Il labirinto del pugile senza nazione. Vogliono deportarlo ma non trovano i documenti per farlo

L’angoscia è sempre presente nella vita di Bilal Fawaz, detto Kevin. A fine novembre lo hanno portato in un centro di detenzione in attesa di deportarlo in Nigeria. È rimasto lì per 34 giorni, Natale e Capodanno compresi.

Martedì lo hanno liberato su cauzione.

Perché?

Il Ministero degli Interni non è stato in grado di dire quando potrebbe essere in grado di ottenere i documenti di viaggio necessari per l’espulsione.

La vicenda di questo ragazzo è davvero complessa. L’ho raccontata qualche tempo fa, ora la riassumo.

È nato in Nigeria 29 anni fa. Orfano di madre da quando ne aveva otto. Lei veniva dal Benin, il papà dal Libano.

A 14 anni uno zio lo manda a Londra per riunirsi con il papà. Non lo vede mai. È accompagnato in una casa per rifugiati dove è picchiato, affamato, ridotto quasi in schiavitù senza avere quasi nulla da mangiare.

I suoi compagni sono criminali con problemi mentali, lui si adatta alla situazione. Commette qualche piccolo crimine, fuma cannabis e guida senza licenza. Abbastanza per convincere il Ministero degli Interni a non concedergli il visto di soggiorno, né il permesso di lavoro.

Sposa una cittadina britannica, il Ministero dichiara nullo il matrimonio essendo stato contratto quando la sua condizione di immigrato non era stata definita.

Scopre il pugilato. Vince il campionato londinese dei medi. Combatte sei volte per l’Inghilterra, una contro la Nigeria. Sembra sia un talento, Frank Warren gli offre un contratto con un minimo garantito di 230.000 sterline.

Il Ministero degli Interni inglese non gli concede il passaporto.

Kevin chiede alla Nigeria di avere la nazionalità della sua nazione di origine. Richiesta respinta, la madre non è di quel Paese e lui non ha documenti che accertino sia nato lì.

Chiede lo stato di apolide, cioè di uomo privo di qualsiasi cittadinanza. Ottiene un altro rifiuto.

A fine novembre otto poliziotti in divisa entrano allo Stonebridge Boxing Club dove si sta allenando. Lo arrestano, lo portano al commissariato di Wembleu e poi al centro di detenzione di Tinsley House. Comincia il processo di deportazione.

L’accusa è di non essersi presentato per tre volte al Centro Immigrazione.

Martedì la svolta.

Non è libero, non gli è stata riconosciuta la nazionalità, non ha passaporto nè visto di soggiorno, e neppure il permesso di lavoro. Ma il Ministero degli Interni si è perso nello stesso labirinto in cui Kevin vive da ventinove anni.

Ora lui alloggia in casa dell’allenatore Toks Owah e deve presentarsi ogni settimana presso un Centro del Ministero per la firma.

Aamir Ali, il suo coach, dice che il ragazzo soffre di depressione. Dodicimila persone hanno firmato una petizione in suo favore.

Bilal Fawaz detto Kevin continua la sua odissea.

L’Inghilterra gli nega la nazionalità, la Nigeria fa altrettanto. Non ha nazionalità eppure gli negano anche la figura di apolide. Ma neppure loro hanno in mano i documenti che attestino chi abbia ragione e chi torto.

L’unica buona notizia è che dopo 34 giorni in prigione lo hanno liberato, anche se solo perché non sono riusciti a infliggergli la pena che avrebbero voluto.

Ma attenzione. La minaccia della deportazione non è certo scongiurata. Anche se non si capisce dove lo deporterebbero dal momento che la Nigeria si è rifiutata…

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