità dei passanti come ultima testimonianza del crimine appena perpetrato.
St Barnabas road è una strada molto trafficata, la polizia spera di trovare qualcuno che abbia visto e sia disposto a parlare. Per aiutare la memoria, il Dipartimento di Prince George annuncia una ricompensa di 25.000 dollari per chiunque fornirà informazioni utili per l’arresto dell’assassino.
È l’alba di Natale, la compagna e i tre figli lasciano l’ospedale.

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 3. Mario Romersi

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

3. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca RIgoldi, 7 aprile)

 

 

 

 

 

 

 

 


Mario Romersi, romano del 1946, campione italiano dei medi
nella seconda metà degli anni Settanta,

in Italia è stato lo sparring preferito di Carlos Monzon.
Gli ho chiesto di aiutarmi a capire chi era quell’uomo
che in una drammatica notte romana ha rubato i nostri sogni.

 

13 settembre 2012

Mario, come definiresti il pugile Carlos Monzon?

“Una belva, con un destro micidiale. Un fenomeno”.

E come uomo, che tipo era?

“Scontroso, riservato, poche parole, prepotente”

Era davvero così pesante il destro dell’argentino?

“Provo a spiegarmi. Ogni volta che ti prendeva, ti sentivi come se qualcuno ti avesse tirato addosso un sacco di sabbia pressata. Eri fortunato se andavi a terra. Perché altrimenti, quello ti intronava e poi non finiva di picchiare finché non ti aveva distrutto”.

C’è un colpo che ricordi in modo particolare?

“Mi ricordo la prima volta che abbiamo fatto i guanti al Flaminio. Lo conoscevano in pochi, anche se era lo sfidante di Nino Benvenuti per il mondiale dei pesi medi. In palestra c’era la televisione, tanti giornalisti. Io ero un po’ timido e me ne stavo in un angolo a fare l’esercizio al sacco, lontano da tutti. Mi hanno avvicinato Capo Repetto e Amilcar Brusa e mi hanno chiesto: “Ti va di allenarti con lui?”. Gli ho risposto: “Non ho certo paura”. E sono salito sul ring. Ho alzato il sinistro nel classico gesto di saluto e Monzon mi ha incrociato col destro. Mi è improvvisamente sembrato di essere su un disco volante. Tutto attorno a me girava vorticosamente. Vedevo anche tanti piccoli cinesi che facevano roteare dei piatti su esili bastonicini di legno. Quel destro mi aveva completamente imbambolato”.

E lui?

“Ha continuato a venire avanti e a picchiare”.

Vi hanno fermato?

“Non avrei mai fatto la figura di quello che se ne va al primo cazzotto, anche se terribilmente duro. Ho fatto altre due riprese, ma quel destro non lo dimenticherò mai”.

E poi?

“Il giorno dopo mi sono alzato alle 5 del mattino, ho fatto footing, ho mangiato una bistecca da tre etti e bevuto solo un po’ d’acqua. Come se avessi dovuto fare un match. Alle quattro meno un quarto ero in palestra a scaldarmi. Nel terzo round di guanti l’ho preso d’incontro sul naso col diretto destro e ho sbagliato di un centimetro il gancio sinistro con cui avevo doppiato il colpo. Sabbatini, che era sotto al ring, ha urlato: “Mario, fermati che mi rovini 400 milioni!”. Il giorno prima però, nessuno era intervenuto”.

Quindi non ricordi Monzon come un campione assoluto?

“Ma vuoi scherzare? Era un fenomeno. Per darti un’idea di quanto facesse male, ti dico che quando salivi sul ring contro di lui era come se tu lo facessi a mani nude e lui imbracciasse un fucile. Era devastante. Non aveva il pugno secco, quello che ti stende subito. No, lui era peggio. Con un colpo ti ammorbidiva e con gli altri ti annientava”.

La qualità migliore del pugile, oltre alla potenza del destro, quale era?

“Era scoordinato”.

In che senso?

“Noi pugili guardiamo l’altro negli occhi, lì c’è la verità. All’80%, se sei bravo e attento, capisci quale colpo l’avversario sta per portare. Lui no. Ti sembrava lento, poi vooom e ti arrivava il sinistro in faccia. Faceva un piccolo spostamento, portava in avanti la gamba e vooom ti tramortiva col destro. Poi, ti bastonava senza che tu capissi più da dove partissero i colpi. A quel punto capivi che era inutile guardarlo negli occhi”.

Quante riprese di guanti hai fatto con lui?

“È venuto al Flaminio la prima volta quando ha conquistato il mondiale contro Benvenuti a Roma. C’è tornato per Bouttier, Briscoe e Valdez. Diciamo che ogni volta si fermava per una settimana, in totale avremo fatto più di 100 round. Veniva e voleva fare i guanti con me. Forse perché ero un buon tecnico, forse perché era diventata una sorta di scaramanzia”.

Aveva rispetto per lo sparring?

“Mi avrebbe volentieri messo per terra in ogni momento. Era senza pietà”

Un ultimo episodio da ricordare?

“Facevamo i guanti, io lo stringevo spesso in clinch per riprendere fiato. A un certo punto mi ha morso tra la spalla e il collo. Un dolore terribile, ma lui ha continuato a combattere come se niente fosse”.

Chi c’era in palestra quando vi allenavate?

“Capo Repetto, il suo maestro Amilcar Brusa, il manager Tito Lectoure, qualche volta Rodolfo Sabbatini. E soprattutto, tanta gente. Un centinaio di persone, sembrava di essere a una riunione. Io all’epoca abitavo con mamma e papà al Villaggio Olimpico, a due passi dalla Palestra del Flaminio. C’erano tutti gli amici a vedere me, ma soprattutto Monzon”.

Che memoria ti è rimasta di quei giorni?

“Mi è piaciuti viverli. Tutti, ogni momento”.

 

Tyson e la tigre, un pomeriggio nel giardino di casa dell’ex campione

Il post è apparso su Twitter.
Mostra Mike Tyson qualche tempo fa nel giardino della sua casa assieme a Kenya, la tigre del Bengala che ha ospitato per sedici anni dopo averla comprata per 70.000 dollari.

Kenya ha un guantone da boxe nella bocca.
La scena si conclude con un bacio e un tuffo della tigre in piscina.
Iron Mike ha recentemente dato l’animale a qualcuno che potrà curarla meglio di lui, l’animale invecchiando aveva cominciato ad avere problemi alla testa e agli occhi.
“Avevo una tigre da compagnia, provavo un grande affetto per lei. L’ho tenuta, ho dormito con lei, l’ho ospitata nella mia stanza. È rimasta con me per circa 16 anni”. (da un’intervista a GQ)

Una foto, una storia. Il pugno fantasma di Ali apre una nuova era

È il 25 maggio 1965, l’orologio segna le 10:40 della sera. 
Sul ring della St Dominic’s Arena di Lewiston, nel Maine, due uomini si battono per il mondiale dei massimi.
Accanto al quadrato c’è Neil Leifer.
Presto scatterà una delle fotografie più famose nella storia dello sport.

Oggi vi racconto la storia di quella foto.

