Con i guantoni a due anni, vuole conquistare il mondo. Il suo nome è Shakur

Il ragazzo è esuberante, come la sua boxe.
La prossima settimana, il 16 febbraio a Reno, tornerà sul ring per il quinto match da professionista: otto riprese al limite dei pesi piuma. Non avrà un rivale di comodo.
Shakur Stevenson (4-0, 2 ko) affronterà Juan Tapia (8-1-0, 3 ko) nel sotto clou di Ray Beltran (34-7-1, 21 ko) vs Paulus Moses (40-3-0, 25 ko) che assegnerà il vacante titolo Wbo dei leggeri.
Shakur si è allenato a Colorado Springs, nel Centro Nazionale, assieme ai ragazzi della squadra statunitense. Andre Ward, campione del mondo e suo co-manager, è andato a fargli visita e ha detto di averlo trovato in grande forma.
Stevenson, venti anni, sembra destinato ai massimi traguardi. Il ragazzo ne è convinto.
Nell’ultima Olimpiade, quella di Rio 2016, ha vinto l’argento. Tra i professionisti vuole arrivare al mondiale.
La sua è una storia che merita di essere raccontata.

copertina

Las Vegas, 7 settembre del ’96.

Una BMW 750iL procede lentamente lungo Flamingo Road, si ferma al rosso del semaforo che è all’incrocio con Koval Lane. Dentro c’è Tupac Shakur: rapper, attore, produttore e chissà quante altre cose ancora. Viene dall’MGM Grand dove sedeva a bordo ring per Mike Tyson vs Bruce Seldon, 109 secondi di poca boxe e un veloce ko di Iron Mike. All’interno dell’hotel è stato protagonista di una gigantesca rissa con una gang rivale.

Una Cadillac affianca lentamente il lato destro della BMW, il passeggero dietro il guidatore tira giù il finestrino e spara.

Pam, pam, pam, pam.

Quattro colpi di pistola, quattro proiettili che centrano Tupac Shakur. Quello al polmone destro produce danni mortali. Ricoverato in ospedale, morirà quattro giorni dopo.

Rio de Janiero, agosto 2016.

Un altro Shakur può far tornare il sorriso sulle bocche degli appassionati di boxe americani. Si chiama così perché la mamma Malikah Stevenson adorava il rapper ucciso e il figliolo è nato proprio nove mesi dopo quell’omicidio. Un nome di battaglia per un guerriero.

Questo ragazzo ha la faccia da bambino. Ma non fatevi ingannare, picchia come un uomo grande. Ha messo i guantoni a due anni, a cinque era in palestra, a otto vinceva il primo match. Il nonno, Willie Moses, l’ha tirato su. Non tanto per farlo diventare un pugile, quanto per tenerlo lontano dalla strada.

Nove figli, Shakur è il più grande. Quello più piccolo ha solo sette anni. La mamma ha paura, la violenza non è cosa rara per le strade di Newark, New Jersey. Un suo cugino è stato assassinato a sangue freddo con due colpi di pistola alla faccia. Non vuole che i suoi bambini corrano pericoli. È per questo che si sente felice quando il ragazzo comincia a vincere, sa che quei successi lo porteranno lontano da Newark.

Campione mondiale junior, imbattuto contro i 23 non americani che ha affrontato da dilettante. Ha però perso due volte contro Ruben Villa, l’incubo che avrebbe potuto strappargli il pass olimpico nei pesi gallo.

Ha trovato una foto del loro secondo match, quella in cui l’arbitro alza il braccio del vincitore mentre lui ha lo sguardo abbassato. Ha messo quell’immagine sul telefonino e l’ha guardata ogni minuto della giornata.

Ai Trial ha sconfitto due volte Villa e ha conquistato il Brasile.

kover

La mamma odia gli aerei, ma si sa e’ figli so piezz e’ core. Per loro si fa qualsiasi sacrificio. Per lui era pronta a volare. Prima però bisognava trovare i soldi. È stata così aperta una raccolta fondi per raggiungere quei 10.000 dollari che avrebbero permesso a lei, al nonno e a Ibn (il secondogenito) di andare a Rio.

Gli Stati Uniti non vincevano un oro da quando Andre Ward (non a caso firmerà come co-manager del ragazzo…)  l’aveva conquistato ad Atene 2004. Ai Giochi di Londra 2012 non erano neppure saliti sul podio!

Shakur Stevenson era la grande speranza americana nell’Olimpiade del 2016. Nella sua categoria, i pesi gallo, c’era gente fortissima, a cominciare dal campione olimpico dei mosca Robelsy Ramirez, il cubano che l’ha battuto in finale. C’era l’irlandese Michael Conlan, bronzo a Londra. C’era gente di primo livello.

Ma Stevenson era fiducioso, i giornali di casa lo descrivevano come il nuovo Mayweather. Vero, a volte i reporter esagerano. Ma questo mancino diciannovenne ha un jab di grande efficacia, è veloce di braccia e si muove bene in difesa. Ce ne è abbastanza per far sognare i tifosi di boxe degli States, umiliati dagli ultimi risultati dei loro dilettanti.

Shakur voleva riportare il sorriso sulle loro facce.
Ha sfiorato l’impresa da dilettante, ha giurato che da professionista non fallirà.

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