Hearns, 60 anni da campione. Tre storie: Duran, Hagler e Minchillo…

Thomas Hearns compie oggi sessant’anni. È stato campione del mondo in cinque categorie. Ha vinto il titolo welter Wba contro Pipino Cuevas (kot 2), quello dei superwelter Wbc per MD contro Wilfredo Benitez, la corona mediomassimi Wbc contro Dennis Andries (kot 10), il vacante medi Wbc contro Juan Domingo Roldan (ko 4), la cintura Wbo supermedi contro James Kinchen per MD 12. Ha chiuso la carriera con un record di 61-5-1, 48 ko. Lo ricordo in una spettacolare vittoria contro Roberto “mani di pietra” Duran, nell’indimenticabile sfida con Marvin Hagler, tre round da leggenda, nel successo contro il guerriero Luigi Minchillo. Avrei potuto raccontare altre imprese, i due match con Sugar Ray Leonard ad esempio. Ma non ero a bordo ring. La prossima volta proverò a raccontare qualcosa di più sulla sua vita. Thomas Hearns è un grande pugile, un signore elegante, un atleta carismatico. Una rarità.

Il ko è un momento triste ed esaltante del pugilato. Racchiude l’essenza dello scontro, esalta il vincitore e propone attimi di terrore a chi ha lo sconfitto nel cuore.

Ne ho visti tanti in una vita a bordo ring. Ce ne sono alcuni che ricordo meglio, altri che ho dimenticato. Ma nella mente ne conservo almeno cinque che non scorderò mai. Questo è uno di quelli.

Era il 15 giugno del 1984, sul ring del Caesars Palace c’erano Thommy “Hitman” Hearns che difendeva il titolo Wbc dei pesi superwelter e Roberto “mani di pietra” Duran.

Il match si sarebbe dovuto disputare alle Bahamas, ma era stato trasferito in Nevada perché gli hotel non riuscivano a garantire un’adeguata disponibilità di stanze.

In platea 14.284 spettatori, la pay per view aveva venduto la sfida a 2.1 milioni di case. Per i pugili stessa borsa: 1,85 milioni di dollari.

Hearns (25 anni) al momento del match aveva un record di 38-1-0, l’unica sconfitta subita per kot 14 contro Sugar Ray Leonard quando era in vantaggio su tutti e tre i cartellini dei giudici. Nel primo round metteva due volte al tappeto Duran (77-5, 33 anni compiuti nove giorni prima) che alla fine della ripresa confuso e scosso andava all’angolo neutro. I suoi secondi lo riportavano in quello giusto.

Nel round successivo Hearns lo travolgeva di colpi, stoicamente e grazie a una resistenza fisica eccezionale “mani di pietra” riusciva a rimanere in piedi. Dopo 59 secondi dall’inizio della ripresa un terrificante diretto destro del Cobra metteva ko lo sfidante che finiva faccia avanti al tappeto.

Terrificante.

Il primo colpo era stato un gancio destro, il gong era suonato da un secondo e il gancio destro di Hagler si era già stampato sulla mascella di Thomas Hearns. Era la notte del 15 aprile del 1985, il ring era quello del Caesars Palace di Las Vegas, l’arbitro si chiamava Richard Steele.

Il vento che arrivava dal deserto aveva reso fresca la serata al termine di una giornata calda e umida. Marvin difendeva per l’undicesima volta il mondiale dei medi. Titolo unificato, racchiudeva tutte e tre le sigle maggiori: Wbc, Wba, Ibf. Niente banda dell’alfabeto, il campione era uno solo. Aveva 30 anni Hagler e per arrivare così in alto aveva avuto bisogno della sua bravura, ma anche del potere di un uomo che stava scrivendo la storia del pugilato americano.

