Cinderella Man un anno fa voleva ritirarsi, oggi è campione del mondo…

Caleb ha il cranio rasato e un pizzetto sottile, muscoli forti, sguardo sicuro.

Ha 33 anni. È nato e abita a Osseo, Minnesota. In questo paesone, meno di duemilacinquecento anime, ha trascorso tutta la vita. Ha visto migliaia di macchine correre lungo la Jefferson Highway, l’arteria che taglia la città da Nord a Sud. Ha passeggiato infinite volte su Central Avenue, guardando le vetrine di negozi che non promettono magie, ma regalano comunque un’immagine di serenità.

E Caleb è un uomo sereno. O meglio, lo è stato fino a una settimana fa. Poi Michelle Stocke è stata ricoverata d’urgenza in Ospedale e lui ha scoperto il lato brutto della vita.

Michelle è la fidanzata di Caleb ed è incinta della loro prima bambina, che hanno deciso di chiamare Gia. Sorrisi, progetti, una stanzetta già arredata e piena di giochi.

Poi comincia il travaglio. I dottori si affannano attorno alla ragazza. Sguardi seri, professionali, ma anche preoccupati. Un’emorragia cerebrale è appena arrivata a complicare le cose.

Caleb deve partire, ha un impegno di lavoro. Fa il pugile professionista e l’incontro con Anthony Dirrell, al Taj Mahal di Atlantic City, è fissato da tempo. Non può tirarsi indietro.

Anche lui nei giorni scorsi ha avuto problemi. La prima risonanza magnetica al cervello non ha convinto la Commissione Atletica del New Jersey, sono stati necessari ulteriori approfondimenti, altri esami. Alla fine la documentazione ha chiarito la situazione. Il giovanotto può combattere.

Caleb è nervoso. Michelle ha un malore che lui conosce bene, compagni di palestra ne sono stati vittime. E questo gli fa paura.

Dopo qualche ora Gia nasce, sta bene. È una bella bambina di quasi tre chili.

“E Michelle? Come sta Michelle? Ditemi la verità!” urla Caleb.

“Sta bene, tutto si è risolto per il meglio. Puoi stare tranquillo” gli rispondono i medici.

Facile a dirsi. Ma come si fa a stare tranquilli quando il tuo amore ha appena rischiato la vita assieme alla bambina che ancora doveva venire al mondo?

Quando arriva ad Atlantic City l’orgoglio del Minnesota scopre di avere paura. È stranamente convinto che si farà male. Pensieri che entrano nella testa e la riempiono di dubbi. Veleno puro per un pugile.

Telefona in continuazione in ospedale, cerca conferme che lo rassicurino.

Anche Ron Lyke cerca di tranquillizzarlo. È il proprietario e il capo allenatore dell’Anoka-Coon Rapids Boxing Gym, la palestra in cui il ragazzo ha scoperto il pugilato quando aveva vent’anni. Prima aveva provato con il football americano e il baseball. Un infortunio al ginocchio destro l’aveva obbligato a fare una scelta diversa. Aveva optato per la boxe.

Caleb è un pugile laureato. È uscito dalla Minnesota University con un diploma in Sociologia, si è specializzato in Scienze Politiche e storia Afro-americana. Poi ha deciso che per guadagnarsi da vivere avrebbe dato e preso cazzotti. Ha rinunciato ad altre offerte di lavoro, ha preferito fare il commesso part time in un negozio di liquori ed è andato avanti.

Adesso è qui, in questo albergo che odora di finto in ogni suo angolo. Uomini e donne riempiono le hall, giocano a black jack, tirano i dadi, puntano sui numeri della roulette, si stirano i muscoli a forza di abbassare le enormi leve delle slot machines. E stanotte lui salirà sul ring per uno dei match più importanti della carriera.

Accanto a Caleb c’è un signore di quarant’anni. Ha il faccione tondo, i capelli cortissimi, un paio di occhiali da miope e un passato da pugile. Si chiama Tony Grygelko, ha boxato nei primi anni Duemila: cinque vittorie, due sconfitte. Lo chiamavano “l’orgoglio della Polonia”. Poi ha smesso, adesso fa il promoter.

Una volta qualche anno fa è andato assieme a Caleb a Las Vegas per vedere una riunione di boxe. Hanno incrociato Roger Mayweather, lo zio di Floyd, il suo allenatore. Hanno parlato una notte intera, Roger ha ripetuto all’infinito lo stesso concetto.

“Ragazzo, se vuoi diventare qualcuno devi diventare un maestro del jab. È l’arma che ti porterà in cima alla montagna.”

Una, dieci, cento volte.

Quella frase gli è entrata nella testa, non l’ha più dimenticata.

Caleb a Osseo è una celebrità, è il personaggio più importante che sia vissuto da quelle parti. Caleb crede che zio Mayweather abbia visto giusto. Il jab e il lavoro lo porteranno in alto e lui porterà il titolo mondiale nel Minnesota. Qui vivono ancora di piccoli ricordi. Scott LeDoux, peso massimo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, è stato l’ultimo a mettere lo Stato sui giornali nazionali. A Bloomington ha affrontato Larry Holmes nel mondiale Wbc, Ken Norton e Mike Weaver.

Adesso a Osseo c’è Caleb.

Tutto questo passa nella testa del giovanotto, ma quella testa è anche piena di strani pensieri. Appena chiude gli occhi rivive la grande paura.

Michelle e Gia ora stanno bene, ma l’incubo è difficile da allontanare.