Quaranta condensatori, ognuno del peso di trentacinque chili. Normalmente illuminano la Roosevelt Raceway di Long Island. Ci sono volute pazienza e tenacia per convincere i proprietari a prestare l’intera attrezzatura agli uomini della rivista specializzata Sports Illustrated.

C’è poca gente attorno al ring, ma sulla piccola cittadina del Maine sono puntati gli occhi del mondo. Lewiston non sa neppure cosa sia la boxe e si ritrova a ospitare il campionato mondiale dei pesi massimi tra Muhammad Ali e Sonny Liston.

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La gente affluisce lentamente nella St Dominic’s Arena. Il match avrebbe dovuto svolgersi al Boston Garden, ma le autorità del Massachusetts hanno negato l’autorizzazione all’incontro. Pensano che dietro gli organizzatori ci sia la mafia. Pochi mesi prima è stato assassinato Malcolm X e subito dopo è stata incendiata la casa di Ali.

In molti temono che qualcuno possa uccidere il campione, l’ipotesi di un attentato si è fatta sempre più reale. Meglio dunque un posto piccolo, dove sarà possibile controllare tutti.

Il match si svolgerà nella cittadina sul fiume Androscoggin, 130 miglia a nord est di Boston, in una località senza alcun legame con il pugilato.

Neil Leifer, giovane fotografo di Sports Illustrated, ha scelto il suo lato del ring. Su quello opposto si è piazzato Herbie Scharfman, un collega della stessa rivista, uno che ha scattato delle splendide immagini del grande Rocky Marciano. La loro, come quella di ogni bravo fotografo, è una vera e propria sfida a chi riuscirà a rubare lo scatto migliore.
Usano Rolleiflex con flash stroboscopico. Hanno un unico scatto, poi sono costretti ad avvolgere la pellicola e aspettare dai tre ai cinque secondi affinché il flash si ricarichi. Ogni volta che lo fanno, rischiano di perdere il momento magico.

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In sala ci sono più poliziotti che spettatori. Ogni persona che entra, viene perquisita. È il 25 maggio del 1965, Cassius Clay ha abbracciato la religione dei Musulmani Neri e cambiato il suo nome.
Prima in Cassius X, per poi diventare per tutti Muhammad Ali.

L’America non ha ancora deciso se amare l’ex galeotto o quello sbruffone che si prende gioco dei rivali, fino a plagiarli.

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Al terzo destro scagliato da Ali, Liston stramazza al tappeto subito dopo avere abbozzato un jab sinistro. Un lampo e l’Orso è lì, disteso, quasi immobile. Il campione gli sta sopra e lo sfida urlandogli contro.

«Alzati, brutto Orso! E fallo in fretta, siamo in televisione!».

È andato giù dopo 1:44, si rialza quando il cronometro segna 1:56, soltanto a 2:18 del primo round l’arbitro decreta il ko.
Un pugno fantasma ha chiuso la sfida e aperto un affascinante capitolo nella storia della boxe.

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L’arbitro è Jersey Joe Walcott, vecchio campione del mondo dei pesi massimi. Liston è al tappeto. È scivolato giù lentamente, come un vecchio edificio che si sgretola dopo essere stato colpito dalla palla di acciaio. È lì a terra, steso come se fosse stato appena folgorato. Walcott comincia a contare, perde tempo nel mandare Ali all’angolo neutro, si innervosisce, si lascia sfuggire il controllo del match, torna al centro del ring quando i due hanno già ricominciato a boxare.
Da bordoring gli urlano di fermarsi, gli gridano che il match è finito.
C’è Nat Fleischer in prima fila, è l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che viene considerata la bibbia del pugilato.

Ali and, aka Muhammad Ali (R) throwing the famous "phantom punch" during his 2nd fight vs. Sonny Liston (L)

Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro
Walcott: Perché?
Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi
Urla anche il cronometrista.
Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?
Cronometrista: Oltre 12 secondi
Jersey Joe Walcott ripercorre lentamente camminando all’indietro lo spazio che lo separa dai pugili, ferma la loro azione e alza il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si conferma campione. Vince per ko con un pugno che nessuno ha visto.
Solo molti anni dopo, guardando quelle immagini con l’ausilio di una moviola che definisce ogni minimo gesto, si potrà avere un’idea più precisa di cosa sia realmente accaduto. Un destro corto, privo comunque della potenza necessaria per determinare un ko, centra Liston alla mascella e genera un crollo al tappeto che va largamente al di là del danno che si pensa possa avere provocare.
La gente strilla.
Buffoni! Imbroglioni!
Sono tutti in piedi e gridano.
Truffatori!

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Adesso cercano di sfuggire alla rabbia della folla. Un deputato chiede al Congresso di abolire la boxe. I giornali parlano di una gigantesca truffa sulle scommesse, della mafia che ha manipolato il risultato, dei Mussulmani Neri che hanno bisogno di un campione del mondo per propagandare la loro dottrina.
Liston perde il titolo, ma continua attraverso la Inter-Continental Promotions a prendere la percentuale sulle borse del nuovo campione.

È steso al tappeto. Ha le mani sopra la testa, la gamba destra leggermente flessa. L’immagine perfetta della resa. Le luci sono a posto, i condensatori stanno facendo il loro lavoro. Non c’è tanta pubblicità a inquinare la scena. La gente fuma e questo crea un effetto foschia. Non si può chiedere di più.
Scatta Neil Leifer, scatta Herbie Scharfman.

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Una grande foto ha bisogno di una grande fortuna. Tutto il mondo ricorderà lo scatto di Leifer, l’immagine di Ali con il braccio destro piegato, fino a raggiungere con il pugno la spalla sinistra, e il viso trasformato da un misto di rabbia e orgoglio. Sotto di lui, Liston è la rappresentazione di un uomo che non ha più nulla da chiedere. Nello scatto c’è anche un signore pelato e con gli occhiali. È proprio accanto alla gamba destra di Ali, intento a ricaricare la macchinetta fotografica. Quel signore è Herbie Scharfman. Ha scelto il lato sbagliato.
Non se lo perdonerà per il resto della vita.
Nessuno nella piccola arena di Lewiston ha visto andare a segno il pugno che ha mandato giù Sonny Liston. È stato un lampo d’immaginazione che solo l’ironia di Ali può raccontare.
«I miei colpi sono talmente veloci che devi tenere sempre gli occhi aperti. Un battito di ciglia e hai perso quello del kappaò….»

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Dicono ci sia stata una truffa gigantesca sulle scommesse, che la mafia abbia pilotato il risultato, che i Musulmani Neri abbiano bisogno di Ali campione del mondo per propagandare la loro religione. Ne dicono tante. L’unica cosa certa è che Liston ha perso anche la rivincita mondiale, ma è entrato in una società che gestirà i guadagni pugilistici del nuovo campione.
Neil Leifer è felice. Sa di avere in macchina lo scatto buono. Ha usato il grandangolare a 180° al momento del knock out e ha fermato per sempre un’immagine storica.
Una foto che vale più di mille parole, e che è stata messa all’asta con base di partenza 600.000 dollari.
Ali è immortalato nel pieno della potenza. Forte, strafottente, clownesco, sicuro. Una bellezza plastica in grado di ipnotizzare le folle.
E Leister ha tutto dentro la sua Rolleiflex.
Ma Sports Illustrated non giudica quello scatto degno della copertina, lì finisce una foto di George Silk. Solo molti anni dopo, capito l’errore, quella foto finirà sulla prima pagina della rivista, nella galleria dei più grandi scatti di sempre.
Anche i migliori possono sbagliare…

L’incredibile storia di Luther McCarty, il campione dei bianchi

Gong.

