Rosi, ritmo e carattere. Tredici le sue vittorie in 17 match mondiali!

HALL OF FAME ITALIA 4. continua

Le storie dei sei personaggi che,
il 26 ottobre a Castrocaro Terme,
entreranno a far parte della Hall of Fame Italia.
Il protagonista di oggi è Gianfranco Rosi.

 

di Andrea Bacci

Gianfranco Rosi nasce nel 1957 in l’Umbria. Un ragazzo di campagna. Incontra la boxe quasi per caso e lo fa entrando nella palestra di due giovani maestri dalle idee chiare, Giovanni Bocciolini e Franco Falcinelli.
Il ragazzo dimostra di avere fame, temperamento, capacità per realizzare grandi imprese. È un lavoratore indefesso e non si tira indietro davanti ai sacrifici.
Ancora giovanissimo va a lavorare come operaio in Arabia Saudita nelle ditte dell’imprenditore umbro Spartaco Ghini, famoso per essere il presidente del Perugia calcio. Ma la boxe è ciò che importa davvero al ragazzo: nel 1976 è campione italiano dilettanti nei superleggeri, l’anno successivo passa nei welter ed è ancora tricolore. L’Olimpiade è lontana, non si può aspettare, nel settembre del 1979 Gianfranco passa professionista a Perugia, battendo Francesco Sanna.

Al sesto incontro conosce la prima sconfitta, poi riprende un ruolino vincente combattendo sempre in Umbria meno un paio di volte a Senigallia. Bocciolini, che lo segue all’angolo, e l’imprenditore edile perugino Alvaro Chiabolotti, che gli fa da sponsor e che in breve crea una delle migliori scuderie pugilistiche dell’epoca, lo ritengono pronto per il titolo italiano dei welter, che proprio a Perugia nell’aprile ’82 Rosi fa suo battendo Giuseppe Di Padova.
Il passo successivo è puntare al titolo continentale, uno scoglio serio e importante. Ci arriva nel luglio del 1984 dopo aver difeso il tricolore quattro volte. L’europeo dei welter è vacante, sul ring di Perugia arriva Perico Fernandez, uomo di quasi trentadue anni, ma che in un passato che sembra quasi remoto è stato più volte campione europeo e addirittura mondiale Wbc dei superleggeri. È l’uomo giusto per Rosi, che infatti lo batte al termine di dodici riprese, entrando così nella storia della boxe italiana. Ma i sogni di gloria sembrano interrompersi quasi subito: nel gennaio 1985 Gianfranco deve concedere l’opportunità a un giovane inglese di colore, il fortissimo Lloyd Honeyghan. Il match inizia ed è già finito, con Rosi messo ko alla terza ripresa. La storia è semplice: Honeyghan pare lanciato, come in effetti avviene, verso una grande carriera, il perugino invece, pugile non particolarmente tecnico, non particolarmente potente, non particolarmente spettacolare, sembra avviarsi verso un prematuro tramonto.

Ma nessuno ha fatto i conti con la pazienza e il carattere del ragazzo, che con voglia e sacrificio si rimette in fila. Difende il titolo italiano dei welter, passa due anni praticamente a ricostruirsi e capire dove possa arrivare. Passa ai pesi superwelter e Silvano Gresta che ne amministra la carriera gli trova la nuova grande occasione europea, ancora a Perugia nel gennaio ’87. Il campione in carica è un giovane inglese d’origine giamaicana, Chris Pyatt che ha fama di terribile picchiatore. Per Rosi, non lontano dai trent’anni, sembra un’impresa quasi impossibile.
Il pubblico perugino affolla il Palasport, Rosi fatica all’inizio a trovare la misura, sembra legnoso, al terzo round prende un gancio che assorbe solo per miracolo. Potrebbe essere la fine, poi finalmente l’umbro si scioglie e il match prende un’altra piega. Gianfranco attacca con un ardore straordinario, la sua tecnica e la scelta di tempo è evidentemente migliore, con il passare dei round prende fiducia e per Pyatt c’è poco da fare. Il verdetto ai punti dopo dodici riprese parla di due, quattro, sei lunghezze di vantaggio. Rosi è campione europeo nella seconda categoria di peso.
Il titolo è difeso due volte, a Lucca e a Cannes rispettivamente contro Sole e Ruocco con due conclusioni prima del limite, quindi il clan di Rosi punta al bersaglio grosso.

