Campioni da raccontare. Icio Stecca, l’incanto di una notte francese

Sono stato fortunato. Ho visto passare davanti ai miei occhi mille storie. E ho potuto raccontarle. Da più di quarant’anni seguo il pugilato, la maggior parte del tempo l’ho vissuto a bordo ring a contatto con i protagonisti. Sfogliando l’album dei ricordi ho pensato potesse essere interessante riproporre una galleria dei campioni che ho incrociato lungo il cammino. Raccolgo in questo blog pagine d’epoca. Dentro ci sono quei pugili italiani che mi hanno entusiasmato. Oggi tocca Maurizio Stecca, il match è quello del 18 dicembre 1992 a Clermont-Ferrand contro Fabrice Benichou
per l’europeo dei piuma.

Campioni da raccontare 7. continua
(precedenti puntate: Valerio Nati, 2 febbraio; Patrizio Oliva, 3 febbraio; Sumbu Kalambay, 4 febbraio; Giovanni Parisi, 5 febbraio, Leonard Bundu, 6 febbraio;
Alessandro Massimiliano e Carlo Duran, 7 febbraio)

Era un dicembre freddo, ventoso. La pioggia veniva già fitta. Niente scrosci d’acqua, nè temporali. Solo una lenta, fitta pioggerella fastidiosa.

Poca gente in strada, anche il clan italiano dopo l’allenamento si era rintanato in albergo. Nella piccola hall, seduti in piccole poltrone, sedevano Umberto Branchini, Elio Ghelfi e il dottor Mario Ireneo Sturla.

Maurizio “Icio” Stecca se ne stava in disparte. Il match che due giorni dopo l’attendeva non era dei più semplici.

Chi gli voleva male diceva che stava celebrando quello che i cantanti di lingua inglese chiamano farewell tour, una tournèe di addio. In altre parole i maligni sostenevano che fosse solo a caccia di buone borse. In cambio, aggiungevano con una perfidia neppure nascosta, offriva un nobile curriculum che avrebbe reso onore all’avversario.

Non era così, non poteva essere così.

Maurizio negli ultimi dieci anni era stato una delle colonne del pugilato italiano. Prima da dilettante dove era arrivato all’oro olimpico a Los Angeles 1984. Poi da professionista dove aveva vinto il titolo italiano, europeo e infine quello mondiale. Non avrebbe mai pensato di barattare l’onore con la moneta.

A 29 anni sentiva che le stagioni migliori erano alle spalle e magari accettava qualche rischio in più. Questo sì, ma saliva sempre sul ring con l’obiettivo della vittoria.

Eravamo a Clermont-Ferrand, Francia, nella regione dell’Auvergne. Un posto di mezza collina dove tutti adoravano l’idolo di casa.

Lui era Fabrice Benichou, un francese nato solo per caso a Madrid.

Il papà di professione faceva il fachiro. Si bucava le braccia con gli aghi, si faceva seppellire vivo per ore, si sottoponeva a crocefissione, una volta si era addirittura fatto investire da una macchina. Superava il dolore grazie a una profonda conoscenza di una misteriosa tecnica yoga.

Qualche volta esagerava. Sembra che avesse fracassato dei mattoni messi sul ventre della moglie sdraiata su una tavola piena di chiodi. Lei era incinta di Fabrice, che era nato tre mesi prima del previsto. Appena un chilo e trecento grammi sulla bilancia. L’ospedale americano di Madrid lo aveva tenuto nell’incubatrice e lo aveva miracolosamente salvato. Era il 1965.

Il ragazzo aveva imparato a crescere  lottando. Contro chi lo prendeva in giro per una deformazione al palato, contro chi lo sfotteva per quell’essere eterno girovago di natura. La famiglia viaggiava in continuazione in cerca di nuove piazze, dicono che avessero visitato almeno quaranta diversi Paesi.