Il jab sinistro di Luther si stampa sulla faccia di Arthur Pelkey. La pelle diventa subito rossa, ha potenza nelle mani il campione.

È il 24 maggio del 1913, un tardo pomeriggio di un sabato pieno di nuvole. Ci sono diecimila persone nel vecchio fienile alla periferia di Calgary, trasformato in un’arena di pugilato.

Prima del match Tommy Burns era salito sul ring e aveva chiamato a gran voce un signore vestito di nero, con un colletto bianco rigido che sembrava dargli un fastidio terribile.

Burns è stato campione del mondo dei pesi massimi, il titolo l’ha perso il 26 dicembre 1908 contro Jack Johnson.

Il suo vero nome è Noah Brusso. È un franco-canadese di trentuno anni, ha conquistato la cintura sconfiggendo Marvin Hart in 20 round.

Il match con Johnson ha una lunga storia.

Il gigante di Galveston ha inseguito Burns sfidandolo in ogni occasione. L’America non vuole un nero come campione dei massimi. In Tennessee, nel 1866, è nato il Ku Klux Klan. Un gruppo razzista che odia i neri fino a ucciderli. I suoi capi si chiamano Gran Dragone, Gran Titano, Gran Ciclope. Sono tutti alle dipendenze di uno Stregone Imperiale. Indossano tuniche e cappucci bianchi, erigono croci fiammeggianti sulle colline, si muovono con spedizioni notturne per picchiare, linciare, assassinare i neri.

Il KKK si è schierato contro il match. Ha minacciato ritorsioni contro chiunque si azzardasse a organizzare la sfida.

Il campionato si è così disputato in Australia. Anche lì le tensioni razziali sono forti, lo sterminio degli aborigeni della Tasmania da parte dei coloni inglesi e le leggi anti-immigrazione hanno creato un clima di conflittualità estrema. I giornali contribuiscono ad aumentare la tensione.

«L’Australia è per gli uomini bianchi», scrive il Bulletin.

Tommy Burns è perfetto per incarnare il ruolo del protagonista. Un piccolo bianco che sfida il gigante nero corrotto e malato di sesso.

Per il mondiale contro Jack Johnson, Burns ha preso la più alta borsa della sua carriera: 30.000 dollari. Per il match d’esordio, otto anni prima, ha guadagnato un dollaro e 25 centesimi. Si mette in tasca una bella cifra, ma rimedia una dura lezione. Per rendere un’idea di come sia andata, basta leggere i titoli dei giornali dopo l’incontro.

«Il massacro di Sydney» è il commeno più tenero.

Burns è punito da Johnson, che dopo ogni colpo apre la bocca in un ampio sorriso, mostra i suoi quattro denti d’oro e lo sbeffeggia.

«Ehi, Tommy. Pensavo fossi un combattente, un uomo che sapesse dare battaglia. Mi sono sbagliato. Vieni avanti, picchia. Fa’ qualcosa».

Jack tiene in piedi il nemico bianco, colpendo lui punisce un’intera razza. L’incubo per Burns finisce alla quattordicesima ripresa, quando interviene il sovrintendente di polizia Frank Mitchell che dichiara chiuso il combattimento.

È il 26 dicembre 1908, Jack Johnson è il nuovo campione dei massimi.

Ed è nero.

Sono passati cinque anni e lui ha ancora il titolo in tasca. Burns fa più l’organizzatore che il pugile e adesso, al centro del ring, chiede a quel giovane di chiesa di fare un saluto alla folla prima che il match cominci.

Il piccolo uomo di nero vestito sale lentamente i tre gradini, solleva le corde, si piega leggermente ed entra.

“So che voi uomini ci aiuterete a comprare la campana per la nostra chiesa. Le vostre monete d’argento compreranno quel ricordo per la casa di Dio e sarà un credito che avrete nei confronti Grande Maestro”.

La folla comincia rumoreggiare, vogliono che il match abbia inizio. Ma lui non si scompone.

“Tutti devono avere un credito nel Libro del Maestro. Perché il Grande Arbitro può chiamarvi in qualsiasi momento”.

Si sentono le prima urla di disapprovazione, c’è tensione nell’aria.

Monete d’argento piovono sul ring. Sperano che una volta accontentato si faccia da parte.

Burns fa scendere il giovane prete.

L’arbitro Ed Smith guarda i rivali che si muovono nei loro angoli, fa un segno al cronometrista.

Gong.

Il jab sinistro di Luther si stampa sulla faccia di Arthur Pelkey. La pelle diventa subito rossa, ha potenza nelle mani il campione. Sarà il solo colpo che Luther McCarty riuscià a tirare.

Si battono per il mondiale dei pesi massimi, un titolo riservato ai pugili bianchi. In tanti hanno provato a battere Jack Johnson, nessuno ci è riuscito. E allora meglio vedersela tra loro, tra le Grandi Speranze Bianche.

Pelkey lascia partire un gancio che finisce sulla nuca di Luther.

Billy McCarney urla dall’angolo.

“Levati da lì Lu’, tira quel maledetto montante!”

È il manager di Luther, lo chiamano “il professore”. Gli è bastato frequentare per due settimane la facoltà di legge alla Pennsylvania University per far pensare ai tifosi che meritasse quel titolo.

Un altro gancio, leggero non certo devastante, centra Luther al petto e lui va giù lentamente. La braccia si abbassano, le gambe tremano, il bacino scende verso il tappeto. Giù, senza più difesa.

“…seven, eight, nine, ten and out” Ed Smith recita il più velocemente possibile la poesia, ha capito che qualcosa di terribile sta accadendo.

È passato un minuto e quarantacinque secondi dal suono del primo gong.

È a questo punto che nasce la leggenda avvolta dal mistero.

I giornalisti scriveranno che un fascio di luce aveva avvolto Luther disteso senza più forze al tappeto. Veniva da una zona, giureranno, senza finestre. E allora, si chiederanno con aria complice, da dove arrivava tutta quella luce?

Chiuderanno con aria da cospiratori: e se fosse stato un segnale divino?

La luce, per qualcuno di loro, si sarebbe spenta all’out dell’arbitro. Per altri solo alla fine dei soccorsi.

La foto è ancora reperibile. Ma la notizia sembra proprio una di quelle che oggi chiamiamo con un termine inglese, fake news. Bufale. Al massimo, l’ultimo raggio di luce della giornata sarebbe potuto entrare dal lucernaio posto in alto, alla sinistra del ring. Di certo non c’è nulla di divino. L’ipotesi più probabile è quella di un abile ritocco della foto per creare qualcosa di sensazionale. Non a caso, nessuno dei giornali dell’epoca segnala l’episodio. Non lo fanno dunque i testimoni oculari. I cronisti dei principali quotidiani, giornalisti delle agenzie non scrivono neppure una riga sull’argomento. Solo qualche tempo dopo si comincerà a parlare del mistero.

