La finzione vende più della realtà. Uno sport senza cultura

Una palla di neve lanciata giù dalla montagna può diventare una valanga.
È quello che sta accadendo al pugilato.
Un’esibizione, che male potrà mai fare un’esibizione?
Si parla di boxe, finalmente…
E così arriva Floyd Mayweather jr che riempie il suo conto in banca salendo sul ring contro Conan McGregor che non aveva mai disputato un incontro di pugilato, contro Logan Paul la cui professione è You Tuber.
Iron Mike Tyson fa con Roy Jones jr, 106 anni in due.
Ho appena scoperto che Julio Cesar Chavez sr ha affrontato Hector Camacho jr in quattro riprese da due minuti allo Jalisco Stadium di Guadalajara. Indossavano caschetti protettivi, ma come nelle migliori sceneggiate prima che iniziasse l’ultima ripresa Chavez lo buttava via, chiamava al suo angolo Saul Canelo Alvarez e incitava Camacho jr a scambiarsi colpi veri.
Ma non finisce qui, l’11 settembre vedremo sul ring Oscar De La Hoya contro l’ex campione di arti marziali Vitor Belfort.
Bill Cody molto tempo fa aveva messo in piedi qualcosa di simile.
L’aveva chiamato Buffalo Bill’s Wild West. Un circo in cui gli unici attori reali erano i bufali. Poi c’erano cowgirl che il West selvaggio non l’avevano mai visto neppure in cartolina, indiani che non erano mai scesi più a sud di Boston e si prestavano a recitare la parte di quelli che sono sempre brutti e cattivi.
Una sceneggiata spettacolare, ma finta.
In queste esibizioni di pugilato fatico a trovare lo spettacolo.
I soldi però girano e sono tanti per chi si presta, per chi ci mette la faccia, per chi vende il suo passato.
È il segno della decadenza del pugilato.
Se la finzione ha più successo della realtà, significa che il bisogno di eroi gli appassionati lo soddisfano nei ricordi, nelle pantomime, nella fiction.
Perché di eroi veri in giro ne sono rimasti pochi.
Ma anche perché quei pochi recitano per un gruppo sempre più ristretto di persone, sono attori solo per quelli che possono permettersi di pagare 50 dollari una serata davanti alla tv. È stata azzerata la passione popolare, quella delle gradinate, degli ultimi anelli, dei giovanotti che scavalcavano gli steccati per urlare il nome del proprio eroe. Oggi i signori della boxe gestiscono una compagnia di giro per una minoranza ricca. Come lo sono loro, i pochi protagonisti e la banda dell’alfabeto messa lì solo per dare una passata di vernice chiamata ufficialità.
Lasciando spazi sempre più ampi alla finzione, tradendo i principi base del pugilato. Rispetto, massimo impegno, lotta al meglio delle proprie possibilità. Il popolo della boxe, spaesato, confuso, non riesce più a distinguere il vero dal falso, il campione dal mestierante. E applaude, applaude, insultando chi non la pensi come loro. La cultura pugilistica è diventata merce rara, si confonde il finto con il vero. Basterebbe fermarsi un attimo per capire che se tutti sono campioni, in realtà nessuno lo è. Perché il campione è un’eccezione, non la norma.
Buona domenica.

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