Il 2 ottobre di quel magico 1987 a Perugia, a confrontarsi con il trentenne umbro arriva Lupe Aquino, buon pugile di sei anni più giovane dell’italiano, il messicano tre mesi prima ha conquistato il mondiale Wbc dei superwelter contro Duane Thomas. Lo mette in palio contro Rosi. In precedenza il titolo è stato detenuto da Rocky Mattioli e da autentici pezzi da novanta come Hope, Benitez e Hearns.
Il match è equilibrato e rovente, ma Rosi mette il cuore oltre l’ostacolo, mostra esperienza e la solita determinazione feroce. Con un verdetto unanime conquista il Mondiale. Adesso il posto nella storia della boxe italiana è assicurato.
La prima difesa iridata si tiene nel gennaio del 1988, in una riunione disputata a Genova a notte fonda per favorire la visione televisiva in prima serata negli Stati Uniti. Rosi difende il titolo contro Thomas, ma in una semifinale che deve decretare il prossimo sfidante ci sono anche Don Curry, il celeberrimo Cobra, e ancora Lupe Aquino. La vigilia è arroventata, Thomas è quasi mezzo chilo sopra al limite dei superwelter, Rosi si infuria contro Bob Arum, già potentissimo padre-padrone della boxe mondiale, poi sul ring si sfoga direttamente contro l’avversario. Domina letteralmente il match e lo chiude con una soluzione di forza, cosa per lui inusuale, al settimo round. Ormai è un pugile maturo che non ha, e non deve avere, più paura di nessuno.

Non deve avere paura di Don Curry, che ha vinto la semifinale e che lo sfida a Sanremo, nel luglio dello stesso 1988. Per il Rosi visto contro Pyatt, Aquino e Thomas non sembra un’impresa difficile battere il Curry attuale. Ma nel porto di Sanremo si presenta un Rosi che parte bene ma si spegne quasi subito, scarico mentalmente e fisicamente, molto nervoso, un lontano parente di quello visto negli ultimi mesi, e Curry dà l’ultimo morso avvelenato di una carriera che si concluderà velocemente.
Rosi va al tappeto ed è contato nel secondo, nel quarto, nel settimo e nell’ottavo round. Il coraggio non basta, il suo è un calvario che termina all’inizio della decima ripresa quando il suo staff decide per l’abbandono. Per questa strana Cenerentola umbra sembra suonata la mezzanotte, i sogni di gloria sono finiti, ormai resta solo la strada del tramonto e forse ci sarà spazio per qualche rimpianto.

Invece no. Per la seconda volta il pugile Gianfranco Rosi trova la forza di continuare a sognare in grande. Riparte nel 1989, fa un paio di test poi lo chiamano in America, ad Atlantic City, la nuova Mecca del pugilato mondiale sotto la regia (e gli alberghi) di un riccone chiamato Donald Trump, uno di cui sentiremo parlare.
È luglio, mese classico nella carriera di Rosi, il quasi trentaduenne perugino deve fare, anzi dovrebbe fare, solo da comprimario al nuovo “enfant prodige” della boxe americana, il nemmeno ventunenne Darrin Van Horn. Quest’ultimo è passato professionista a sedici anni di età, ha dimostrato classe e pugni pesanti, in poco più di quattro anni di attività ha vinto quaranta incontri su quaranta. L’ultimo, contro Robert Hines, gli ha dato il titolo mondiale Ibf dei superwelter.
Inizia il match e Van Horn pare imporre subito la sua boxe, ma nessuno evidentemente ha fatto i conti con il coraggio e l’esperienza dell’italiano. Rosi piazza una combinazione sinistro-destro e Van Horn va al tappeto. Il match prosegue, ma Rosi porta letteralmente a scuola il ragazzino, raramente va in difficoltà e il suo è addirittura un crescendo rossiniano che alla dodicesima e ultima ripresa gli dà ancora i colpi per far contare una seconda volta l’avversario. I cartellini dei giudici sono impietosi, con vantaggi abissali di sette, otto e dieci punti. Gianfranco Rosi vince il suo secondo mondiale dei superwelter, ma lo fa compiendo l’impresa che dalla storia del pugilato lo consegna alla leggenda dello sport italiano: prima di lui solo due miti come Primo Carnera e Nino Benvenuti erano riusciti a conquistare in titolo mondiale negli Stati Uniti.

In piena esaltazione agonistica, e nella effettiva maturazione fisica e atletica, Rosi non trova più limiti: difende il titolo con Waters, Daigle, dà la rivincita a Van Horn (che in seguito sarà iridato Ibf dei supermedi) che stavolta lo fa almeno sudare un po’, quindi si libera del pericoloso francese Jacquot (che aveva strappato il titolo Wbc di Curry e lo aveva perso con Mugabi), poi la lista parla di Amundsen, Wolfe, Baptiste, Hernandez, per arrivare al temibile francese Gilbert Delé.
È il luglio del ’92 e sul ring di Fontviellie, nel Principato di Monaco, Rosi vince soffrendo con due giudici a suo favore contro uno per Delé. Gianfranco deve concedere la rivincita sei mesi più tardi in casa del rivale, ne esce un’altra battaglia che il perugino fa però ancora sua con due verdetti a favore su tre.
La carta d’identità dice che gli anni sono diventati trentasei, ma Rosi non vuole mollare, l’Ibf gli impone come avversario un forte americano di colore, Vincent Pettway. È l’aprile del 1994 e si combatte sul mitico ring dell’MGM di Las Vegas.