Bob Arum, un distinto signore sulla cinquantina. Quando parlava protendeva un po’ in avanti il viso, come se volesse attirare tutta l’attenzione dell’interlocutore. Il suo era un inglese chiaro, da uomo colto. Se la persona a cui si rivolgeva era straniera, la parlata assumeva cadenze lente. Non voleva correre il rischio di essere frainteso. Si era laureato con lode alla facoltà di legge dell’Università di Harvard. Nel suo passato c’era stato un ruolo importante nello staff di Bob Kennedy quando il senatore democristiano era impegnato nella corsa alla Casa Bianca. Arum aveva lavorato per lui come avvocato esperto in problemi di tasse e finanza. Aveva lavorato anche al dipartimento di giustizia dello Stato di New York, era stimato a Wall Street. Aveva ignorato la boxe sino al 1965, poi aveva capito che ci si potevano fare soldi. Tanti soldi. E ci si era lanciato dentro.

Con lui, dal 1977, c’era anche Rodolfo Sabbatini. Classe 1927. Ex giornalista prima all’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi a Paese Sera. Rodolfo era il miglior organizzatore d’Europa. Un omone che adorava la polemica e la alimentava con quel suo vocione roco e la cadenza piacevolmente romana. Aveva stretto un legame forte con la Top Rank di Bob Arum, assieme avrebbero organizzato settanta campionati del mondo.

All’angolo di Hagler c’erano, come sempre, i Petronelli. Erano i manager, gli allenatori, i confidenti, gli amici. Si erano sempre occupati di lui con tanta dedizione. Pat e Goody Petronelli erano nati a Casalvecchio, un paesino vicino Foggia. Una comunità di emigranti albanesi di lunga data. Un posto che aveva anche un altro nome, glielo avevano dato proprio gli Arbereschi. Si chiamava Kazalleveqi e quando i Petronelli erano bambini stava vivendo un piccolo boom demografico. Tremila abitanti, quanti non ne aveva mai avuti prima, quanti non ne avrebbe mai avuti dopo. Poi, la famiglia di Guerrino e Pasquale, si chiamavano così quando vivevano ancora a Casalvecchio, era emigrata in America. Assieme al papà avevano messo su una piccola azienda edilizia. Goody era stato per vent’anni in Marina, nel servizio sanitario. Pat aveva fatto il muratore. Adesso gestivano una piccola palestra dove Goody faceva da maestro, forte di una carriera professionistica che era arrivata fino a ventisei incontri, con una sola sconfitta. Una mano rotta, e curata male, non gli aveva consentito di andare avanti. Ora si divertiva a insegnare ai ragazzi.

Marvin lavorava nel loro cantiere. Tre dollari al giorno per tirare su muri o impastare la calce. Nel 1969, a 15 anni, era entrato per la prima volta nella palestra dei fratelli Petronelli. Era appena nato quello che sarebbe diventato famoso nel mondo come “il triangolo”. Marvin Hagler non era ancora meraviglioso, ma aveva appena fatto la scelta che gli avrebbe cambiato la vita.

Due colpi al corpo di Hagler, un gancio destro di Hearns, due ganci sinistri di Hagler, il diretto destro di Hearns. Gli ultimi quaranta secondi del primo round erano stati una guerra. Non c’era stato posto per l’attesa, si sparavano pugni in serie. L’obiettivo era distruggere l’altro, a qualsiasi prezzo. Thomas Hearns sembrava avesse scelto di combattere in equilibrio precario, quasi ballando sulle punte. Era più alto di dieci centimetri, le sue braccia avrebbero potuto tenere lontano il rivale, creare una ragnatela attraverso la quale sarebbe stato difficile passare. Ma aveva troppa considerazione di se stesso per pensare che Hagler potesse avere più potenza di lui.

 

Hearns aveva 27 anni, 34 vittorie per ko e sei ai punti. Aveva perso un solo match, contro Ray Sugar Leonard. Era già stato campione del mondo dei welter battendo Pipino Cuevas, era stato campione dei superwelter superando Wilfredo Benitez. Aveva messo ko Roberto “mani di pietra” Duran con un diretto che sembrava un colpo di pistola. Perchè mai avrebbe dovuto temere questo giovanotto che veniva da Newark, da Brockton o da dove volete voi. L’unico campione di quelle parti aveva un altro nome, si chiamava Rocky Marciano, era un peso massimo, ed era morto.

