Quei libri di pugilato raccontano la grande storia della vita

Non esistono libri di boxe. Ci sono tanti  romanzi che, attraverso il pugilato, raccontano la grande storia della vita. Molti combattimenti sono incredibili avventure, perché sul quadrato i pugili non salgono solo con il proprio corpo, ma portano con lassù le esperienze della loro esistenza, la personalità, le paure, i sogni.
Per capire meglio il concetto, bisogna leggere Joyce Carol Oates, americana, autrice di settanta romanzi. Insegnante di scrittura creativa alla Princeton University. Nel 1987 ha composto un saggio, intitolato semplicemente “Sulla boxe”, indispensabile strumento per chiunque voglia conoscere la forza letteraria del pugilato.
Scrive la Oates.
“Nessun altro soggetto è, per lo scrittore, così intensamente personale come la boxe. Scrivere di pugilato significa scrivere di se stessi; e scrivere di pugilato ci obbliga a indagare non solo la boxe, ma i confini stessi della civiltà, cos’è o cosa dovrebbe essere umano. Anche se un incontro di boxe è una storia senza parole, ciò non significa che non abbia un testo o un linguaggio, che, in qualche modo, sia rozza, primitiva, inarticolata. Significa soltanto che quel testo è improvvisato nell’azione; il linguaggio è un raffinato dialogo tra pugili (tanto neurologico che psicologico, un dialogo di riflessi istantanei) che si svolge in adesione concorde nell’arcano volere del pubblico”.


Ernest Hemingway, che la fisicità della boxe ha voluto sperimentarla anche sul ring, ha tra i suoi scritti, due storie: “The battler” e “Fifty Grand” inserite in uno dei suoi libri più belli: “I 49 racconti”.
Jack London, autore di Zanna Bianca e Martin Eden, giornalista sportivo e narratore di match famosi, ha scritto “The Mexican” e “A piece of steak”.
Sono affascinato dal racconto intitolato “Una bistecca”. Storia di un pugile a fine carriera che si batte per dare da mangiare alla famiglia. Al pomeriggio della sfida, che potrebbe regalargli qualche giorno di serenità, sogna un vero pasto. Ma non ha i soldi per permetterselo.
Affronta un giovane peso massimo. Forte e senza nessuno problema che gli pesi sulle spalle. Soffre, subisce, poi, quando la fatica livella i valori, esperienza e tecnica lo portano a un passo dalla vittoria. L’altro va giù, sembra soccombere, ma riesce a tirarsi su e a vincere. Sarebbe bastata un po’ di forza in più e il match, assieme alle trenta sterline per tirare avanti lui e tutta la famiglia, sarebbe stato suo.


Scrive London.
“Tornò con la mente a quell’attimo dell’incontro in cui aveva tenuto sul filo della sconfitta un Sandel vacillante e annebbiato. Cristo, con quella bistecca ce l’avrebbe fatta! Gli era mancata proprio quella bistecca per il colpo decisivo, e aveva perso. Tutto per quella bistecca”


Attraverso la boxe si raccontara la vita. Prendete “Million dollar baby”, la storia inserita nel libro “Lo sfidante” di F.X. Toole, nome d’arte di Jerry Boyd scrittore con un passato da allenatore.
Quella che Maggie Fitzgerald e il suo maestro Frankie Dunn mettono in scena è la rappresentazione della solitudine, di quanto si possa essere soli in un mondo in cui nessuno crede sia giusto regalare un minuto agli altri. Loro, attraverso la boxe, riescono a scacciare questa triste sensazione, a diventare una famiglia. Non nel senso comune del termine, ma in quello più alto, spirituale. È l’essenza stessa del pugilato ad avvicinarli. Ma dura poco, perché la vita spesso prende più di quanto dia. Un incidente, figlio di una scorrettezza dell’avversaria, trasforma Maggie in un essere vegetale, incapace di gestire se stessa. E lei chiede a Frankie un ultimo atto d’amore. Il vecchio manager, dopo una lacerante crisi di coscienza, accetta di aiutarla a morire.
Scrive Toole.
“L’ombra fugace di un’ala di uccello si stagliò sulla parte opposta e passò attraverso il vetro della finestra. Frankie richiuse l’occhio con la punta di un dito, e si accertò che il polso di Maggie si fosse fermato. Con le scarpe in mano, ma senza più l’anima, scese silenziosamente lungo le scale posteriori e se ne andò, gli occhi asciutti come una foglia in fiamme”.


