Si ritira Francesca Schiavone, il suo era un grande tennis tra amori e paure

Che cosa è il genio? È fantasia, intuizione,
colpo d’occhio e velocità di esecuzione
(Gastone Moschin, Amici miei)

 

Questa storia ha inizio nei primi giorni di marzo, in un ristorante sul mare, davanti a uno splendido pesce arrosto e a un bicchiere di buon vino. Da una parte del tavolo il mio amico Andrea, dall’altra io. Lui ama il jazz, io ne so davvero poco anche se mi piace ascoltarlo.

Sono curioso di natura e per curiosita gli chiedo di suggerirmi il nome di un musicista dal suono caldo, che sappia toccare picchi di grande talento, capace di esprimersi in modo diverso dagli altri.

Andrea mi risponde con un consiglio.

“Ascolta “My favorite things” di John Coltrane”.

Lo farò appena tornato a casa, lo prometto.

Ora è lui a farmi una domanda.

“E nel tennis femminile c’è qualcuna che sappia toccare picchi di grande talento e abbia un gioco caldo, musicale?”

“Certo”

“E…”

“Restando in casa nostra dico un nome: Francesca Schiavone”.

Certo il sassofono di John Coltrane ha note di una magia più alta, ma non a caso appena cito la milanese sono proprio alcune parole del jazzista a tornarmi alla mente.

“Ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio”.
L’adagiarsi sul mare della tranquillità per paura di affrontare nuovi percorsi è il nemico peggiore per chi ha grande talento, ma non altrettanto coraggio.

Andrea, che sa anche di tennis, aggiunge una frase di Nathaniel Adderley, cornetta e tromba guida nel soul jazz.

“Non ho mai sentito di un musicista jazz che sia andato in pensione. Ami ciò che fai, quindi se vai in pensione, cosa fai, suoni per i muri?”.

Anche in Francesca c’è uno spiccato senso del paradosso. Lo usa con la consapevolezza di chi ha trasformato il proprio lavoro nell’amore di una vita.

“Smettetela di chiedermelo. Una come me non si ritirerà mai”.

La Schiavone firma così la sua dichiarazione di guerra contro coloro che vorrebbero etichettarla in fretta come ex.
In fondo Adderley non ha detto una cosa molto diversa.
Basta mettere il tennis al posto del jazz e il gioco è fatto.
Ed è veloce anche il collegamento con le parole di Coltrane.
In un mondo di picchiatrici, di gente che usa la racchetta come mezzo per offendere, lei con l’attrezzo ricama traiettorie magiche, propone nuovi orizzonti. Perché è così che interpreta il mestiere.

“Una volta ho scritto: se l’arte del frullone fosse materia di studio, Francesca Schiavone sarebbe professoressa emerita. Nel tennis di questa piccolina, comunque dotata di un fascio di muscoli scattanti, c’è la passione di chi cerca la strada migliore da percorrere frugando tra i gesti del passato”.
Lei così minuta, non avrebbe potuto e non può ingaggiare lotte selvagge col popolo delle amazzoni e allora usava e usa le armi di una volta. Un tempo le bastava aggiungere un po’ di grinta per vincere. Oggi che gli anni corrono veloci, deve affidarsi alla costanza di un rendimento decoroso e a un talento che non l’abbandonerà mai.
Perché la Schiavo è una tennista capace di regalare cento emozioni, una guerriera che non si arrende mai.
Mi impegno come se dovessi conquistare un amore” mi ha detto tempo fa. Ogni punto raccolto è un abbraccio, un bacio, una carezza. Perché è lei stessa ad avere bisogno d’amore: “È il dono più grande della vita”.
È una ragazza che si mette costantemente in gioco. Punta forte e chiede la gioia di un fremito, di un’eccitazione che può venire da un bel colpo, da un game portato a casa con grande fatica, di una partita strappata via quando sembrava persa.

Andrea mi chiede cosa faccia di lei una tennista così speciale.
“Ha bisogno di immergersi sino in fondo all’anima nello sport che ama, ma ha bisogno anche di sentirlo sul proprio corpo. Quando ha vinto il Roland Garros 2010 ha prima baciato e poi mangiato la terra rossa del Philippe Chatrier. Si è rotolata sul campo per sporcarsi il bianco del completino, per sentire sulla pelle la terra che le aveva regalato una gioia così grande da riempirle il cuore. La sua è una gestualità pagana che le ha permesso di vivere intensamente l’avventura sino in fondo”.
La Schiavo ha sempre praticato un tennis fatto di tocchi che sembravano e sembrano dimenticati dal resto del gruppo.

Un rovescio a una mano pieno di istinto e naturalezza. E poi smorzate, variazioni di ritmo, top spin esasperati. Una tattica diversa per ogni partita. Perché la signora sa leggere la sfida come poche altre giocatrici, sa scegliere il percorso migliore. Non è detto che oggi riesca portarlo a termine felicemente, ma sicuramente nella sua mente l’idea è chiara e precisa come lo era negli anni della gloria.
Quando sta sotto non si arrende, mette assieme le armi di un tennis pieno di risorse e riprende a lottare. Ma per esprimersi al meglio, per volare sul campo, deve sentirsi amata, perché il suo modo di interpretare il tennis è sentimentale, antico e nobile come i gesti che regalava e (a tratti) ancora regala sul campo. E così non nasconde nulla al pubblico. E’ solare. Si esprime con la faccia, con l’intero corpo. Gioia, delusione, rabbia, felicità sono tutte in vetrina. Vuole che anche la gente si senta partecipe del suo umore. Perché lei alla folla chiede aiuto.