Ed Smith chiama il medico che salta sul ring. Poi arrivano altri in soccorso. Portano giù a braccia il campione, gli praticano la respirazione artificiale. Niente da fare. Otto minuti dopo il medico dichiara ufficialmente morto Luther McCarty. Aveva ventuno anni.

Il coroner, il dottor Costello, esamina il corpo e scrive il referto.

“La morte è sopravvenuta per una frattura del collo”.

Il Greenville Journal pubblica la notizia.

Arthur Pelkey viene arrestato con l’accusa di omicidio colposo.

Viene rilasciato dopo 24 ore su cauzione e successivamente scagionato del tutto.

A provocare la morte sarebbe stato un colpo ricevuto nei giorni precedenti l’incontro, il giovanotto è caduto mentre lanciava il suo cavallo al galoppo. È finito in terra, ha picchiato sul terreno con la testa e la schiena.

Il dottor Moshiev esegue l’autopsia e scopre un’altra verità.

“La morte è stata causata da grumi di sangue al cervello, provocati da un forte impatto due giorni prima del match”.

Un incidente fortuito, un caso che sia andato a colpire uno che sapeva cavalcare alla grande. Aveva imparato da bambino nel ranch di famiglia nel Nebraska.

Era di proprietà del papà. Aaron Perry McCarty aveva trentacinque anni quando Luther era nato a Driftwood Creek, Wild Horse Canyon, Hitchcok County nel Nebraska. Adesso Aaron si fa chiamare Chief White Eagle. È per metà nativo americano, le sue origini gitane portano fino in Italia dove è nato. Vende pozioni curative in giro per l’America, servono a curare dolori reumatici, cataratta, influenza, mal di denti, nevralgia, rigidità articolare e vermi.

La mamma si chiama Rhoda Esther “Wright” Reinders. Su di lei è stato scritto di tutto. Che è morta subito dopo il parto, che è andata via per sempre due anni dopo la nascita del bambino, che ha vissuto fino a ottantatrè anni. Difficile capire chi sia nel vero.

Nel 1901 il papà è stato costretto a vendere il ranch e Luther, a soli nove anni, ha scoperto la vita da nomade. Carattere irrequieto, sempre disposto a risolvere ogni diverbio con i pugni piuttosto che con le parole.

Un’intera pagina, pubblicata il 19 gennaio del 1913 sul The Salt Lake Tribune, ci racconta le sue peripezie.

Ha studiato per un paio di anni a Colorado Springs, poi è andato a lavorare nei campi di grano del Kansas, è stato assunto in un Postal Office, è arrivato fino a Los Angeles dove ha fatto il vagabondo. Si è rimesso in treno ed è sbarcato a St Louis prima, a Boston poi. Da lì si è imbarcato per Buenos Aires. Ha cambiato veliero e ha doppiato due volte Capo Horn. Su una barca novervegese è arrivato sino in Cina e Giappone. Dopo tre anni dalla partenza è tornato a Boston. Ha fatto il falegname a Mobile, il minatore a Blue Creek, ancora il vagabondo a Nashville. È finalmente sbarcato in North Dakota dove ha trovato lavoro nel ranch di Dick Collins, domava i cavalli e marchiava le mucche. Non a caso i giornalisti lo chiamavano The fighting cowboy. Prima che partisse di nuovo, Collins gli ha regalato un cavallo. In sella al nuovo amico Luther è arrivato in una riserva indiana dei Sioux, nel Montana. Dopo qualche mese è approdato a Culbertson dove ha scoperto quanto gli piacesse la boxe.

L’11 gennaio del 1911 ha sostituito un pugile che non si era presentato la sera del match e ha battuto per ko 2 Watt Adams, campione canadese. È stato il suo esordio ufficiale.

Quattro anni prima, lui ne aveva poco più di 15 e lei 17, si era sposato. La giovane coppia aveva avuto un bambino. Ma la storia non era durata a lungo.

Adesso lei viveva a Fargo, dove gestiva un ristorante.

Luther McCarty era alto 1.94, con un peso forma attorno ai 93 chili. Era veloce, forte, agile. Aveva una grande potenza e un montante destro che incuteva rispetto. Bravo anche tecnicamente, jab sinistro/diretto destro era la combinazione con cui aveva risolto molti incontri.
Nat Fleischer lo indicava come l’uomo che avrebbe potuto sconfiggere Jack Johnson.

Il giorno dopo il tragico match, il fienile/arena dove ha combattuto viene distrutto da un incendio.

Due stalloni bianchi sfilano lungo le trade di Piqua in Ohio, trascinano una carrozza nera, dentro c’è la bara del campione. Diecimila persone lungo la strada assistono a quella triste processione. I due cavalli sono gli unici beni salvati due mesi fa dalla famiglia McCarty quando il fiume Miami ha inondato le case di Piqua nell’alluvione e spazzato via la loro casa in Water Street.

Il corteo funebre procede lentamente fino al Forrest Hill Cemetery della città. Una tomba ricorderà per sempre lo sfortunato giovane. Sopra c’è una lapide rosa con un motto in ricordo del campione.

“Non conosceva nulla di sbagliato”.

È stato il padre a volerlo salutare così.

“È morto sorridendo” scrive, in un misto di retorica e rispetto, il Sacramento Union.

Arthur Pelkey è il nuovo campione, ma non riesce a dimenticare. Perderà per ko dodici dei successivi diciassette match.

Lo chiamavano Luck, fortuna. È morto a ventuno anni. Luther McCarty, 15-1-1 tutte le vittorie ottenute prima del limite recita boxrec (che aggiunge anche tre sconfitte e un pari per decisione dei giornalisti, così accadeva all’epoca), campione del mondo dei pesi massimi bianchi dal giorno di Capodanno del 1913 al 24 maggio dello stesso anno. Un regno durato meno di cinque mesi per quello che doveva essere il più forte campione dell’epoca.

“L’unico che può battere Jack Johnson”.

CI sarebbe riuscito? O quella era solo l’ennesima illusione dei bianchi che proprio non riuscivano a sopportare l’eroe nero?

Non lo sapremo mai.

 

Grazie a Leo Pisani che mi ha convinto
a scrivere questa affascinante storia.

 

 

 

 

 

 

Cinquant’anni dopo, Mazzinghi racconta: Quella corrida mi ha cambiato la vita

 

Il 26 maggio 1968  Sandro Mazzinghi batteva il coreano Ki-Soo Kim e diventava campione del mondo Wba dei superwelter. Un match indimenticabile. Sandro ricorda quei momenti in questa intervista. Le sue parole ci portano indietro nel tempo, un’operazione salutare perché la memoria del passato aiuta a capire presente, e futuro. È la prima puntata di un racconto che ci accompagnerà fino al cinquantenario di quell’evento.

 

Sandro Mazzinghi, quale è il ricordo più intenso dell’incontro con Ki-Soo Kim?

