L’incredibile storia di Luther McCarty, il campione dei bianchi

Gong.

Il jab sinistro di Luther si stampa sulla faccia di Arthur Pelkey. La pelle diventa subito rossa, ha potenza nelle mani il campione.

È il 24 maggio del 1913, un tardo pomeriggio di un sabato pieno di nuvole. Ci sono diecimila persone nel vecchio fienile alla periferia di Calgary, trasformato in un’arena di pugilato.

Prima del match Tommy Burns era salito sul ring e aveva chiamato a gran voce un signore vestito di nero, con un colletto bianco rigido che sembrava dargli un fastidio terribile.

Burns è stato campione del mondo dei pesi massimi, il titolo l’ha perso il 26 dicembre 1908 contro Jack Johnson.

Il suo vero nome è Noah Brusso. È un franco-canadese di trentuno anni, ha conquistato la cintura sconfiggendo Marvin Hart in 20 round.

Il match con Johnson ha una lunga storia.

Il gigante di Galveston ha inseguito Burns sfidandolo in ogni occasione. L’America non vuole un nero come campione dei massimi. In Tennessee, nel 1866, è nato il Ku Klux Klan. Un gruppo razzista che odia i neri fino a ucciderli. I suoi capi si chiamano Gran Dragone, Gran Titano, Gran Ciclope. Sono tutti alle dipendenze di uno Stregone Imperiale. Indossano tuniche e cappucci bianchi, erigono croci fiammeggianti sulle colline, si muovono con spedizioni notturne per picchiare, linciare, assassinare i neri.

Il KKK si è schierato contro il match. Ha minacciato ritorsioni contro chiunque si azzardasse a organizzare la sfida.

Il campionato si è così disputato in Australia. Anche lì le tensioni razziali sono forti, lo sterminio degli aborigeni della Tasmania da parte dei coloni inglesi e le leggi anti-immigrazione hanno creato un clima di conflittualità estrema. I giornali contribuiscono ad aumentare la tensione.

«L’Australia è per gli uomini bianchi», scrive il Bulletin.

Tommy Burns è perfetto per incarnare il ruolo del protagonista. Un piccolo bianco che sfida il gigante nero corrotto e malato di sesso.

Per il mondiale contro Jack Johnson, Burns ha preso la più alta borsa della sua carriera: 30.000 dollari. Per il match d’esordio, otto anni prima, ha guadagnato un dollaro e 25 centesimi. Si mette in tasca una bella cifra, ma rimedia una dura lezione. Per rendere un’idea di come sia andata, basta leggere i titoli dei giornali dopo l’incontro.

«Il massacro di Sydney» è il commeno più tenero.

Burns è punito da Johnson, che dopo ogni colpo apre la bocca in un ampio sorriso, mostra i suoi quattro denti d’oro e lo sbeffeggia.

«Ehi, Tommy. Pensavo fossi un combattente, un uomo che sapesse dare battaglia. Mi sono sbagliato. Vieni avanti, picchia. Fa’ qualcosa».

Jack tiene in piedi il nemico bianco, colpendo lui punisce un’intera razza. L’incubo per Burns finisce alla quattordicesima ripresa, quando interviene il sovrintendente di polizia Frank Mitchell che dichiara chiuso il combattimento.

È il 26 dicembre 1908, Jack Johnson è il nuovo campione dei massimi.

Ed è nero.

Sono passati cinque anni e lui ha ancora il titolo in tasca. Burns fa più l’organizzatore che il pugile e adesso, al centro del ring, chiede a quel giovane di chiesa di fare un saluto alla folla prima che il match cominci.

Il piccolo uomo di nero vestito sale lentamente i tre gradini, solleva le corde, si piega leggermente ed entra.

“So che voi uomini ci aiuterete a comprare la campana per la nostra chiesa. Le vostre monete d’argento compreranno quel ricordo per la casa di Dio e sarà un credito che avrete nei confronti Grande Maestro”.

La folla comincia rumoreggiare, vogliono che il match abbia inizio. Ma lui non si scompone.

“Tutti devono avere un credito nel Libro del Maestro. Perché il Grande Arbitro può chiamarvi in qualsiasi momento”.

Si sentono le prima urla di disapprovazione, c’è tensione nell’aria.

Monete d’argento piovono sul ring. Sperano che una volta accontentato si faccia da parte.

Burns fa scendere il giovane prete.