Il pugilato è argomento ideale per un testo teatrale. Pensate al mondiale tra George Foreman e Muhammad Ali, 30 ottobre 1974. Due protagonisti assoluti nel cuore dell’Africa nera. Entrambi afro-americani, ma agli occhi degli spettatori George Foreman è il bianco che ha tradito i fratelli. Ali è invece il compagno che ognuno di loro vuole accanto. Il tifo è solo per lui. Arrivano ad urlare la rabbia in un canto di distruzione.
“Ali bumaye, Ali bumaye”.
Ali uccidilo, Ali uccidilo.
Foreman picchia per otto round, l’altro subisce, lascia sfogare la furia senza logica del campione, poi lo porta sull’orlo del burrone, lo fa dubitare di se stesso. E alla fine lo spinge giù.
“Nella boxe niente è gratis, tranne il dolore”, commenterà Big George Foreman.
Quell’incontro offriva spunti ideali per un libro. E Norman Mailer, agitatore del mondo letterario americano, vincitore del Pulitzer nel 1969, non si è fatto sfuggire l’occasione. “La sfida” racconta quella che sembra essere la geniale intuizione di un artista ed è invece più semplicemente la narrazione della realtà interpretata da uno scrittore.
Scrive Mailer.
“La stagione delle piogge, con due settimane di ritardo, si era abbattuta sullo stadio. Le acque del Cosmo erano scese sul Congo. La stagione delle pioggie era arrivata e le stelle del paradiso africano erano venute giù”


Non è la sceneggiatura di un’opera teatrale che pretende un epilogo simbolico, con l’acqua che arriva a sommergere ogni bruttura. È solo la rappresentazione artistica della realtà.
La letteratura non ha fatto altro che osservare questo mondo, cercare di capirlo per poi raccontarlo con l’arte dei suoi cantori. L’ha fatto con grande senso artistico Joe R. Lansdale in “L’anno dell’uragano”. Scrittore di noir, vincitore dell’American Mistery Award, autore di decine di romanzi, Landsdale narra una vicenda che ha come scenario l’America di inizio Novecento e come tema l’infinità volgarità del razzismo.
Scrive Landsdale.
“La folla era rada ma rumorosa. Abbastanza rumorosa da far dimenticare a ‘Lil’ Arthur la tempesta che infuriava di fuori. La folla continuava ad urlare: “Ammazza il negro”, e aveva preso a scandire in coro “I negri sono tutti uguali”, una canzoncina orecchiabile che ‘Lil’ Arthur non riusciva a non farsi piacere”


Le storie di boxe americana raccontano spesso la drammatica volgarità delle lotte tra bianchi e neri, mentre da noi narrano più frequentemente il film di una guerra antica e mai finita. Quella tra ricchi e poveri. Lo fa con mano da artista Pietro Grossi in “Pugni”, un libro in cui parla della sfida tra un ragazzo soprannominato “Il Ballerino”, bravo, ricco e insicuro, e un altro che tutti chiamano “La Capra”, povero, sordo e forte. Entrambi conoscono solo il linguaggio della boxe per riuscire ad esprimersi.
Scrive Grossi.
“Se devo pensare al momento più duro della mia vita, se devo isolare un attimo della mia esistenza e stupidamente attaccargli il cartellino del più duro di tutti, devo attaccarlo a quei sei o sette minuti lassù sul ring, quella quarta e quinta ripresa. La Capra non era più quel ragazzo sordo con la fronte come un muro e gli occhi bui che faceva il pugile, la Capra era d’un tratto la vita stessa, che mi aveva preso e portato fuori da quel mondo di balocchi in cui ero un fenomeno”.
Ma la forza espressiva del pugilato non si ferma a fornire spunti per la narrazione delle intricate vicende dei singoli come rappresentazione della scena generale. Ha la capacità di andare oltre, di disegnare lo scenario di un’intera società.
È quello che fa un grande giornalista, premio Pulitzer nel 1994 e direttore del New Yorker, come David Remnick in “Il re del mondo”. Il più bel libro a sfondo pugilistico che abbia mai letto. È la storia della società americana, narrata seguendo il percorso di vita di Muhammad Ali. Lì dentro c’è tutto. L’economia degli Stati Uniti, i segreti dei Presidenti, il razzismo che offende le coscienze, il Vietnam, il Black Power, ancora Malcom X ed i Mussulmani neri. Un percorso disegnato da un maestro che usa i pennelli dell’anima per dipingere le storture di una società.
Scrive Remnick.
“Clay era il mio nome da schiavo” mi dice sottovoce mentre, con l’avanzare del pomeriggio, la stanchezza si faceva sempre più visibile sul suo viso. Sta per attaccare uno dei suoi più vecchi ritornelli. “Senti dire Kruscev e sai che è un russo. Ching ed è cinese. Goldberg, ebreo. Che cosa è Cassius Clay? E’ una cosa che salta agli occhi. George Washington non è il nome di un nero. E’ una cosa che balza agli occhi. L’Islam era forte e potente. Era una cosa che potevo toccare con mano. Da piccolo avevo imparato che Gesù Cristo era bianco, tutti quelli dell’Ultima Cena erano bianchi. Poi arrivano questi mussulmani e mettono in discussione le cose. E io credo di aver dato il mio contributo”.
La violenza è la causa delle critiche più severe nei confronti del pugilato. Ma i più tenaci detrattori sono quelli che si fermano al primo livello di lettura, quelli che non vanno a scavare nell’anima dei pugili e del mondo.
Scrive Joyce Carol Oates.
“Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a condannarla pienamente negli altri. ….Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring, è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo l’essere fisico era Dio…”