“Avevo trent’anni, quella era la mia ultima chance per risalire sul tetto del mondo. Dovevo farlo per me, per mio fratello Guido che era stato come un padre e per tutti i tifosi. Perché la corona l’avevo persa immeritatamente tre anni prima, dovevo riportarla a casa in ogni maniera. Ricordo tutto di quella sfida: l’attimo in cui controllai le fasce alle mani, quando arrivò la chiamata dell’arbitro Harold Valant. Anche quando travolsi il coreano alla terza ripresa con una serie di colpi terrificanti: l’arbitro lo contò, io mi illusi di aver vinto, ma Ki-Soo Kim, non so come resuscitò (credo che a salvarlo sia stato il gong).Da lì in poi fu sofferenza pura per altre dodici riprese, con il pubblico impazzito per uno spettacolo unico. Quel combattimento è entrato nella storia. Fu davvero una grande vittoria, quando mi consegnarono la corona mi sentii l’uomo più felice e appagato del mondo. Perché col sacrificio ero riuscito a prendermi la rivincita che meritavo”.

Quale è stata la prima sensazione mentre entrava a San Siro, davanti a un mare di folla?

“Commozione pura, quelle sessantamila persone erano tutte lì per me. Era un match importante per la mia vita, volevo a tutti i costi il titolo e poi c’erano in ballo molti soldi, un giro d’affari milionario. Sentivo sulle spalle una grande responsabiltà”.

Cosa ha pensato dopo il suono dell’ultimo gong?

“Ho pensato che era finalmente finita. Ero esausto, sapevo che il titolo era ritornato nelle mie mani e quando hanno annunciato il verdetto mi sono messo a piangere di gioia, subito dopo ho sentito il boato della folla. Mi emoziono ancora a parlarne…”

Quanto è stata dura quella battaglia?

“Kim era fortissimo incassava anche le cannonate, sono stati quarantacinque minuti di pura follia. Una vera corrida, un match durissimo lungo 15 incredibili riprese. Lo stadio di San Siro era pieno, tutti gli spettatori gridavano il mio nome, volevano che mi riprendessi il titolo. Sarei morto pur di non far ritornare il mondiale in Corea. È impossibile dimenticare quei momenti. La boxe era la mia vita”.

Come definirebbe Ki-Soo Kin come pugile?

“Era un grande campione, molto astuto. E poi c’era quella testa sempre bassa che mi creava non pochi problemi. Era preparatissimo, era venuto a Milano per battermi ma sapeva che anche io alla corta distanza ero pericoloso. In Corea lui era campione del mondo anche nelle arti marziali”.

Come descriverebbe la sua popolarità dopo la vittoria?

“La mia popolarità era già molto alta, con Kim esplose in maniera pazzesca, ma io sono sempre stato un uomo con i piedi per terra. Non nascondo però che quando sei osannato da tutti, ti senti un uomo diverso”.

Sulla sfida contro il coreano sono state dette molte cose, c’è un segreto che non è stato mai svelato?

“Beh non so se sia un segreto, per farlo venire in Italia l’organizzazione gli offrì una borsa enorme per l’epoca: 55.000 dollari. Ma non tutti sanno che una parte di qui soldi erano anche i miei. Avevo strappato un contratto favoloso, oltre alla borsa avevo preteso una percentuale sugli incassi. Fu davvero una scelta giusta. Basti pensare che solo per la pubblicità il mio sponsor, la IGNIS del commendator Borghi, staccò un assegno in bianco dicendomi metti qui la cifra che vuoi, scrissi un numero e lui senza guardare mi disse: “Accetto, qua la mano”.

Rivede mai il video di quel mondiale?

“Ho un archivio pazzesco, ma non amo però rivedere spesso i miei match. Capita a volte di avere amici a cena e a volte succede che mi chiedano di rivedere alcuni miei incontri. Quello con Kim è il più gettonato. Ogni volta che lo riguardo mi emoziono: rivedo le smorfie di dolore, la fatica, la tenacia di tutti e due. Insomma, mi batte ancora oggi il cuore”.

Cosa ha significato per lei quel combattimento?

“Tanto, se non tutto. Mi ero sacrificato per tre anni pur di riportare il titolo in Italia. Quando sono tornato campione mi sentivo l’uomo più felice del mondo. Primo perché avevo di nuovo la mia cintura. Secondo perché avevo ancora una volta fatto vedere agli scettici che non ero un pugile finito. Terzo, ed era il fattore più importante, perché stavo realizzando il mio sogno: avere una casa, una famiglia e una buona stabilità economica”.

Cosa ha significato quel match per la boxe italiana?
“Credo molto, un combattimento cosi non lo vedi tutti i giorni. Due tori che si sfidano nell’arena, una battaglia fantastica. Ancora oggi in tanti si ricordano quell’incontro di cinquant’anni fa. Penso che per la Federazione Pugilistica Italiana e per l’Italia abbia significato tanto in termini di prestigio, popolarità, interessi. Era un chiaro segnale di quanto il nostro pugilato fosse osannato, non solo qui ma anche all’estero”.

Gli ottant’anni di Nino, parole e fatti di un campione senza età…

“Dimmi, James: li ricordi, tu, i bei giorni andati?”“Ogni anno che passa, sempre di più”
 (John Hurt e Kris Kristofferson, I cancelli del cielo)

Un silenzio assoluto. Un’oscurità attenuata da flebili luci. Un uomo steso sul lettino dei massaggi, attorno a lui poche persone. Fuori, davanti alla porta dello spogliatoio, un altro uomo. Era il guardiano della serenità, colui che doveva controllare che nessuno entrasse a interrompere la concentrazione del campione.
 Nino Benvenuti stava per affrontare la notte più importante della vita e aveva bisogno di ogni stilla di energia.
Era nella pancia del Madison Square Garden, lì dove ogni grande avventura era nata. Su quel ring avevano combattuto Joe Louis, Sugar Ray Robinson, Jake LaMotta, Rocky Marciano. L’arena aveva più volte cambiato indirizzo, quasi fosse il tendone di un circo creato per acrobati e clown, ma l’anima era rimasta sempre la stessa. La carovana dei pugilatori si muoveva nel ventre della civiltà, lasciando ovunque la sua impronta. Era seguendo il filo delle emozioni che potevi approdare al luogo sacro. E il Garden lo era.
Il dottor Harry Kleimann aveva già controllato le pulsazioni del triestino, 56 al minuto. Era uscito chiedendosi se quel ragazzo fosse incosciente o troppo sicuro di se stesso. Solo Nino avrebbe potuto dargli la risposta giusta.
Un silenzio assoluto attraversava la penombra di quel camerino. Era stato lungo il cammino per arrivare fino al palcoscenico che ogni pugile sognava.
Benvenuti aveva cominciato a fare boxe spinto da qualcosa che sentiva dentro, che lo motivava, che quasi gli imponeva di regalare al papà Fernando le gioie che lui non aveva potuto vivere. Il nonno di Nino glielo aveva impedito. Il pugilato, a quei tempi, faceva paura.