“A questo punto ci starebbe bene uno di quei paralleli che spesso fai con lo sport che più ami” mi provoca Andrea.

Raccolgo la sfida.
“Non so se lei abbia mai visto all’opera Muhammad Ali, anche lui succhiava energia a chi era lì per vederlo combattere. Dagli applausi, dalle urla, dagli incitamenti, prendeva nuova forza per andare avanti”.
Il suo tennis, come penso sia la sua vita, è pieno di domande, di dubbi.

Quando gioca, non sa bluffare. Soffre perché teme che dopo ogni singola partita, un Tribunale spietato possa valutare la sua intera carriera. Perdere, pensa, sminuirebbe anche tutto quello che ha già conquistato. E’ un timore ingiustificato. Chiunque parlasse di lei in questi termini, sbaglierebbe clamorosamente.
E’ nella storia dello sport.
Ma neppure questa certezza riesce a tranquillizzarla.
E’ un tennis fisico e di tocco quello della Schiavo. Con il rovescio a una mano, le volée vellutate, i pallonetti imprendibili, le smorzate assassine. Ma anche con le rincorse su palle disperate, i recuperi miracolosi, la lotta sino all’ultimo colpo. È un modo di giocare che l’ha portata in alto, fino a farle toccare il numero 4 del mondo e a essere etichettata come la numero 1 italiana di sempre. Ma lei respinge il giudizio sulle bocche di chi l’ha pronunciato.
“Non faccio questo sport per impormi su qualcuno. Lo faccio perché lo amo”.
È questa la chiave di lettura per capire cosa l’abbia spinta ad andare avanti fino ai trentotto anni che ha compiuto in giugno, avanti anche quando i risultati negativi si assommavano in modo tale da creare un potenziale imbarazzo.
Sulla terra rossa è stata campionessa di livello assoluto perché su quella superficie ha tempo per pensare, spazio per far valere il tocco contro la potenza, capacità di gestire tatticamente la partita senza rimanere ostaggio del servizio.
Sul campo è da applausi. Regala ancora emozioni, ma anche lampi di classe assoluta. Fuori dal rettangolo di gioco fatica di più.
Ha problemi soprattutto a relazionarsi con la stampa.
Qualche tempo fa mi ha detto.
Ho paura di essere fraintesa, di passare per quella che non sono, di rompere il filo che mi lega agli altri. Io ho bisogno di dividere le mie gioie, non poterlo fare mi darebbe un grande senso di angoscia”.
E allora si lancia in discorsi rincorrendo parole che a volte le scappano via inaspettatamente. Nel tentativo di rimetterle in riga, di dare all’intero discorso un senso logico, si perde per strada e finisce con il creare un nuovo modo di comunicare.
A me sembra che la Schiavo un po’ ci giochi, un po’ ne sia vittima. La realtà è che alla fine non sempre il messaggio arriva nello stesso modo in cui era stato pensato.
Ma resta comunque unica.
Come in campo, anche davanti a un giornalista di cui si fida, Francesca è una donna contro. Esprime concetti mai banali, regala scosse emotive, disegna scenari da scrittrice vera. Ogni intervista che le ho fatto mi ha dato solidi elementi per un buon titolo. E questa è una qualità che, a mio giudizio, pochi sportivi hanno.
Ma è anche una che non ce la fa a fidarsi del tutto.
Scriveva poesie, ha smesso. Scriveva un diario, non l’ha fatto leggere a nessuno. Mi ha detto: “Mi sono fermata. Tutto è troppo contorto. Scrivo quando sento qualcosa di importante nascere dentro di me. O forse me lo immagino. Non le faccio leggere perchè ho paura che dai miei versi si possa capire cosa provo, non mi piace mettere a nudo la mia anima davanti a chiunque.
Non le piace confrontarsi con i giornalisti, ha la sensazione che le rubino qualcosa nell’anima.
Fatico a darle torto.

“Sei conquistato da questa tennista, per come gioca e per come pensa. Regalami con poche parole qualcos’altro di lei che ti ha conquistato”, Andrea comincia a prenderci gusto. La storia gli piace.

“Una volta mi ha raccontato che al mattino appena sveglia le piaceva ascoltare Mozart e che niente come una corsa sulla moto riuscisse a regalare una sensazione di libertà. Mi sembra possa bastare”.
È anche per questo che quando vinceva, non riuscivo a trattenere un sorriso. Ero felice per lei, la piccola guerriera talentuosa aveva colpito ancora.

Andrea sorride, penso proprio che la Schiavo abbia conquistato anche lui.

Entro in uno dei rari negozi di dischi, cerco e trovo My favorite things di John Coltrane. Una magia. Come ho fatto ad arrivare fino a oggi senza averlo mai ascoltato?

Come potete amare il tennis se non vi siete mai emozionati vedendola giocare? Adesso è tardi, ha detto basta ed è uscita di scena. Applausi.

 

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