Alla fine del primo round Goody stava cercando di tamponare una ferita sulla fronte di Marvin. Un taglio, appena sopra l’arcata sopracciliare destra, che buttava molto sangue, poteva diventare percioloso.

Cotone, pomata, cicatrizzanti.

Goody: “Non preoccuparti, Marvin. Chiudi gli occhi, lasciami lavorare”.

La soluzione di adrenalina avrebbe dovuto funzionare. Un minuto per occuparsi di quel taglio era poco, ma Goody non era uomo da perdere la calma. Non l’aveva mai persa. Aveva la faccia di un bonaccione, ma chi lo conosceva bene sapeva che era lui la guida della famiglia. Pat faceva il manager, prendeva contatti con gli organizzatori, gestiva il patrimonio. Ma era Goody a comandare in palestra e sul ring.

«Alla testa Marvin, picchialo alla testa».

Bertha nelle prime file di ring continuava a urlare con voce stridula il grido di guerra. Era la moglie di Hagler, la madre dei loro cinque figli (Pat Petronelli aveva fatto da padrino alla cresima di Chanelle, una delle ragazze). Bertha dondolava sulla sua sedia, sembrava in trance e continuava a ripetere quella che era più un’invocazione che un consiglio.

Secondo round.

Emmanuel Steward strillava: “Boxa Thommy, boxa”.

 

Il ritmo era da pazzi. Hearns provava a cambiare guardia per evitare il jab destro del campione mancino. L’altro continuava a pressare. Il fisico di Hagler era una scultura perfetta. I muscoli disegnavano un torace senza difetti. Anche la sua boxe sembrava esente da colpe. Il gancio sinistro con cui scuoteva due volte il rivale era da manuale. Era un colpo che basava la potenza sulla rotazione dell’anca e sulla leva fornita dalla spalla. Raggiungeva il massimo effetto a corta distanza. Marvin aveva il rapporto altezza/peso perfetto per scagliarlo ottenendo il massimo del risultato.

Quando suonava il gong, Hearns tornava all’angolo guardando fisso il campione. Sorridendo, come se volesse fargli capire che di quei ganci non ne aveva sentito neppure uno, non avevano fatto danni. Doveva essere piuttosto l’altro a preoccuparsi. Thomas aveva tirato 61 colpi, 26 dei quali erano andati a segno. Ed avevano fatto male al presuntuoso campione. Nessuno dei pugni lanciati da Hagler aveva preoccupato lui. Niente poteva scalfirlo. Questo era il messaggio, ma il volto preoccupato di Emmauel Steward, boss del Kronk Gym di Detroit e maestro di Thomas Hearns, non trasmetteva lo stesso concetto.

Nello spogliatoio, prima della sfida, tutto era sembrato così semplice. Gli uomini ritmavano il suo nome, poi prendevano a pugni il muro. Thomas Hearns ballava, gli altri alzavano i pugni verso il cielo. Nel camerino accanto, Hagler ascoltava in silenzio, poi finalmente diceva qualcosa.

“Non può portarseli tutti sul ring. Lassù ci saremo solo noi. Lui ed io”.

E cominciava a ritmare, sottovoce, due parole: “Distruction and distroy”.
Le ripeteva come una sorta di mantra mentre il resto dello spogliatoio se ne stava in totale silenzio. Neppure un grido di incitamento, un consiglio, un’invocazione. Proprio come era accaduto nella vecchia palestra a Main e Charleston street dove Marvin si era allenato nei giorni passati a Las Vegas. Era lì che aveva fatto le sedute di guanti, al Ring Side Gym: il rifugio del mitico Johnny Tocco. Nessun estraneo aveva accesso in quel buco dove la religione era quella di sempre. Sangue, sudore e lacrime per chi insegue la gloria.

Marvin Hagler amava il suo soprannome, Meraviglioso. Voleva che che facesse parte di ogni introduzione ai suoi match e quando un commentatore televisivo si era rifiutato di farlo, lui era andato in tribunale e aveva cambiato nome. Ora si chiamava a tutti gli effetti Marvin Marvelous Hagler, con una sola “l”. Nessuno poteva ignorarlo.