La decisione di diventare un pugile era stata istintiva.
Benvenuti non sapeva molto di questo sport. Ma sapeva che doveva imparare a tirare pugni. E così si era inventato un pugilato tutto suo. Aveva appeso alla trave della cantina di casa un sacco di juta pieno di frumento. Un paio di calzettoni colmi di stracci erano diventati i guantoni. Aveva tirato una corda fra le tre colonne della cantina e aveva costruito quello che lui immaginava essere un ring.
 Aveva lasciato quella palestra personale dopo sei mesi di grande lavoro. Ed era entrato in un ginnasio vero, quello che il maestro Luciano Zorzenon aveva aperto a pochi metri da casa Benvenuti.
Nulla rompeva quel silenzio assoluto all’interno del Garden. La mente di Nino andava alla ricerca della concentrazione massima, voleva isolarsi dal resto del mondo e allo stesso tempo esserne parte integrante. Cercava quello che da tempo chiamava il suo Nirvana. Voleva salire sul ring leggero, nella condizione migliore per dare il meglio di sé, perché davanti avrebbe avuto un grande campione, Emile Griffith.
Era la notte del 17 aprile 1967.
 Il mondiale dei medi sembrava un sogno per tanti, ma Nino il suo sogno l’aveva già realizzato. L’oro olimpico con l’aggiunta della Coppa Val Barker, quella per il miglior pugile dei Giochi di Roma 1960. Una cavalcata trionfale che non avrebbe mai dimenticato, continuando a dare a tutti la stessa risposta davanti alla stessa domanda.
«Nino, quale è stata la tua vittoria più bella?»
«La conquista dell’oro ai Giochi di Roma».

Sul podio aveva lanciato un bacio verso il cielo, nel ricordo di Dora. La mamma era morta quando aveva appena 46 anni e lui ne aveva da poco compiuti 17. Aveva seguito in silenzio la carriera sportiva del figliolo, probabilmente non avrebbe voluto assecondare quella scelta, ma era contenta. Lo era perché il ragazzo rendeva felice il papà. Il signor Fernando l’aveva seguito restando sempre un passo indietro, lasciando che fossero i maestri a governare il suo ragazzo. Prima Zorzellon, poi Nino Tiralongo. E infine Natalino Rea, accanto al quale era salito in cima al mondo dei dilettanti.
Ancora silenzio nel camerino del Madison. Il massaggiatore aveva finito il suo lavoro. Era quasi arrivato il tempo di andare. Benvenuti si sentiva finalmente leggero. Ma avvertiva dentro di sé un peso che doveva riuscire a trasformare in una grande spinta.
Da quando era arrivato a New York aveva incrociato centinaia di italiani che gli avevano dato una pacca sulle spalle, avevano voluto fare una foto con lui, gli avevano ricordato cosa significasse per loro avere un italiano campione del mondo. Benvenuti non aveva lottato per scacciare quei pensieri, ci si era adagiato dentro, si era fatto cullare da quelle parole. Sapeva che avrebbero contribuito a dargli forza.
Quattro charter di tifosi erano volati dall’Italia per essere lì a incitarlo. L’America degli anni Sessanta era qualcosa di molto lontano per noi. Cosa sapevamo? I libri ci raccontavano la storia di quel popolo, ma erano in pochi a conoscere l’America moderna, quella di tutti i giorni. Era assai vicino a un sogno. Dicevano: vado lì e qualcosa accadrà. Venire trasportati a New York, anche se solo via radio, voleva dire essere nel mondo nuovo, partecipare direttamente all’evento.
Avevamo raggiunto, tutti assieme, quel Continente assai più distante delle migliaia di chilometri che lo separavano dall’Italia. E non lo facevamo attraverso il cinema, che raccontava storie senza tempo. No, tutti noi stavamo vivendo in diretta una grande avventura. C’era l’Italia intera dentro il Madison Square Garden. Non c’erano aerei super veloci e il costo del biglietto non era una cosa che molti potessero permettersi. Il racconto degli States era affidato dunque a libri e film. Quindi, in gran parte, alla fantasia.

In quegli anni le nostre case si erano riempite di rumori e di luce. Un salto in avanti nel tempo, rispetto al grigiore degli anni Cinquanta. L’elettricità aveva ridisegnato le abitazioni. I giradischi erano diventati strumenti indispensabili per i ragazzi, nove milioni di italiani avevano comprato un televisore. E quelli che non lo avevano si radunavano in casa degli amici più fortunati. Venti milioni di telespettatori per la finale di Canzonissima, altrettanti per l’ultima serata del Festival di Sanremo. Ma c’era ancora chi voleva pensare per noi.
Il Governo italiano aveva vietato la trasmissione in diretta televisiva del mondiale. Temeva che gli italiani, restando in piedi sino all’alba (il match cominciava alle 22 di New York, le 4 del mattino a Roma) non si sarebbero poi presentati al lavoro. Era stata concessa, in via eccezionale, la radiocronaca. In cinquemila, solo a Milano, avevano prenotato la sveglia telefonica per le tre. In diciotto milioni avrebbero ascoltato la voce di Paolo Valenti, abile narratore della grande avventura. Una nazione intera spingeva Nino, voleva accompagnarlo sul tetto del mondo.
Era arrivato il momento di andare. Bruno Amaduzzi, Libero Golinelli e Benvenuti avevano lasciato il silenzio dello spogliatoio e si erano incamminati nel tunnel che portava all’arena. Il rumore era cresciuto lentamente, come il motore di un aereo che si avvicina e quando passa sulla testa provoca un frastuono infernale. Così le urla del Madison Square Garden avevano travolto il terzetto.
«Ni-no, Ni-no, Ni-no, Ni-no!»
Erano in tanti a ritmare quel nome. Uomini arrivati laggiù pieni di speranze, paisà che cercavano riscatto attraverso la vittoria di un loro connazionale, signori che all’America (come, all’epoca, dicevano in molti) avevano fatto fortuna. Incitavano, urlavano, sognavano. Era stato in quel momento che Nino aveva avvertito una strana sensazione. Aveva scoperto di sentirsi protetto. Quella gente era con lui.
Tanti italiani, tante bandiere tricolori. Era difficile rimanere calmo, ma lui ce l’aveva fatta. Era in un altro mondo, isolato da tutto. Nel resto della sua carriera non sarebbe mai più riuscito a sentirsi così. Solo nella folla. Non c’era tensione in lui. Poteva essere pericoloso non sentire quella carica agonistica che la tensione sa regalarti. Ma Nino quella volta non ne aveva bisogno. Sapeva esattamente quello che avrebbe fatto. Subito dopo il gong sarebbe stato lui a tirare il primo pugno. E sarebbe andato avanti su quella strada, sino alla vittoria. E così era stato.
Il match era stato duro, spietato.
Un montante destro al secondo round e Griffith era andato giù. Emilio si era fermato un attimo e Nino l’aveva quasi spinto. L’americano gli aveva tenuto il guantone in un estremo tentativo di rimanere in piedi, ma Benvenuti era riuscito a liberarsi di quella morsa e l’altro era finito al tappeto. Sapeva di averlo preso perfettamente, era un colpo che aveva studiato a lungo in palestra. Qualcuno dei suoi sparring partner era anche finito al tappeto. L’aveva provato con i guantoni grossi, funzionava. E aveva funzionato anche nel match per il titolo.

