I peccati del pugilato e del giornalismo, i vincitori a prescindere…

 

Oramai si scrive sulla fiducia.
Il pugilato è, sotto il profilo dell’interesse dei quotidiani, in clamoroso calo. Una crisi che parte da lontano e per lunghi giorni, addirittura mesi, propone lo zero assoluto sulle pagine dei nostri giornali.
Ma il fondo non è ubicato nel disinteresse, quanto nella pochezza offerta dall’informazione.
Due recenti episodi mi hanno convinto a scrivere queste righe.
Guido Vianello ha vinto il suo quinto match negli Stati Uniti. Sono state scritte notizie, addirittura un pezzo su questo incontro. Peccato che nessuno di quelli che hanno scritto lo abbia visto.
Hanno tutti ripreso ed elaborato, arricchendolo di giudizi entusiastici, il commento di David Robinett che era a bordo ring ed ha coperto l’evento per Fightnews.com. Anch’io ho riportato quelle cinque righe, ma mi sono limitato alla cronaca, non ho espresso un parere personale e, soprattutto, ho citato la fonte.
Non si può esprimere un giudizio su qualcosa che non si è visto.
La sola notizia della vittoria ha fatto esultare i rappresentanti del paragiornalismo, li ha scatenati in, vogliamo definirli avventurosi?, commenti sul futuro del peso massimo italiano arrivando a domandarsi come mai non abbia ancora disputato un titolo.
Il secondo incontro che ha generato un comportamento criticabile è stato quello sostenuto nei quarti di finale dei Mondiali dilettanti in Russia da Salvatore Cavallaro. Sono state riportate, facendole proprie, le parole del ct Coletta pubblicate dal sito federale. Il match, anche in questo caso, penso che gli estensori di quei mini articoli non lo abbiano visto. Altrimenti si sarebbero accorti che definire scandaloso o allucinante il verdetto era un eccesso di passionalità da parte di chi avrebbe dovuto, per il ruolo ricoperto, conservare un po’ di freddezza in più. La stessa manifestata a fine match, quando il pugile azzurro è tornato all’angolo.
Quel combattimento l’ho visto in televisione, con tutti i difetti che questo comporta.
A me è sembrato un incontro equilibrato, con un vincitore evidente per ogni round: il primo chiaramente a favore di Cavallaro, il secondo in modo netto per il rivale brasiliano, il terzo ancora per DaConceicao ma in maniera meno evidente. Una vittoria di misura, arrivo a dire contestabile, a mio (opinabile) giudizio ingiustamente, da chi è di parte. Ma parlare di scandalo mi sembra esagerato e dannoso.
Quelli subiti da Cammarelle contro Joshua a Londra 2012 o da Roy Jones contro il coreano a Seul 1988 sono scandali. Le parole hanno un significato preciso e vanno pronunciate con accortezza perché potrebbero creare false convinzioni in chi è impegnato in uno sport così difficile come la boxe.
Dire “Salvo non aveva vinto, aveva stravinto. Il match lo ha fatto lui dal primo al terzo round” a me sembra commento da tifoso, non da tecnico.
Anche perché sono ormai un paio di anni che gli azzurri non perdono un match, almeno a sentire i giudizi forniti a fine prestazione dagli allenatori della nazionale.
Salvatore Cavallaro ha fatto il massimo, ha dimostrato volontà e carica agonistica. Ha sfiorato il bronzo. Sarebbe stato un traguardo importante, visto che nessun azzurro è salito sul podio negli ultimi tre Mondiali e nell’ultima Olimpiade. Va applaudito. Con lui lo staff dovrebbe analizzare il match e vedere cosa è mancato per centrare l’obiettivo.
Se gli si dice che aveva stravinto, lo si convince che è perfetto così come è, impedendogli di inseguire quei miglioramenti che potrebbero portarlo a raggiungere traguardi che ha dimostrato di meritare.
Tre Mondiali e un’Olimpiade con zero medaglie dovrebbero far riflettere qualsiasi Federazione. Ma non quella italiana, anche perché loro il medagliere lo hanno pieno, se non fosse stato per arbitri e giudici altro che Cuba, Russia o Uzbekistan…
Il pugilato dilettantistico è a un passo dal baratro e sul Titanic si continua a ballare.
La speranza è che ci salvino le donne, come quasi sempre accade.

 

 

 

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