Finale di ripresa. Destro-sinistro di Hagler, ancora destro. Hearns era scosso. Prima del match aveva fatto un lungo massaggio alle gambe, ma l’uomo che doveva prendersene cura aveva sbagliato qualcosa. Un massaggio forse troppo lungo e adesso le gambe sembravano deboli, incapaci di sostenerlo in quella che era diventata una guerra. In poco più di otto minuti, avrebbero tirato 339 colpi. Più di un colpo al secondo. Più della metà dei quali era andata a segno.

Terzo round. Il destro di Hearns scuoteva Hagler che era alle corde. Richard Steele fermava il match. La ferita si stava aprendo sempre di più, ora rischiava di diventare pericolosa.

Steele: “Ehi Marvin, riesci a vedere con tutto quel sangue che viene giù dal taglio?“

Hagler: “Perchè, ti sembra che non lo stia riempiendo abbastanza di pugni? Lo sto forse mancando?“

L’arbitro chiamava il medico, si agitavano gli uomini d’angolo del campione. Il dottor Donald Romeo faceva segno che, per ora, si poteva continuare. Ma alla prossima chiamata avrebbe fermato il match. Marvin sapeva di avere poco tempo a disposizione se voleva salvare il mondiale.

 

Tre sinistri in fila del Cobra di Detroit. Poi, la fine.
Il primo destro di Hagler centrava Hearns appena dietro l’orecchio sinistro, all’altezza dell’occhio. Thomas perdeva l’equilibrio, barcollava. Marvin lo inseguiva. Due passetti rapidi e ancora un destro che faceva fare allo sfidante un mezzo giro su se stesso, Hearns cercava rifugio alle corde. Non faceva a tempo ad arrivarci, non riusciva a trovare una sponda su cui poggiarsi. Il terzo destro del campione del mondo partiva largo. Era un gancio che si abbatteva come una mannaia sulla mascella di Hearns. Una botta terribile, una sorta di esecuzione.

Thomas si afflosciaca lentamente al tappeto, andava giù in una sorta di fuga verso qualsiasi cosa gli restituisse stabilità. Un uomo in croce, con gli occhi aperti per guardare in faccia la paura. Poi provava a rimettersi in piedi, ma cadeva tra le braccia di Richard Steele che, con un gesto carico di umana pietà, lo aiutava a rimettersi sdraiato sul ring.
Correva Emmanuel Steward, provava a tirarlo su, a togliergli il paradenti per farlo respirare meglio. Correva il fratello dello sfidante, sul volto aveva una preoccupazione infinita. Thomas Hearns non era in grado di stare in piedi da solo. Lo portavano a braccia verso lo sgabello dell’angolo. Si sedeva piegandosi come un sacco floscio, lo sguardo ancora perso nel vuoto.

Un paio di metri più in là Marvin Marvelous Hagler sorrideva mentre i fratelli Petronelli lo portavano in trionfo. Non era per soldi che si erano legati a quel ragazzo. A bordo ring finalmente Bertha aveva smesso di strillare. Se ne stava in silenzio per un istante, poi cercava di salire sul quadrato. Sorrideva Bob Arum, una risata riempiva il faccione di Rodolfo Sabbatini che gli amici chiamavano da sempre “capoccione”. E non solo per le mille invenzioni della vita.

Gli spettatori finalmente avvertivano un senso di pace. La guerra era finita. Erano stati travolti da una frenesia inebriante, pericolosa. Avevano sentito scariche elettriche attraversare i loro corpi. Non era solo violenza allo stato puro quella che i duellanti avevano espresso sul ring. C’erano state anche strategia, sentimento, passione. E in meno di nove minuti tutto questo aveva attraversato la grande arena del Caesars Palace, confondendosi fra le migliaia di persone che faticavano ancora a libersarsi da quella montagna di emozioni.

La guerra era finita. E Marvin Hagler era sempre più Meraviglioso.