Ma Emilio quel colpo terribile era riuscito ad assorbirlo. L’aveva sentito, ma non aveva perso conoscenza. Si era rialzato immediatamente. Nino aveva allora provato ad accelerare per vedere le sue reazioni. E aveva scoperto che non era ancora arrivato il momento di forzare completamente.
Poi, nella quinta ripresa, ad andare giù era stato lui. Aveva perso l’equilibrio, il colpo gli era arrivato all’orecchio. Era caduto dritto, non si era neanche piegato. Nella testa aveva un solo pensiero, la paura di non essere più in grado di rimanere in piedi. Non era suonato. Purtroppo capiva tutto. Sentiva un fischio all’orecchio, aveva realizzato che il suo equilibrio era diventato instabile, doveva far passare il tempo. Aveva sfruttato gli otto secondi di conteggio, gliene servivano altri tre o quattro per recuperare. Ce l’aveva fatta. Ma il pericolo era sempre lì, a meno di un passo da lui.
Nino continuava a chiedersi: e adesso cosa succederà? Non aveva perso i sensi, era rimasto presente a se stesso. Era sempre lui, quello che voleva vincere. Aveva attraversato il momento più brutto del match ed era riuscito a superarlo. Nella vita ci sono dei passaggi obbligati, ti sembrano ostacoli insormontabili, ma sono proprio quelli i momenti in cui ti senti un predestinato. A Griffith sarebbero bastati un paio di colpi in più per ripresa e avrebbe vinto.
Negli ultimi due round, il quattordicesimo e il quindicesimo, Nino aveva fatto un piccolo miracolo. Aveva combattuto a mani basse, portando dei montanti al corpo. Quando mai avrebbe più fatto cose del genere? Era nelle condizioni da potersi permettere quell’atteggiamento. Era stato capace di attingere a ogni risorsa del suo corpo. Accade poche volte in una vita intera.
Alla fine il verdetto l’aveva premiato.

Nino Benvenuti era diventato il nuovo campione del mondo dei pesi medi. E aveva conquistato il titolo laggiù, in America. Avevano suonato le sirene delle navi ancorate al porto di New York. Avevano tirato fuori mille bandiere italiane gli emigrati che finalmente potevano sfidare i compagni di lavoro («Sì, sono italiano, come il campione del mondo»). Molte coppie, negli anni, avrebbero raccontato a Benvenuti di avere fatto l’amore proprio quella notte, di avere chiamato Giovanni il bambino che dopo nove mesi era nato. Gente che non aveva mai toccato vino, aveva bevuto fino a ubriacarsi. Anche chi normalmente andava a letto alle dieci di sera aveva fatto mattina senza stancarsi.
Quella del 17 aprile del ‘67 era stata sicuramente una serata magica. Nino non era riuscito a percepire subito il valore
dell’impresa che aveva compiuto. I primi segnali erano arrivati il giorno dopo. La gente lo fermava per strada per dirgli: «Adesso possiamo andare ad affrontare le fatiche di tutti i giorni dicendo che siamo italiani come Nino Benvenuti». Magari il giorno prima in fabbrica li prendevano in giro: «Vedrai come le becca dal negretto». E invece aveva vinto lui, il “bianchetto”.
No, non aveva capito subito cosa era riuscito a fare. Poi, ne era rimasto quasi spaventato.
L’Italia era impazzita, ma anche l’America era stata conquistata da quel bel ragazzo che aveva un’incredibile capacità di comunicare. La Paramount gli aveva offerto 100.000 dollari per dare il suo nome a una catena di ristoranti. Si sarebbero chiamati Nino’s. La prestigiosa rivista Life gli aveva dedicato la copertina. In qualunque strada del Paese passeggiasse, Benvenuti doveva fermarsi almeno dieci volte.
Stringere mani, firmare autografi, farsi fotografare.
E ancora una volta, sguardo al cielo, Nino aveva detto «grazie». Mamma Dora era sempre nel suo cuore.
Con Griffith avrebbe combattuto altre due volte, perdendo e vincendo. E l’entusiasmo sarebbe sempre stato lo stesso.

Messi nel cassetto i ricordi più belli, Benvenuti ci avrebbe regalato altre gioie. E soprattutto avrebbe conquistato l’amore dei romani. Il Palazzo dello Sport all’Eur sarebbe diventato la sua seconda casa. A fine carriera sarebbero stati trenta i match disputati su quel ring, per tre volte in palio ci sarebbe stato il titolo mondiale.
Quando c’era Nino lassù, la folla dell’arena romana impazziva. Quando Nino attaccava, loro attaccavano con lui. Onde di un mare in burrasca scendevano giù dal terzo anello sino a rovesciarsi sulle prime file della platea.
Quando si difendeva, loro si difendevano con lui. In silenzio o urlando contro il nemico, mimando colpi nel vano tentativo di fermare l’uomo che stava provando a intaccare il mito.
E quando un indio venuto da lontano aveva piazzato il destro che avrebbe chiuso match, carriera e speranze di Nino, i diciottomila del Palazzone avevano pianto. Non si erano vergognati di versare lacrime di rabbia e di tristezza. Avevano subito capito che un’epoca meravigliosa stava finendo. Erano lacrime di dolore, ma anche di riconoscenza per un campione che aveva saputo esaltarli anche nel giorno più duro, quello della resa al grande Carlos Monzon.
C’erano stati giganti della boxe che sembravano destinati a essere i padroni del mondo. Campioni che avevano tutte le caratteristiche per essere i numeri uno. Era però accaduto che sulla loro strada incrociassero il Mito. E allora anche i giganti si erano sentiti comuni mortali, a cui solo la sorte era riuscita a negare quello che sentivano già loro. Dividere la gloria, a volte cedere addirittura il passo, era comunque un’esperienza difficile da affrontare.

A volte per rendere ancora più esaltante la carriera di un grande pugile serviva un degno rivale. Muhammad Ali aveva avuto Joe Frazier, i loro tre incontri avevano segnato un’epoca. Nino Benvenuti aveva Sandro Mazzinghi. Lo aveva incontrato due volte, aveva vinto in entrambe le occasioni, anche se il toscano non aveva mai accettato quei verdetti.
Né il primo, knock out al sesto round.
«Contro Benvenuti non ho mai perso. A Milano l’arbitro Brambilla avrebbe dovuto sospendere il match al quinto round. Benvenuti aveva alzato le braccia e se ne era andato verso il suo angolo gridando: “Buttate la spugna, questo mi ammazza”».
Né il secondo, sconfitta ai punti.
«Quel combattimento l’avevo vinto chiaramente, ma hanno voluto premiare lui. Prima o poi tutti si convinceranno che questa è la verità».
Nino, nella sua autobiografia “Il mondo in pugno”, aveva commentato in maniera diversa quella rivalità.
«Avrei voluto che diventassimo amici, come mi è capitato poi con Griffith e Monzon, ma non è stato possibile. Sandro mi ha riservato, in molte occasioni, parole poco riguardose. Sono però contento per quello che ho visto l’ultima volta che l’ho incontrato. Ha una famiglia stupenda, due bravi ragazzi che studiano. Tutti hanno nei suoi confronti un rispetto che molti uomini vorrebbero avere. Ma nella sua testa io sono stato sempre quello che ha goduto di misteriosi favoritismi. Chi mi conosce bene sa che non avrei mai accettato nulla che non mi fosse spettato di diritto».