Figuriamoci se Rosi si emoziona, porta ancora a scuola il molto più giovane avversario ed è nettamente in vantaggio ai punti su tutti e tre i cartellini quando al sesto round una testata accidentale gli apre una ferita all’occhio sinistro che rende impossibile far proseguire l’incontro, che termina col verdetto di pari tecnico. Ci vuole la rivincita, che Rosi deve concedere a Pettway sei mesi dopo sullo stesso ring. Per Gianfranco è addirittura la dodicesima difesa del titolo, gli anni sono trentasette e pare che i miracoli siano ormai finiti: Rosi va al tappeto al secondo round, viene penalizzato di un punto nel quarto, e quasi sul gong della stessa ripresa perde per ko su un terribile gancio sinistro. La favola è finita.
Gianfranco è uno sportivo realizzato, ma la vita di tutti i giorni non è proprio tenera. Si rifà vincendo un reality show, poi finalmente entra nei ranghi federali, partecipa all’avventura di Italia Thunder e adesso può insegnare ai giovani.
Perché una leggenda della boxe italiana come lui ha davvero molto da insegnare…

GIANFRANCO ROSI
(5 agosto 1957)
62-6-1 (18 ko, 25,71%)

Debutto: 10 settembre 1979
Ultimo match: 20 ottobre 2006

Mondiali

2 ottobre 1967 Lupe Aquino (superwelter Wbc) + p. 12
3 gennaio 1988 Duane Thomas (superwelter Wbc) + kot 7
8 luglio 1987 Don Curry (superwelter Wbc) – kot 9
15 luglio 1989 Darrin Van Horn (superwelter Ibf) + p. 12
27 ottobre 1989 Troy Waters (superwelter Wbc) + p. 12
14 aprile 1990 Kevin Daigle (superwelter Ibf) + kot 7
21 luglio 1990 Darrin Van Horn (superwelter Ibf) + p. 12
30 novembre 1990 Renè Jacquot (superwelter Ibf) + p. 12
16 marzo 1991 Ron Amundsen (superwelter Ibf) + p. 12
13 luglio 1991 Glenn Wolfe (superwelter Ibf) + p. 12
21 novembre 1991 Gilbert Baptiste (superwelter Ibf) + p.12
9 aprile 1992 Angel Hernandez (superwelter Ibf) + kot 6
11 luglio 1992 Gilbert Delè (superwelter Ibf) + p. 12
20 gennaio 1993 Gilbert Delè (superwelter Ibf) + p. 12
4 marzo 1994 Vincent Pettway (superwelter Ibf) TD (pari tecnico)
17 settembre 1994 Vincent Pettway (superwelter Ibf) – ko 4
17 maggio 1995 Verno Phillips (superwelter Wbo) ND (no decision)*

* Rosi vince il match ai punti, ma viene trovato positivo al test antidoping per uso di Egibren, il titolo viene restituito a Phillips e il risultato, da vittoria di Rosi, viene cambiato in no decision.

“Una squalifica di due anni accompagnata dalla conclusione che non ci fu dolo, che ogni ipotesi di illecito è esclusa. Il processo al pugile più famoso d’ Italia si conclude così, con una squalifica che sa tanto di benservito per un trentottenne, e con una riabilitazione che non fa che complicare il caso. Colpevole, ma innocente. Colpevole di esser risultato positivo al controllo antidoping per uso di amfetamine e metilamfetamine, al termine del match mondiale Wbo contro Verno Phillips il 17 maggio ’95 a Perugia. Innocente, per aver assunto la sostanza dopante senza “la coscienza e la volontà di compiere un’ azione illecita”. (Mattia Chiusano, Repubblica.it 15 luglio 1995)

“Il medico ha confermato di avere prescritto il farmaco Egibren al solo fine di prevenire qualsiasi conseguenza per i microtraumi facciali.” (Adnkronos, 19 luglio 1995)

“Il giudice sportivo Mario Mendicini ha accolto questo principio, così come ha accettato che l’Egibren non è stato consumato per migliorare la prestazione di Rosi quella sera a Perugia.” (Mattia Chiusano, Repubblica.it 15 luglio 1995)

“Il caso Rosi viene ricordato perché accanto alla responsabilità personale dell’atleta, fu riscontrata una responsabilità di terzi che lo avevano indotto all’uso della sostanza dopante. In ultimo, la commissione CONI decise di ridurre la sanzione alla metà. Lo sportivo, procedeva ugualmente ad adire il T.A.R. del Lazio per ottenere l’annullamento della squalifica, ma il Tribunale amministrativo, non ritenendosi munito di giurisdizione, rigettava il ricorso, mentre il Consiglio di Stato, in seconda istanza, accoglieva parzialmente la domanda del Rosi e sospendeva l’efficacia del provvedimento impugnato riducendo la sanzione disciplinare interdittiva da due anni a dieci mesi.” (Angelo Maietta, Lineamenti di diritto dello sport, 2016)

3. continua(già pubblicati Primo Carnera di Gualtiero Becchetti, Sandro Mazzinghi di Dario Torromeo, Bruno Arcari di Vittorio Parisi. Prossima puntata: Francesco Damiani di Davide Novelli).

 

 

 

 

 

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