Interviste senza tempo La vita e il pugilato 8. Francesco Damiani

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

8. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile; 4. Patrizio Oliva, 9 aprile,
5. Massimiliano Duran, 10 aprile; 6. Alessio Lorusso, 11 aprile; 7. Emiliano Marsili, 12 aprile)

 

Francesco Damiani, da dilettante campione europeo e due volte oro alla World Cup; argento ai Mondiali di Monaco 1982 dove ha sconfitto Teofilo Stevenson ed è stato poi scippato da Biggs in finale, argento anche all’Olimpiade di Los Angeles 1984.
Da professionista, campione europeo e mondiale Wbo. 

6 ottobre 2018

Francesco ha compiuto da poco sessant’anni, è sereno, felice. La boxe continua ad appassionarlo, non poteva essere altrimenti dal momento che sono più di quarant’anni che la frequenta.

Abbiamo parlato di pesi massimi, abbiamo cominciato con un azzurro che ha deciso di scegliere la strada del professionismo.

Francesco, cosa pensi della scelta di Vianello di firmare un contratto con Bob Arum e di andare a vivere e combattere negli Stati Uniti?

“Guido è un giovane dotato di un grande fisico. È un bravo ragazzo, educato e rispettoso. Lì, negli States, non stanno a guardare tanto per il sottile. Ti lanciano nella mischia. Se vai, bene. Altrimenti, sotto un altro. Lui è un pugile in fase evolutiva, deve acquisire esperienza, migliorare sul piano tecnico. Non conosco i motivi per cui abbia fatto questa scelta, forse è prematura. Sono convinto che potenzialmente Vianello possa diventare un ottimo peso massimo, ma deve crescere a piccoli passi. Spero che in America non vogliano tutto e subito”.

Pensi che avrebbe dovuto aspettare almeno i Giochi di Tokyo 2020?

“Ne sono convinto. Rinunciare a un’Olimpiade per la quale, ne sono certo, si sarebbe qualificato, potrebbe essere stato un errore”.

Passiamo ai tre pesi massimi di cui si parla di più. Chi pensi sia oggi il migliore in circolazione?

“Senza dubbio Anthony Joshua. L’ho conosciuto molto bene da dilettante. L’ho visto agli Europei in Turchia, alle qualificazioni di Baku e l’ho visto perdere in finale ai Giochi di Londra 2012. Lasciate perdere il verdetto ufficiale, quella sera Roberto Cammarelle aveva vinto chiaramente. Il britannico era un pugile di medio/alto livello, uno che soffriva contro quelli più bassi di lui, quelli che venivano a cercarti, ti pressavano e quando erano a corta distanza scaricavano lunghe serie. In difesa non era un fenomeno, attaccato si trovava in difficoltà”.

Poi è passato professionista, cosa è cambiato?

“È cambiato il modo di gestirlo. Ha trovato dei manager/organizzatori eccezionali. Hanno saputo condurlo lentamente verso miglioramenti evidenti. Oggi ha la struttura fisica per sopportare sforzi prolungati, per sostenere un ritmo costante nel corso dell’intero match. Sul piano tecnico è nettamente il migliore di tutti i pesi massimi in circolazione. E quando arriva fa male”.

Ma…

“Ma gli manca ancora l’esperienza necessaria per essere al massimo. Ha margini di miglioramento. Davanti a un pugile che gli toglie spazio e lo pressa, ha ancora qualche problema. È vero, gancio e montante lo aiutano a risolvere molti match. Ma se dovesse trovarsi davanti un tipo tosto, mobile sul tronco e deciso a cercare l’obiettivo penso avrebbe qualche difficoltà”.

Sintetizzando, come lo definiresti?

“Un pugile ben costruito fisicamente, dotato di potenza soprattutto nel gancio e nel montante, molto bravo tecnicamente. I punti deboli sono costituiti da qualche lacuna ancora in fase difensiva e, ma questa per ora è solo una mia considerazione, dai problemi che avrebbe a risolvere una situazione diversa da quelle che finora ha affrontato. Contro un rivale forte, tosto, un attaccante senza paura che gli togliesse spazio per svolgere la sua azione, come si troverebbe?”