È andata avanti così fino a un anno fa, quando, improvvisamente, incomprensioni e malintesi sono stati messi via ed è scoppiata la pace. Dopo cinquant’anni, Nino e Sandro si sono scambiati parole d’affetto.
Benvenuti, intervistato da Davide Novelli su Rai 3 in occasione della trasmissione dedicata al primo match con Griffith (17 aprile 1967) ha detto: “Anche Sandro Mazzinghi ha avuto parte di gloria in quella sfida. Perché per me è stato un avversario durissimo, difficilissimo, vicino anche alla vittoria. È stato un rivale temibile per me che sono andato poi a vincere un titolo mondiale mondiale in America. È per questo che dico: una parte di quel titolo la può sentire sua: Sandro era un grande campione, dico era perché ormai non fa più nulla (sorride, ndr), abbiamo chiuso (ride, ndr). Alessandro è stato per me, come Griffith, un avversario da tenere a memoria, perché non si può dimenticare la sua irruenza, la sua potenza. La tua potenza, come eri e come combattevi. Lo so che adesso ti starai mettendo a ridere. Ti garantisco che tu sei stato un grande campione”.

Nino ha chiuso quell’intervento con un bacio lanciato attraverso la telecamera.

Pronta è arrivata la risposta di Mazzinghi: “È bello con gli anni ricordare queste grandi imprese perchè sia Nino che io abbiamo fatto la storia del pugilato italiano, quando la boxe era uno sport veramente amato dai tifosi. Noi in quei favolosi anni abbiamo movimentato l’intero sistema pugilistico italiano, spaccando un’intera nazione in due. Sempre l’uno contro l’altro, come solo i grandi sanno fare. Ho visto l’intervista a Nino e mi ha fatto molto piacere sentire le sue parole di stima nei miei confronti, ricambio con altrettanta stima il bacio che mi ha inviato. Ciao Nino“.
Chi era accanto a Sandro, giura si sia commosso.

Nel passato di Nino, oltre alle conquiste sportive, rappresentano un momento importante anche i tre mesi trascorsi in un lebbrosario a Madras, in India. Un’esperienza indimenticabile sotto il profilo umano.
Oggi vive a Roma con Nadia, la sua seconda moglie, da cui ha avuto una figlia: Nathalie. Ha scritto in un libro la sua autobiografia.
La sua è stata una carriera fantastica, riempita dall’amore della gente. Un oro olimpico, due titoli mondiali in categorie diverse. In mezzo a tutte queste gioie, sopravvive un solo rimpianto.
«Non ho realizzato un mio sogno. Non ho potuto farlo per questioni di età. Mi sarebbe piaciuto fare un incontro con Ray Sugar Robinson. Anche per perdere, mi sarebbe bastato misurarmi con lui. Avrei voluto esser battuto da Ray Sugar Robinson, un mito».
Anche i miti hanno il loro mito.
Giovedì 26 aprile, Nino Benvenuti compie ottant’anni.
Auguri, campione.

 

Quel giorno indimenticabile. Supero 6-0 6-0 Federer, sconfiggo Monzon…

Un giorno che non dimenticherò mai.

Tutti ne abbiamo uno nella nostra memoria. È legato a un evento particolare che ci ha dato gioia o dolore. A volte però si tratta di una storia che negli istanti in cui l’abbiamo vissuta non ci ha regalato particolari sensazioni. Ma, vista a distanza, rivissuta nel tempo, ha assunto un significato particolare.

Indimenticabile, appunto.

Fine agosto del 1991, Roger Federer ha festeggiato due settimane prima il decimo compleanno. Si trova a Grussenholzli, un’area industriale a Pratteln, vicino alla strada che da Basilea arriva sino a Berna e Zurigo. Gioca in un torneo Under 10, ma gli iscritti di quell’età sono pochi e così si trova davanti un ragazzone più grande di lui di quasi tre anni.

Reto Schmidli è più alto e più grosso. E soprattutto tira più forte.

Alle fine batte Roger Federer 6-0 6-0.

L’unico doppio “bagel” subito nell’intera carriera dal fenomeno svizzero.

Eppure non avevo giocato così male. Ma era solo una sconfitta, niente di grave.

Così la racconterà molti anni dopo Federer. Testimoni oculari giurano che non sia andata esattamente così.

Roger era un pessimo perdente, non accettava l’idea di essere battuto. Si era accucciato sotto il seggiolone dell’arbitro e aveva pianto per mezz’ora.

L’ha detto qualche tempo fa anche Madeleine Barlocher, la prima insegnante.

Roger Federer è stato numero 1 del mondo per 305 settimane, 237 delle quali consecutive. Ha vinto 20 titoli dello Slam. È probabilmente il miglior tennista di sempre.

Reto Schmidli non ha mai giocato da professionista. Vive in un sobborgo di Basilea dove fa il poliziotto. Ha studiato psicologia ad Arlesheim.

La storia è stata pubblicata qualche anno fa sui giornali, da allora gli è capitato più volte che la gente lo fermi per strada e gli chieda se sia stato proprio lui a dare un doppio 6-0 al mito. Sorridendo Reto stringe le mani ai curiosi e corre via.

Una vittoria così è per sempre.

La notte del 9 aprile 1964, Carlos Monzon apriva un nuovo capitolo della sua vita. Perdeva contro Alberto del Carmen Massi: un giovanotto di 24 anni che gli amici di Rio Cuarto chiamavano Pirincho. Uno a cui e Carlos aveva con spregio regalato il soprannome di “el gordo”. Il ciccione.

Avevano combattuto a Cordoba. Monzon era più alto e più bravo, ma aveva perso.

Non è vero. La verità è che sono stato derubato. L’ho battuto ogni volta che l’ho affrontato.”

Quattro sfide, tre verdetti per il mito di Santa Fe. Ma quella volta aveva perso.

Alberto del Carmen Massi, lavorava come cameriere, poi sarebbe diventato muratore e successivamente fuochista su una nave. Era stato campione militare e aveva vinto i primi due match da professionista. Come pugile non era niente di speciale, il record di fine carriera l’avrebbe confermato. Giovane, inesperto e senza grandi potenzialità. La vittoria contro il santafesino sarebbe stato il ricordo più bello di una carriera anonima. Se lo sarebbe portato dietro per sempre.

Yo le gané a Carlos Monzón”.

Ho battuto Carlos Monzon.

L’avrebbe scritto anche sul biglietto da visita, se solo ne avesse mai avuto uno.

All’angolo di Escopeta Monzon non c’era Amilcar Brusa, il maestro era a Santa Fe per assistere Roberto Chetta che affrontava Federico Thompson. Per sostituirlo erano saliti sul ring addirittura in tre: Genaro Ramusio, Alfredo Luna, Manuel Hemida. Ma l’omone non aveva sostituiti. Era unico.

Terza e ultima sconfitta da professionista per Escopeta.

Sei anni dopo Carlos Monzon avrebbe messo kot Nino Benvenuti al PalaEur e sarebbe diventato campione del mondo dei pesi medi. Avrebbe difeso quel titolo 14 volte, mantenendo la cintura per oltre sette anni.

Otto anni dopo Alberto Massi si sarebbe ritirato senza essersi mai battuto per il titolo nazionale, chiudendo la carriera con un record di 22 successi, 28 sconfitte e tre pari.

A volte il ricordo più bello di una vita è una vittoria da custodire gelosamente perché non ce ne sono altre da raccontare.