Lucchetta non conosce il silenzio e ama le banalità. Via l’audio

“Per tutte le nostre presunzioni sull’essere al centro dell’universo,
noi viviamo in un comune pianeta di una monotona stella ficcata
in un oscuro angolo, in una galassia ordinaria che è di circa cento miliardi
di galassie. Questo è il fatto fondamentale dell’universo che abitiamo.
Ed è un bene per noi arrivare a capirlo” (Carlo Sagan, astronomo)

 

Nell’articolo sul Corriere della Sera del 19 settembre scorso, il professor Aldo Grasso, docente presso l’Università del Sacro Cuore e critico televisivo del quotidiano, poneva una domanda ai lettori: Il telecronista e il commentatore sono al servizio dell’incontro o vale invece la nuova regola che la competizione sportiva è al servizio del telecronista?

Oggi, per l’intera telecronaca di Serbia vs Italia, finale del mondiale femminile di pallavolo, Andrea Lucchetta ha dato una risposta definitiva.

Non è stato zitto neppure un secondo, ha messo in fila una serie di banalità, qualcuna anche un po’ volgare, mi ha inflitto la sua voce come se fosse una penitenza che dovessi assolutamente scontare.
Mi ha in pratica costretto a vedere l’intero tie break senza l’audio.

Sono anziano, forse addirittura vecchio.

Quando ho cominciato a lavorare come giornalista mi hanno insegnato che il protagonista è sempre e comunque l’evento, l’atleta. Tu sei solo chiamato a raccontare la meravigliosa avventura a cui hai la fortuna di assistere. Non devi prevaricare la competizione sportiva, devi semplicemente preoccuparti di narrare quello che vedi inserendolo nel contesto armonioso di una storia.

Una grande storia, come la finale mondiale ha dimostrato di essere.

Chiudo qui. Non voglio sommergervi anch’io sotto un mare di parole. Ma credetemi, il silenzio è un tempo della narrazione, fa parte integrante del racconto.

Tutto il resto è noia. Se non addirittura fastidio.

 

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