Il caso Khurtsidze. Storia di crimini, tribunali e giudici

Kuitaisi, Repubblica della Georgia, inizio giugno 2017.
Avadantil si allena duramente. Recentemente ha compiuto 38 anni. Fa il pugile professionista. Alto poco meno di 1.70, boxa tra i pesi medi. Con un fisico così hai una sola strada da percorrere sul ring, accorciare la distanza e provare a scaricare pesanti combinazioni da vicino. A volte, quasi sempre, gli riesce. È coraggioso, tosto, pronto a tutto. Mette assieme un record non male: 33-2-2, 22 ko. È campione ad interim per la WBO. L’8 luglio disputerà il match per il titolo, a Londra contro Billy Joe Saunders.
Da tempo vive a Brooklyn, ma la documentazione per un visto che gli consenta di risiedere permanentemente negli Stati Uniti non è ancora completa.
E poi ci sono conoscenze pericolose, frequentazioni imbarazzanti, peccati che il governo americano sta cercando di fargli pagare.
Ed è proprio una richiesta del Governo USA a convincerlo a prendere l’aereo e volare al JFK. Nessun dubbio, solo la certezza di recuperare il visto per poi concludere l’allenamento, andare a Londra, magari prendersi il titolo e tornare da campione a Brooklyn.
Non va esattamente così.
All’aeroporto trova due agenti della FBI. Lo arrestano. Gli contestano numerosi reati, la fonte di ogni male è la sua adesione alla Shulaya Enterprise, un’organizzazione criminale probabilmente concentrata nell’area della comunità russa a Brooklyn.
Finisce in prigione.
Il governo gli propone un patteggiamento, tre anni di condanna in caso di collaborazione. Lui rifiuta. Il giudice gli nega la libertà provvisoria per pericolo di fuga.
Il processo si tiene un anno dopo. Mini Mike Tyson, come lo chiamavano i tifosi, viene accusato di due reati: associazione a delinquere e percosse ripetute a scopo di estorsione.
Avtandil Khurtsidze è indicato come il principale responsabile del servizio di sicurezza dell’organizzazione, per cui avrebbe aggredito e picchiato più persone.
Il pubblico ministero è Andrew Adams, il giudice Katherine Forrest.
La giuria riconosce l’imputato colpevole di entrambe le imputazioni.
Il giudice lo condanna a 10 anni per ciascun reato, dandogli però la possibilità di scontare contemporaneamente la pena.
Gli avvocati difensori fanno ricorso.
C’è un appiglio nelle parole usate dal giudice in alcune parti della motivazione della sentenza.

Qui si tratta di inviare un messaggio ad altri stranieri che potrebbero cercare di venire sulle coste degli Stati Uniti. Lo status di Khurtsidze come cittadino straniero sarebbe quindi utile a trasmettere ed essere allo stesso tempo veicolo per un messaggio deterrente per la comunità georgiana, sia qui che all’estero.

Il ricorso viene presentato alla Corte di Appello del secondo distretto dello Stato di New York che, ieri, si è pronunciata riconoscendo che la nazionalità del condannato ha avuto un ruolo nelle decisioni prese dal giudice.
Confermato il verdetto, dunque riconosciuta la colpevolezza rispetto ai capi di imputazione. Ridotta la sentenza, nel rispetto di quanto raccomandato dalle linee guida consegnate ai giudici.
La pena si ritiene già scontata.
Avtandil Khurtsidze è libero di uscire fin dalla prossima settimana.
Non ha però il visto, difficile quindi che possa fermarsi negli Stati Uniti.
Ha 42 anni e non combatte da cinque, improbabile ma non escluso che torni sul ring.
Resta in prigione Razhden Shulanga, il capo dell’organizzazione, condannato a 45 anni.

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