È il 29 aprile del 2016.

Caleb Truax (26-2-2) sale sul ring del Taj Mahal di Atlantic City per affrontare Anthony Dirrell (28-1-1).

L’arbitro è Harvey Dock.

Destro dritto, gancio sinistro, un altro destro dritto.

Primo knock down.

Si rialza, ma resta in piedi per poco.

Dopo 1:49 del primo round Caleb Truax è kot.

Non è mai stato nel match, aveva la testa piena di brutti pensieri.

Giù, finita quando la sfida era appena cominciata.

Per un mese è travolto dai dubbi. Decide di smettere, davanti non c’è futuro, vede solo buio. Tom Halstad è il suo allenatore, lo convince a un ultimo test. Prima di arrendersi deve capire se il sacro fuoco si è definitivamente spento.

Un match facile, non importa il valore dell’avversario. Quello che conta è capire se c’è ancora la voglia di sacrificarsi.

Caleb mette ko in meno di due round Zaharian Kelly (5-15-0) e decide di andare avanti. Si prende tempo, rimette ordine nella vita, si gode i primi mesi di Gia e l’amore di Michelle.

Un anno dopo fa un altro incontro per sondare il livello di fiducia.

Mette kot in dieci riprese Leathewood KeAndrae (20-4-1).

La vita scorre serena a Osseo, Minnesota. Caleb, che da tempo tutti chiamano Golden, è tornato l’orgoglio dello Stato. Lavora ancora part time nel negozio di liquori, ma ogni mattina alle 6 si alza e va a correre. Nel pomeriggio tre ore in palestra, poi di nuovo a casa con la famiglia. Nessuna distrazione, nessun eccesso. Ha 34 anni e se dovesse arrivare la grande occasione, perché ogni pugile è convinto che prima o poi la grande occasione arriverà, non vuole farsi trovare impreparato.

“Caleb?”

“Sì, Ron.”

“Ci siamo.”

“Che vuoi dire?”

“Il 9 dicembre combatti a Londra contro James DeGale per il titolo Ibf dei supermedi.”

Silenzio. Né urla di gioia, né domande imbarazzanti. Lo sapeva che sarebbe arrivato il grande momento e non si è fatto trovare impreparato.

BoxRec è il sito che raccoglie i record dei pugili di tutto il mondo. Tira giù anche delle classifiche. Non saranno la bibbia del pugilato, ma un’indicazione riescono comunque a darla.

Al momento in cui riceve la telefonata, Caleb è al numero 55 di quella classifica. James DeGale è cinquanta posizioni sopra, al numero 5.

I bookmaker sono addirittura più cattivi.

Il campione è quotato a 1.01 (punti un dollaro, vinci un centesimo).

Lo sfidante è offerto a 17 (punti un dollaro, ne vinci diciassette).

“Lo sentivo parlare e mi chiedevo: perché fa così? Perché mi regala qualche speranza quando tutti pensano che io non ne abbia neppure una? Continua a fare discorsi sui match che verranno, su chi affronterà. Io per lui sono un fantasma, non esisto. Bene, è proprio quello che voglio.”

Lo sfidante non se la prende per il ruolo di ombra invisibile che gli è stato assegnato dagli organizzatori e dal campione. Sul ring, ne è convinto, si accorgeranno che esiste.

 

Si combatte alla Copper Box Arena.

Caleb ha la barba lunga, lo sguardo sicuro e un sorriso indecifrabile che rende inquietante il suo approccio alla sfida.

Le cose non vanno come James DeGale pensava.

Prima montanti e ganci, poi anche diretti. Caleb mostra l’intero repertorio. Una volta, non tanto tempo fa, Mike Tyson l’ha visto in azione e ha detto che prima o poi quel ragazzo sarebbe arrivato in cima. In tanti hanno pensato alla solita frase di cortesia, ma Iron Mike ha insistito: “Vedo in lui le qualità del campione, ma soprattutto vedo la determinazione di chi vuole prendersi quello che pensa sia suo di diritto.”

Dodici round da leader per Caleb, che adesso, a match concluso, è a centro ring assieme al campione. In mezzo c’è l’arbitro Phil Edward.

Caleb prima del verdetto sorride, poi si inginocchia. Sente di avere vinto, ringrazia il mondo intero per quel risultato.

Poi, arriva la voce del ring announcer.

“Giudice Dave Parris 114-114, pari.”

La gente urla, protesta. Il ragazzo del Minnesota si agita, ha la brutta sensazione che stia per arrivare un verdetto fatto in casa.

“Giudice Benoit Russel 115-112, giudice Alex Levin 116-112…”

La pausa sembra durare un’eternità.

“Per il vincitore con decisione a maggioranza e…”

E allora? Vogliamo mettere a dura prova le coronarie? Non basta una lunga battaglia di dodici riprese?

Finisce la pausa e arriva il verdetto.

“…nuovo campione dei supermedi Ibf Caleb Truax!”

Il titolo vola in Minnesota. A seimilacinquecento chilometri di distanza due ragazze vivono in modo diverso la loro felicità. A Osseo è pomeriggio inoltrato, Michelle è incollata davanti alla televisione, Gia dorme nel lettino. Il loro uomo è appena diventato campione del mondo e i giornali americani già lo chiamano Cinderella Man.

L’uomo Cenerentola ha sconvolto qualsiasi pronostico.

Quest’anno sarà davvero un felice Natale in casa Truax.

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