 

kover

La prima volta che ho visto combattere Minchillo ho pensato che non avesse futuro. Il tronco era quasi parallelo al tappeto. Forse esagero, ma il ricordo è quello di un pugile che si attorcigliava su se stesso per provare a piazzare un colpo.

Mi sbagliavo, come mi sono sbagliato tante volte. Luigi Minchillo era un ottimo pugile, un guerriero indomabile che non si fermava davanti a niente. E andava a cercare il rivale, lo pressava, l’attaccava, provava a vincere. Anche se l’altro si chiamava Acaries, Hope, Benes, Duran, Hearns o McCallum. A volte riusciva a centrare l’impresa, altre no. Ma statene certi, ci provava sempre.

Trent’anni fa a Detroit l’ho visto battersi alla Joe Louis Arena contro Thomas Hearns, il Cobra. Eravamo arrivati laggiù portandoci un po’ di paura dall’Italia. La sfida era terribile. L’altro aveva perso una sola volta in carriera, contro Sugar Ray Leonard. Aveva sconfitto Esteban, Cuevas e Benitez. Picchiava come un assassino e si batteva in casa.

NOI

Detroit faceva paura (sopra, da sinistra Mauro Bruno di Tuttosport, io per il Corriere dello Sport e Teo Betti del Messaggero).

Mettete i soldi in cassetta di sicurezza e spostatevi solo in macchina. Non uscite mai la sera.

Prima di salutarci l’italiano che era venuto a prenderci all’aeroporto aveva ritenuto opportuno darci questo consiglio.

Il sindaco della città aveva prolungato di un’ora l’apertura delle scuole elementari. Si entrava alle 9:30, prima era ancora buio e il numero di bambine stuprate era in preoccupante aumento.

Gli under 18 aveva il coprifuoco. Tutti a casa entro le 22.

Detroit era una polveriera. Aveva primati che non potevano certo essere invidiati: 635 omicidi l’anno, 58 ogni 100.000 abitanti che significava moltiplicare per otto la media nazionale. Nel 50% dei casi vittima e assassino avevano meno di 16 anni.

L’industria automobilistica era crollata. Le compagnie straniere avevano conquistato il 30% del mercato e il colosso General Motors era sceso sotto il 35% con una perdita di undici punti rispetto a sei anni prima.

Le fabbriche chiudevano una dopo l’altra. Operai e dirigenti erano sul lastrico. La criminalità stava prendendo il sopravvento. Da Motor Ciy, la città si era trasformata in Nightmare City. L’incubo aveva preso il posto dei motori.

La parte ovest di Detroit è lontana dal Paradiso.”

Così mi aveva detto un collega americano. Era un ottimista, aveva salvato l’altra metà.

Spacciatori, ladri e stupratori erano tra le professioni con il più alto tasso di crescita. La gente fuggiva in periferia, lasciando il centro in mano alla criminalità.

Mink

Minchillo era un bravo ragazzo. Passionale, coraggioso, istintivo. Era sbarcato a Detroit con il manager Giovanni Branchini, il maestro Elio Ghelfi ed uno spicchio della sua famiglia: il fratello Guerino, papà Paolo e la moglie Enza.

Eravamo andati tutti assieme alla Joe Louis Arena per vedere giocare i Red Wings, campionato NHL. Hockey ghiaccio.
C’erano solo bianchi nell’arena. L’unico nero era Mudimbi, sparring di Luigi.

La sera del match la percentuale degli afroamericani era salita al 90%.

Avevo incontrato Thomas Hearns alla Cobo Hall. Il ring era al centro di un enorme salone. Indossava un accappatoio bianco e i suoi occhi ti scrutavano l’anima.

Era gentile, disponibile, corretto.

Sullo sfondo un’intera parete a vetro faceva arrivare il mio sguardo fino al Canada. A separarlo da Detroit c’era solo il fiume.

Avevo parlato a lungo con Hearns che, seduto su una panca, non aveva mai mostrato la minima insofferenza davanti a un giornalista italiano che non conosceva, ma che sentiva di dover rispettare.