Un piccolo guerriero fragile. Abbastanza tosto però per vincere prima l’europeo e poi due volte il mondiale. Aveva da poco perso il titolo Wbc dei piuma contro Paul Hodkinson. Il suo record era di 33-12, a 27 anni aveva tutto il tempo per ricominciare. E il nuovo inizio sarebbe stato quel 18 dicembre del ’92 contro Maurizio Stecca. Nessuno in Francia pensava potesse finire diversamente, pochi lo ritenevano possibile anche in Italia.

L’avvio del combattimento aveva confermato i pronostici.

Icio era andato al tappeto nel primo round.
È già finita?
Il pensiero correva di testa in testa nell’affollata platea.
No, non era finita. Il divertimento cominciava proprio in quel momento. La sfida entrava in una dimensione inaspettata.

Stecca era un gioiellino, un capolavoro di perfezione meccanica. Piacevole da vedersi, portava i colpi con precisione da maestro, li tirava esattamente come andavano tirati. Ma dava l’idea di una fragilità fisica e anche sul piano della tenuta mentale in pochi avrebbero scommesso la casa su di lui.

Si sbagliavano, eccome se si sbagliavano.

Maurizio Stecca da Sant’Arcangelo di Romagna, per gli amici Icio, si era trasformato in una furia. Incalzava, attaccava, piazzava i colpi incurante di quali potessero essere le reazioni dell’altro. Benichou ci provava, ma Icio era un maestro della nobile arte, un combattente senza paura. Picchiava e schivava, colpiva e rientrava. Mobile quando c’era da evitare l’attacco di Benichou, ben fermo sulle gambe quando toccava a lui mettere la botta giusta.

Era una lotta selvaggia, il sangue usciva dalle ferite dei duellanti e andava a coprire i pantaloncini che diventavano di un rosso intenso, inquietante.

icio kover

Fabrice l’ispano-francese sembrava un vecchio samurai. I lunghi capelli appiccicati al volto, il codino che ormai si era perso lungo il cammino della lotta, il profilo scolpito con tratti duri senza concessione alla dolcezza. Attaccava, cercava la corta distanza, l’unica da cui poteva sperare di ottenere un risultato.

Icio lo soggiogava, lo surclassava in classe e personalità.

Alla fine il capolavoro era sancito da una meritata vittoria ai punti in terra di Francia, dalla riconquista dell’europeo dei piuma e dalla gioia di avere rispedito in campagna tutti quelli che erano pronti a cantare il de prufundis.

Sì, penso sia stato proprio quello il miglior match da professionista di Maurizio Stecca.

Era rimasto sul ring altri tre anni. Perdendo, riconquistando e riperdendo la cintura continentale. Poi aveva chiuso con il titolo italiano.

Oggi fa l’allenatore in nazionale. Lotta ancora, ma stavolta il nemico si chiama Epn, una malattia che aggredisce le cellule base del midollo osseo e attacca indifferentemente i globuli rossi, quelli bianchi e le piastrine. Non muori, ma stai male e devi sottoporti a controlli continui.

Icio è un combattente, continua a lavorare anche se ogni tanto qualcosa gli fa pensare che sarebbe meglio tenere la guardia più alta.

Benichou è andato avanti per altri 14 anni e quando ha smesso ha sofferto in maniera tremenda quella che il giornalista Jean-Pierre Delacroix di Libération ha definito “vita post sportem”. Ha cominciato a bere fino a non poterne più fare a meno. Quando la seconda moglie lo ha abbandonato ha pensato che non valeva più la pena di vivere. Per tre volte ha tentato il suicidio, l’ultima lo hanno salvato i parenti spaventati da alcuni messaggi che aveva postato su Facebook.

Ce l’ha fatta, si è disintossicato, ha scritto la storia della sua tormentata esistenza in una biografia (“Putain de vie!”, editore Plon). Sembra sia riuscito a uscire dal tunnel.

Quando qualche tempo fa un giornalista di Le Monde è andato a trovarlo, ha risposto alla prima domanda con un mezzo sorriso triste.

“Come stai?”

“Sono ancora vivo”…

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