L’arbitro Ed Smith guarda i rivali che si muovono nei loro angoli, fa un segno al cronometrista.

Gong.

Il jab sinistro di Luther si stampa sulla faccia di Arthur Pelkey. La pelle diventa subito rossa, ha potenza nelle mani il campione. Sarà il solo colpo che Luther McCarty riuscià a tirare.

Si battono per il mondiale dei pesi massimi, un titolo riservato ai pugili bianchi. In tanti hanno provato a battere Jack Johnson, nessuno ci è riuscito. E allora meglio vedersela tra loro, tra le Grandi Speranze Bianche.

Pelkey lascia partire un gancio che finisce sulla nuca di Luther.

Billy McCarney urla dall’angolo.

“Levati da lì Lu’, tira quel maledetto montante!”

È il manager di Luther, lo chiamano “il professore”. Gli è bastato frequentare per due settimane la facoltà di legge alla Pennsylvania University per far pensare ai tifosi che meritasse quel titolo.

Un altro gancio, leggero non certo devastante, centra Luther al petto e lui va giù lentamente. La braccia si abbassano, le gambe tremano, il bacino scende verso il tappeto. Giù, senza più difesa.

“…seven, eight, nine, ten and out” Ed Smith recita il più velocemente possibile la poesia, ha capito che qualcosa di terribile sta accadendo.

È passato un minuto e quarantacinque secondi dal suono del primo gong.

È a questo punto che nasce la leggenda avvolta dal mistero.

I giornalisti scriveranno che un fascio di luce aveva avvolto Luther disteso senza più forze al tappeto. Veniva da una zona, giureranno, senza finestre. E allora, si chiederanno con aria complice, da dove arrivava tutta quella luce?

Chiuderanno con aria da cospiratori: e se fosse stato un segnale divino?

La luce, per qualcuno di loro, si sarebbe spenta all’out dell’arbitro. Per altri solo alla fine dei soccorsi.

La foto è ancora reperibile. Ma la notizia sembra proprio una di quelle che oggi chiamiamo con un termine inglese, fake news. Bufale. Al massimo, l’ultimo raggio di luce della giornata sarebbe potuto entrare dal lucernaio posto in alto, alla sinistra del ring. Di certo non c’è nulla di divino. L’ipotesi più probabile è quella di un abile ritocco della foto per creare qualcosa di sensazionale. Non a caso, nessuno dei giornali dell’epoca segnala l’episodio. Non lo fanno dunque i testimoni oculari. I cronisti dei principali quotidiani, giornalisti delle agenzie non scrivono neppure una riga sull’argomento. Solo qualche tempo dopo si comincerà a parlare del mistero.

Ed Smith chiama il medico che salta sul ring. Poi arrivano altri in soccorso. Portano giù a braccia il campione, gli praticano la respirazione artificiale. Niente da fare. Otto minuti dopo il medico dichiara ufficialmente morto Luther McCarty. Aveva ventuno anni.

Il coroner, il dottor Costello, esamina il corpo e scrive il referto.

“La morte è sopravvenuta per una frattura del collo”.

Il Greenville Journal pubblica la notizia.

Arthur Pelkey viene arrestato con l’accusa di omicidio colposo.

Viene rilasciato dopo 24 ore su cauzione e successivamente scagionato del tutto.

A provocare la morte sarebbe stato un colpo ricevuto nei giorni precedenti l’incontro, il giovanotto è caduto mentre lanciava il suo cavallo al galoppo. È finito in terra, ha picchiato sul terreno con la testa e la schiena.

Il dottor Moshiev esegue l’autopsia e scopre un’altra verità.

“La morte è stata causata da grumi di sangue al cervello, provocati da un forte impatto due giorni prima del match”.

Un incidente fortuito, un caso che sia andato a colpire uno che sapeva cavalcare alla grande. Aveva imparato da bambino nel ranch di famiglia nel Nebraska.

Era di proprietà del papà. Aaron Perry McCarty aveva trentacinque anni quando Luther era nato a Driftwood Creek, Wild Horse Canyon, Hitchcok County nel Nebraska. Adesso Aaron si fa chiamare Chief White Eagle. È per metà nativo americano, le sue origini gitane portano fino in Italia dove è nato. Vende pozioni curative in giro per l’America, servono a curare dolori reumatici, cataratta, influenza, mal di denti, nevralgia, rigidità articolare e vermi.