HEARNSOK

L’avevo rivisto di nuovo la mattina del peso al Kronk Gym. Aveva un cappotto di cammello, un abito elegante, una cravatta di classe.

Sempre disponibile, un grande professionista.

Mi aveva raccontato di come amasse l’Italia, del rispetto che aveva per Minchillo, del forte legame che accomunava lui e la città.

Dietro di lui un grande cartellone con il disegno stilizzato dei grattacieli in vetrocemento e una scritta “Do it in Detroit”. Fallo a Detroit. Poco più in là sfilavano in passerella le ragazze che ambivano al ruolo di Ring Girl nella notte del mondiale. E sì, perché in palio c’era il titolo Wbc dei superwelter.

Luigi Minchillo quella chance se l’era meritata. Sapeva che era un compito rischioso, ma era orgoglioso di giocarsela fino in fondo. Nel gelo della città, nella neve che copriva le strade, nel ghiaccio che avvolgeva ogni cosa, il guerriero di San Paolo Civitate si sentiva caldo per la sfida.

Detroit era scura, buia. In ogni angolo.

Ma era possibile ascoltare ovunque della buona musica. Anche nella hall del mio albergo. Lì erano cresciuti Steve Wonder, le Supremes, i Temptation. Era la città della Motown, di Madonna, di Aretha Franklyn. La città del jazz.

Avevo sceso pochi gradini ed ero già dentro al locale. Con me c’erano Elio Ghelfi e il figlio Ivan. Avevamo faticato a vedere qualcosa, eravamo andati a tentoni e finalmente avevamo trovato un tavolo con tre sedie libere. Avevamo ordinato qualcosa a un cameriere che si muoveva in quel buio come se avesse avuto un radar nascosto nella testa. Avevamo bevuto e ascoltato re ottime esecuzioni.

Quando si era accesa qualche luce, finalmente avevamo visto i nostri vicini. Una signora riusciva miracolosamente a non sbattere la testa sul tavolino. Il capo le scendeva lentamente verso il basso per fermarsi solo quando era a un paio di centimetri dal legno per poi tornare su. Aveva gli occhi chiusi, le braccia penzolanti.

Al tavolo davanti un ragazzo faticava a parlare, strascicava le parole, aveva la voce impastata. La bella figliola che gli sedeva davanti non tentava neppure di fingere, non le importava nulla di quello che stava dicendo quel tizio. Lei era impegnata a vagare in un mondo tutto suo.

Anche il resto dei frequentatori di quella sala, tranne qualche eccezione, non era molto diverso.

match

La notte del mondiale, Minchillo recitava alla perfezione il suo ruolo. Non indietreggiava, ma andava incontro al dolore. Non aveva paura, non ne ha mai avuta. A un certo punto sembrava addirittura che Hearns voltasse le spalle e si ritirasse, l’italiano esultava. Ma era solo un’impressione. Il campione torturava di colpi il volto e il corpo del rivale e la sua vittoria era netta, sacrosanta.

Dopo il match Luigi se ne stava disteso sul lettino dello spogliatoio. Aveva gli occhi gonfi, il corpo dolorante. Faticava a respirare, stringeva al petto le fotografie dei figli: Stefania e Paolo. La moglie Enza gli stava accanto: silenziosa, trepidante.

Detroit era una città terribile. Mi dicevano che la gente in strada fosse pronta a uccidere per poco. La paura era di gran lunga il sentimento più diffuso in quella metropoli angosciante come un incubo.

Ma Luigi Minchillo non sapeva cosa significasse quella parola. Aveva sfidato il migliore, aveva perso, ma era tornato a casa con l’orgoglio di avere fatto il suo dovere fino in fondo. Sul volo che lo riportava a Milano l’avevano riconosciuto, gli avevano fatto i complimenti. Lui nascondeva gli occhi pesti dietro un paio di occhialoni da sole. Ma era solo per pudore, non voleva esporre le sue ferite.

Il guerriero era andato all’inferno e ne era uscito a testa alta.

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