Passiamo a Deontay Wilder. Che mi dici?

“Fa male, ha grande potenza”.

Tutto qui?

“Sul pianto tecnico è grezzo, nettamente inferiore a Joshua. Mi sembra anche lento nei movimenti, scoperto quando porta l’azione d’attacco, in potenziale difficoltà contro un tecnico”.

Eppure è campione del mondo ed è imbattuto.

“Non dimenticare la prima cosa che ti ho detto di lui. Ha una potenza devastante. Se gli lasci lo spazio per piazzare i suoi colpi, sei finito”.

E Tyson Fury?

“Parliamo subito del lato umano. L’ho conosciuto alla conferenza dell’International Boxing Federation a Saint Vincent. È l’opposto di quello che vediamo nelle occasioni pubbliche. È gentile, educato, socievole. Ma ha capito che se fa il matto guadagna di più, e allora si comporta di conseguenza”.

E come giudichi il pugile?

“È tosto, ben strutturato fisicamente, ma credo che si troverebbe in difficoltà contro qualsiasi pugile coriaceo, aggressivo, coraggioso”.

Ciao Francesco.

“Ciao Dario, magari la prossima volta mi chiederai di qualche giovane talento che è venuto fuori dalla palestra di Lugo. Chissà..”

Chissà…

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13 marzo 2014

Francesco Damiani ha lo sguardo tranquillo che aveva quando combatteva. Il fisico è un po’ appesantito, ma neppure tanto. Una grande carriera, sia da dilettante che da professionista. Uniche tappe amare, quelle al di là dell’Oceano. Negli Stati Uniti.

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Francesco, come racconteresti l’America del pugilato?

«La mia prima volta a New York, assieme al grande Umberto Branchini. Entriamo in una palestra. Dopo il riscaldamento, è il momento di fare i guanti. Umberto parla con un tizio che subito dopo comincia a strillare. La palestra è piena di pugili, non c’è un metro libero. Quello urla: “Venti dollari per fare i guanti con questo peso massimo italiano, chi ci sta?” Arriva un gigante nero che neppure mi guarda. Casco, guanti e via. Sotto un altro. Lì non c’è bisogno di fare cinque telefonate a cinque differenti palestre per trovare uno sparring. Questa è l’America.»

Cosa altro ti ha colpito della boxe americana?

«Il modo in cui presentano gli incontri. Ci sanno fare. Qui a volte non c’è neppure chi annuncia i match. Lì, ogni riunione diventa uno spettacolo. Per fare sfilare la ragazza del cartellone da noi devi avere la fortuna che non ci sia un pretore complessato, altrimenti ti misura ogni centimetro scoperto della pelle e poi fa saltare tutto. Lì ci sono fuochi di artificio, musica, coreografie. È un divertimento.»

Ma ci sono anche maestri, manager e organizzatori che non stanno tanto a guardare su come fare un affare. L’importante è farlo.

«Da noi non è poi così diverso.»

L’America ha segnato due brutte tappe della tua carriera. Cominciamo dal mancato mondiale con Holyfield ad Atlanta.

«Mi sono fatto male in allenamento e il combattimento è saltato. Mi avevano proposto 750.000 dollari e i diritti della televisione americana per farmi partire, quando ho detto sì i dollari sono diventati 700.000 e i diritti televisivi sono scomparsi. Ma il match l’avrei fatto comunque, se non mi fossi infortunato alla caviglia. Alcuni americani sono venuti nella mia stanza di albergo a propormi di salire ugualmente sul ring, sarei andato giù al secondo round e avrei preso i soldi. Ho risposto: “No. Io queste cose non le faccio”»

Ray Mercer ad Atlantic City. Un pugno e il mondiale è volato via.

«Qui ho qualche colpa. Ero nettamente in vantaggio dopo nove riprese, ho preso un colpo al naso, ho cominciato a perdere sangue. Non ero abituato a trovarmi in situazioni di grande difficoltà, non avevo l’esperienza per superarle. Mi sono sentito perso, non ci ho pensato su molto e ho detto basta. Un errore nato da una situazione per me insolita.»