La mamma si chiama Rhoda Esther “Wright” Reinders. Su di lei è stato scritto di tutto. Che è morta subito dopo il parto, che è andata via per sempre due anni dopo la nascita del bambino, che ha vissuto fino a ottantatrè anni. Difficile capire chi sia nel vero.

Nel 1901 il papà è stato costretto a vendere il ranch e Luther, a soli nove anni, ha scoperto la vita da nomade. Carattere irrequieto, sempre disposto a risolvere ogni diverbio con i pugni piuttosto che con le parole.

Un’intera pagina, pubblicata il 19 gennaio del 1913 sul The Salt Lake Tribune, ci racconta le sue peripezie.

Ha studiato per un paio di anni a Colorado Springs, poi è andato a lavorare nei campi di grano del Kansas, è stato assunto in un Postal Office, è arrivato fino a Los Angeles dove ha fatto il vagabondo. Si è rimesso in treno ed è sbarcato a St Louis prima, a Boston poi. Da lì si è imbarcato per Buenos Aires. Ha cambiato veliero e ha doppiato due volte Capo Horn. Su una barca novervegese è arrivato sino in Cina e Giappone. Dopo tre anni dalla partenza è tornato a Boston. Ha fatto il falegname a Mobile, il minatore a Blue Creek, ancora il vagabondo a Nashville. È finalmente sbarcato in North Dakota dove ha trovato lavoro nel ranch di Dick Collins, domava i cavalli e marchiava le mucche. Non a caso i giornalisti lo chiamavano The fighting cowboy. Prima che partisse di nuovo, Collins gli ha regalato un cavallo. In sella al nuovo amico Luther è arrivato in una riserva indiana dei Sioux, nel Montana. Dopo qualche mese è approdato a Culbertson dove ha scoperto quanto gli piacesse la boxe.

L’11 gennaio del 1911 ha sostituito un pugile che non si era presentato la sera del match e ha battuto per ko 2 Watt Adams, campione canadese. È stato il suo esordio ufficiale.

Quattro anni prima, lui ne aveva poco più di 15 e lei 17, si era sposato. La giovane coppia aveva avuto un bambino. Ma la storia non era durata a lungo.

Adesso lei viveva a Fargo, dove gestiva un ristorante.

Luther McCarty era alto 1.94, con un peso forma attorno ai 93 chili. Era veloce, forte, agile. Aveva una grande potenza e un montante destro che incuteva rispetto. Bravo anche tecnicamente, jab sinistro/diretto destro era la combinazione con cui aveva risolto molti incontri.
Nat Fleischer lo indicava come l’uomo che avrebbe potuto sconfiggere Jack Johnson.

Il giorno dopo il tragico match, il fienile/arena dove ha combattuto viene distrutto da un incendio.

Due stalloni bianchi sfilano lungo le trade di Piqua in Ohio, trascinano una carrozza nera, dentro c’è la bara del campione. Diecimila persone lungo la strada assistono a quella triste processione. I due cavalli sono gli unici beni salvati due mesi fa dalla famiglia McCarty quando il fiume Miami ha inondato le case di Piqua nell’alluvione e spazzato via la loro casa in Water Street.

Il corteo funebre procede lentamente fino al Forrest Hill Cemetery della città. Una tomba ricorderà per sempre lo sfortunato giovane. Sopra c’è una lapide rosa con un motto in ricordo del campione.

“Non conosceva nulla di sbagliato”.

È stato il padre a volerlo salutare così.

“È morto sorridendo” scrive, in un misto di retorica e rispetto, il Sacramento Union.

Arthur Pelkey è il nuovo campione, ma non riesce a dimenticare. Perderà per ko dodici dei successivi diciassette match.

Lo chiamavano Luck, fortuna. È morto a ventuno anni. Luther McCarty, 15-1-1 tutte le vittorie ottenute prima del limite recita boxrec (che aggiunge anche tre sconfitte e un pari per decisione dei giornalisti, così accadeva all’epoca), campione del mondo dei pesi massimi bianchi dal giorno di Capodanno del 1913 al 24 maggio dello stesso anno. Un regno durato meno di cinque mesi per quello che doveva essere il più forte campione dell’epoca.

“L’unico che può battere Jack Johnson”.

CI sarebbe riuscito? O quella era solo l’ennesima illusione dei bianchi che proprio non riuscivano a sopportare l’eroe nero?

Non lo sapremo mai.

 

Grazie a Leo Pisani che mi ha convinto
a scrivere questa affascinante storia.

 

 

 

 

 

 

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