In “Stanley Ketchel” racconto la tragica storia di un campione protagonista sulla scena dei primi del Novecento. Un uomo travolto dalla violenza per tutta la giovane vita, uno che ha vissuto inseguendo dignità e rispetto sul ring, temendo che un solo colpo potesse ricacciarlo indietro in quel passato che gli faceva così paura. Non sapeva chi fosse suo padre, ignorava quale fosse il suo vero nome. Morirà ucciso da un marito geloso a soli 24 anni.
Scrivo.
“Nel pugilato non c’è dolore, nessuno sul ring lo sente. Il dolore arriva quando ti rendi conto che non puoi vincere, è il sapore amaro della sconfitta il dolore più forte. La ferita, il colpo allo stomaco, il pugno potente sono dolori che non vengono avvertiti dal pugile. Le sofferenze fisiche arrivano la mattina dopo, quando ti sembra che ogni parte del tuo corpo voglia urlare per i colpi presi la sera prima. Anche un sospiro provoca fitte lancinanti. Ma sul ring la sofferenza è soltanto per il risultato. Il pugile ha paura, ma non di farsi male. Ha paura di perdere. Non viene sconfitto solo il suo orgoglio, non perde soltanto il match. Con la sconfitta vede sparire una parte del suo futuro e torna a un passo dalla miseria da dove ha cominciato”.


Jack La Motta nell’autobiografia “Toro scatenato”, scritta dai giornalisti Joseph Carter e Peter Savage, racconta una vita di sofferenza, come sofferti sono stati i suoi combattimenti contro il più grande pugile di tutti i tempi: Ray Sugar Robinson. Tanto violento, irruento, folle era La Motta. Quanto talentuoso, ordinato, agile e fantasioso Robinson.
Scrive La Motta.
“Sarà la famiglia da cui vengo. Tutto quello che ricordo, da quando ero ragazzino in poi, è che facevo a botte e strillavo e lavoravo e rubavo e più di tutto facevo a botte. E il mio vecchio che mi menava….Deve sempre prendere a botte qualcuno, mia madre o noi ragazzi. Me non più, di certo. Perché adesso sa che se prova a mettermi un dito addosso lo butto giù dalla finestra”.
Ultima citazione, ovviamente di Joyce Carol Oates.
“Sul ring, inondato da una luce abbagliante, l’uomo celebra un rito atavico, offrendo una misteriosa consolazione a quanti possono partecipare al dramma soltanto attraverso un altro: il dramma della vita nella carne. La boxe è diventata il teatro tragico dell’America”.

I miei preferiti.

David Remnick: “Il più grande”
David Fauquenberg: “Mal tiempo”
Joe R. Lansdale: “L’anno dell’uragano”
FX Toole: “Lo sfidante” (poi Million Dollar Baby)
Leonard Gardner: “Città amara”
Norman Mailer: “La sfida”
Jack LaMotta: “Toro scatenato”
Pietro Grossi: “Pugni”
Joyce Carol Oates: “Sulla boxe”
Jack London: “La bistecca”

I miei libri sulla boxe.

Anche i pugili piangono (Sandro Mazzinghi)
Meraviglioso (Marvin Hagler)
Monzon (Il professionista della violenza, con Riccardo Romani)
I pugni degli eroi (con Franco Esposito)
Dodici giganti (sui pesi massimi)
L’oro dei gladiatori (Giochi di Roma 1960)
Saper vedere un incontro di pugilato
Uomini e pugni (con Roberto Fazi)
Stanley Ketchel (E chiamavano me assassino)
A modo mio (Simona Galassi, con Flavio Dell’Amore)
Non fare il furbo, combatti
Il match fantasma (Foreman vs Tyson)
Che lotta è la vita (Emanuele Blandamura)
Pugili (campioni, uomini d’angolo, ring announcer)

In uscita.

Eravamo l’America (novembre 2019)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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