Oliver McCall a Memphis, l’ultimo incontro della carriera.

«Non dovevo neppure accettarlo quel match. Umberto Branchini, che non era più il mio manager, me lo aveva detto per telefono. Non dovevo farlo. Ero ormai completamente demotivato, senza stimoli. Don King mi stava prendendo in giro da un anno. Sono andato lì vuoto, ho perso e sono tornato a casa.»

Quale è il maggiore cambiamento fatto dal pugilato?

«Il nostro è uno sport che cambia poco nel tempo. Forse oggi c’è un po’ di velocità in più, ma i fondamentali sono sempre gli stessi. È anche qui il bello della boxe: essere uguale nel tempo.»

La gioia più grande della carriera?

«La vittoria sul mitico Teofilo Stevenson. Un sogno diventato realtà.»

Quando hai visto per la prima volta Stevenson?

“Ho cominciato a boxare nel settembre del 1975 e lui era già il mio idolo. Un esempio da imitare, anche se sapevo benissimo quanto fosse irraggiungibile.

Eppure il 15 aprile del 1982 lo hai battuto, nei quarti di finale dei Mondiali che si disputavano a Monaco.

“Spesso riguardo quel match su YouTube e mi chiedo come sia riuscito a farcela. È stato l’incontro che mi ha fatto conoscere al mondo. È stata la svolta della mia carriera.”

Cosa ricordi di quella sera magica?

“Ricordo tutto, ogni attimo. È stato uno dei momenti più esaltanti della mia vita. E ricordo anche i suoi montanti. Nel terzo round, mi ha preso con un serie che mi è sembrata infinita. Al suono del gong sono caduto in ginocchio. In molti hanno pensato che fosse per la gioia. In realtà era per la stanchezza.

Con quale animo sei salito sul ring?

“Con la consapevolezza di dovermi misurare con un fenomeno assoluto. Era un pugile completo. Aveva fisico, potenza, tecnica, velocità. Tutti pensavano che fossi una vittima predestinata.

Proprio tutti?

“No. Un giornalista aveva scritto un articolo il cui titolo non dimenticherò mai: “Vado, lo batto e torno”. Conservo ancora quella pagina del giornale.

Che cosa ha significato per te la morte di Teofilo Stevenson?

“Con lui se ne è andata una parte della mia vita. Non solo di quella pugilistica. L’ho visto di persona per la prima volta alle operazioni di peso dell’Olimpiade di Mosca 1980. Usciva dalla stanza, Franco (Falcinelli, ndr) mi ha scosso il braccio e mi ha detto: “Guarda, quello è Stevenson”. Gli ho risposto: Lo so bene, per me però non è solo un pugile. È la boxe.

Molti pugili finiscono la carriera dopo avere guadagnato delle buone borse, tanti soldi. Poi si scopre che non hanno più una lira in banca e che la loro vita è diventata un inferno.

«È un problema di mentalità. Non devi abituarti ai grandi guadagni, devi sempre pensare che prima o poi finiranno. Devi saperti accontentare. Io le vacanze non le faccio alle Hawaii, vado a Marina Romea. Non mi costruisco una villa da star di Hollywood, mi faccio la casa a Bagnacavallo. Amministrare quello che hai, non sprecare, restare nell’animo quello che eri prima di cominciare a boxare. E non pensare mai che tutti quegli amici che ti girano attorno quando sei famoso, restino al momento in cui le luci si spegneranno.»

Nella vita ti sei mai sentito tradito?

«Sì, più volte.»

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L’uomo a cui senti di dovere soprattutto riconoscenza?

«Il mio manager Umberto Branchini. Gli avessi dato più retta, avrei fatto una carriera migliore di quella che ho fatto.»

-Il tuo difetto più grande?

«Quello di non credere mai fino in fondo nei miei mezzi.»

Consigli per i pugili italiani?

«Di allenarsi, di credere in se stessi, di fidarsi delle persone giuste e di ricordarsi che sono italiani. La carriera puoi farla anche da noi, l’America a volte è sotto casa.»

 

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