Quel giorno indimenticabile. Supero 6-0 6-0 Federer, sconfiggo Monzon…

Un giorno che non dimenticherò mai.

Tutti ne abbiamo uno nella nostra memoria. È legato a un evento particolare che ci ha dato gioia o dolore. A volte però si tratta di una storia che negli istanti in cui l’abbiamo vissuta non ci ha regalato particolari sensazioni. Ma, vista a distanza, rivissuta nel tempo, ha assunto un significato particolare.

Indimenticabile, appunto.

Fine agosto del 1991, Roger Federer ha festeggiato due settimane prima il decimo compleanno. Si trova a Grussenholzli, un’area industriale a Pratteln, vicino alla strada che da Basilea arriva sino a Berna e Zurigo. Gioca in un torneo Under 10, ma gli iscritti di quell’età sono pochi e così si trova davanti un ragazzone più grande di lui di quasi tre anni.

Reto Schmidli è più alto e più grosso. E soprattutto tira più forte.

Alle fine batte Roger Federer 6-0 6-0.

L’unico doppio “bagel” subito nell’intera carriera dal fenomeno svizzero.

Eppure non avevo giocato così male. Ma era solo una sconfitta, niente di grave.

Così la racconterà molti anni dopo Federer. Testimoni oculari giurano che non sia andata esattamente così.

Roger era un pessimo perdente, non accettava l’idea di essere battuto. Si era accucciato sotto il seggiolone dell’arbitro e aveva pianto per mezz’ora.

L’ha detto qualche tempo fa anche Madeleine Barlocher, la prima insegnante.

Roger Federer è stato numero 1 del mondo per 305 settimane, 237 delle quali consecutive. Ha vinto 20 titoli dello Slam. È probabilmente il miglior tennista di sempre.

Reto Schmidli non ha mai giocato da professionista. Vive in un sobborgo di Basilea dove fa il poliziotto. Ha studiato psicologia ad Arlesheim.

La storia è stata pubblicata qualche anno fa sui giornali, da allora gli è capitato più volte che la gente lo fermi per strada e gli chieda se sia stato proprio lui a dare un doppio 6-0 al mito. Sorridendo Reto stringe le mani ai curiosi e corre via.

Una vittoria così è per sempre.

La notte del 9 aprile 1964, Carlos Monzon apriva un nuovo capitolo della sua vita. Perdeva contro Alberto del Carmen Massi: un giovanotto di 24 anni che gli amici di Rio Cuarto chiamavano Pirincho. Uno a cui e Carlos aveva con spregio regalato il soprannome di “el gordo”. Il ciccione.

Avevano combattuto a Cordoba. Monzon era più alto e più bravo, ma aveva perso.

Non è vero. La verità è che sono stato derubato. L’ho battuto ogni volta che l’ho affrontato.”

Quattro sfide, tre verdetti per il mito di Santa Fe. Ma quella volta aveva perso.

Alberto del Carmen Massi, lavorava come cameriere, poi sarebbe diventato muratore e successivamente fuochista su una nave. Era stato campione militare e aveva vinto i primi due match da professionista. Come pugile non era niente di speciale, il record di fine carriera l’avrebbe confermato. Giovane, inesperto e senza grandi potenzialità. La vittoria contro il santafesino sarebbe stato il ricordo più bello di una carriera anonima. Se lo sarebbe portato dietro per sempre.

Yo le gané a Carlos Monzón”.

Ho battuto Carlos Monzon.

L’avrebbe scritto anche sul biglietto da visita, se solo ne avesse mai avuto uno.

All’angolo di Escopeta Monzon non c’era Amilcar Brusa, il maestro era a Santa Fe per assistere Roberto Chetta che affrontava Federico Thompson. Per sostituirlo erano saliti sul ring addirittura in tre: Genaro Ramusio, Alfredo Luna, Manuel Hemida. Ma l’omone non aveva sostituiti. Era unico.

Terza e ultima sconfitta da professionista per Escopeta.

Sei anni dopo Carlos Monzon avrebbe messo kot Nino Benvenuti al PalaEur e sarebbe diventato campione del mondo dei pesi medi. Avrebbe difeso quel titolo 14 volte, mantenendo la cintura per oltre sette anni.

Otto anni dopo Alberto Massi si sarebbe ritirato senza essersi mai battuto per il titolo nazionale, chiudendo la carriera con un record di 22 successi, 28 sconfitte e tre pari.

A volte il ricordo più bello di una vita è una vittoria da custodire gelosamente perché non ce ne sono altre da raccontare.

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