Martin Antonio combatte il 23, leggo il suo cognome e faccio un salto indietro di trent’anni…

Stamattina sono andato a guardare sul web le riunioni attorno a Natale, volevo capire quanti pugili nel mondo sacrificassero le feste per stare dietro alla loro passione.

Ognuno ha le sue curiosità da appagare.

Mentre scorrevo il calendario, un nome ha risvegliato in me vecchi ricordi.

Sabato 23 dicembre, a Ranchos: 120 chilometri da Buenos Aires, combatte Martin Antonio Coggi (34-7-3, 17 ko). Affronta German Argentino Benitez (19-2-0, 9 ko) per il vacante Wbo Latino dei superleggeri.

Coggi, superleggeri. Nome e categoria di peso coincidono.

Martin Antonio ha 34 anni ed è il figlio di Juan Martin, l’uomo che il 4 luglio dell’87 ha tolto il titolo mondiale Wba a Patrizio Oliva.

Ricordo benissimo quella notte.

Una vigilia agitata. Nei giorni prima di approdare a Ribeira (in Sicilia) dove si sarebbe svolto il match, Patrizio aveva vissuto una drammatica avventura. Era in ritiro a Bogliasco, da Rocco Agostino. Era in macchina, quando un’altra vettura nel tentativo di sorpassarlo l’aveva quasi urtato. Non contento, il conducente del veicolo aveva rallentato, aveva aspettato che Patrizio passasse e aveva poi tirato fuori una pistola puntandogliela contro.

Oliva aveva accellerato, l’altro aveva rinunciato all’inseguimento. La grande paura era comunque rimasta.

Ricordo l’attesa.

C’erano tanti giornalisti, argentini e italiani. Così tanti da mettere in piedi una partita di calcio. Undici contro undici e quattro giocatori in panchina per ciascuna squadra. L’arbitro era Adriana Sabbatini, figlia del grande Rodolfo. Era finita ai supplementari e aveva vinto loro. Brutto presagio.

Juan Martin Coggi era soprannominato Latigo, la frusta. E il suo gancio sinistro spiegava il perché di quel nomignolo. Nei giorni che avevano preceduto il match mi aveva telefonato più volte Giuseppe Ballarati, manager ma soprattutto autore della Bibbia del Pugilato: un libro che racchiudeva i record di tutti i pugili in attività. Internet doveva ancora arrivare, BoxRec non era ancora nato. Ballarati era avanti a tutti.

Mi aveva telefonato ripetendomi ogni volta lo stesso ammonimento.

“Devono stare attenti, Coggi è un cliente estramamente pericoloso. Può anche mettere ko Oliva.”

E così era stato.

Avevo visto il mio amico al tappeto e mi ero sentito triste. Spedito il servizio al Corriere dello Sport ero andato a trovarlo nello spogliatoio. La scena che avevo visto non era quella che mi aspettavo. Patrizio mi sembrava sereno, quasi felice. La realtà era che non ce la faceva più. Nell’ultimo anno aveva disputato sette match, tre volte sul ring per il mondiale. Combatteva da quando era poco più di un bambino. E l’aveva fatto sempre ai massimi livelli, sia da dilettante che da professionista. Aveva accumulato tensione, lo stress era diventato palpabile. Quel ko lo aveva paradossalmente liberato dalla difficoltà di prendere una decisione. Dopo Coggi si era infatti ritirato, dopo due anni sarebbe rientrato. Ma questa è un’altra storia.

Juan Martin aveva festeggiato  a lungo sul ring.

Una bandierona argentina e il figliolo sulle spalle. Ho fatto un tuffo nel passato quando ho visto la copertina de El Grafico. Mi sono ricordato di lui e di quella foto del marzo ’90. Battuto Oliva, Juan Martin aveva difeso tre volte il titolo in Italia: in due occasioni a Vasto, una a Roseto degli Abruzzi. Poi aveva sconfitto Jose Luis Ramirez ad Ajaccio, in Corsica. E la rivista sudamericana gli aveva dedicato il servizio di copertina sparando un fotone in cui si vede il biondo Martin Antonio che  festeggia orgoglioso sulle spalle di un papà così famoso.

Un figlio avuto giovanissimo, a soli ventidue anni. Un figlio che ha cercato di seguirne le orme.

Martin Antonio Coggi ha avuto una buona carriera. Senza i picchi del papà, tre volte campione, che oggi l’allena e va all’angolo: fisico sempre asciutto, solo i capelli grigi raccontano degli anni che passano.

In Argentina chiamano il giovane uomo El Principito, il Piccolo Principe come il protagonista del romanzo di Antoine de Saint-Exupery. Dicono gli somigli. Al Piccolo Principe, non allo scrittore.

Mancino, coraggioso, dotato di buoni fondamentali, ha combattutto una volta in Italia. Il 10 luglio del 2011 è stato dominato da Brunet Zamora che lo ha messo kot al sesto round dopo avergli inflitto due conteggi in precedenza.

Sabato, 23 dicembre, Martin Antonio salirà ancora una volta sul ring. Non ci saranno né le grandi televisioni, né tanti giornalisti come accadeva per il papà. Ma il 34enne di Brandson continuerà a fare il suo mestiere.

È un pugile e se il lavoro chiama bisogna farsi trovare pronti, anche all’antivigilia di Natale.

Lui non lo sa, ma devo dirgli grazie. Leggendo quel cognome sono tornato più giovane di trent’anni. È stato un regalo natalizio inaspettato.

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