Blandamura mi scrive: “Kuba vittima della violenza di chi non ha regole”

Sulla vicende che hanno portato alla morte del giovane Jakub “Kuba” Moczyk e sulle nefandezze che hanno accompagnato quella notte maledetta, mi ha scritto Emanuele Blandamura: campione europeo dei pesi medi e attuale numero 10 del World Boxing Council (Wbc), ma soprattutto uomo dall’animo sensibile. Le sue sono parole che nascono dal cuore.

Ciao Dario,

ho letto con molto interesse e tanto dispiacere la storia del ragazzo “Kuba” e della sua crudele morte a soli 22 anni. Non è stata una tragedia, ma un reato di squadra. Io amo la boxe, o meglio la Nobile Arte. Di questo sport mi piace la possibilità di confrontarsi ad armi pari, uno contro uno. Ma ci sono anche delle regole ben precise e la sfida deve essere portata avanti rispettandole tutte.

È questa la garanzia che ci permette di tenere la violenza fuori del pugilato.

La violenza non ha regole, come purtroppo ci ha confermato questa triste vicenda.

Ci troviamo davanti a un caso di violenza pura, gratuita e umiliante sia per chi ha visto che per chi è chiamato a giudicare. Mi sento travolto da un senso di dispiacere per questo ragazzo e per la sua famiglia. Magari Kuba aveva un sogno, quello di diventare un giorno un campione, un esempio, oppure più semplicemente un fighter. Quando dico semplicemente non ho alcuna intenzione di accomunare questa parola con mediocrità, dico semplicemente perché la boxe si può fare anche per pura passione, per il gusto di sfidare gli altri e se stessi, senza per forza avere come meta finale il titolo assoluto.

Purtroppo un’organizzazione di poca nobiltà, competenza, moralità e professionalità ha messo in piedi una serata che ha visto la morte di un ragazzo, una serata in cui altre vite sono state messe a rischio: quelle dei pugili che sono saliti sul ring.

Io da campione d’Europa esprimo tutto il mio cordoglio alla famiglia e sento il bisogno di rendere pubblico il mio disprezzo per queste persone che si sono autoproclamate competenti di uno sport che si chiama pugilato. Di pugilato quella sera non c’era neanche l’ombra.

Scusa Dario, ma credo sia giusto che il mondo della boxe italiana esprima un giudizio in occasioni come questa. Dobbiamo prendere posizione, forse è ora che la parola torni a chi ha diritto di farsi sentire, i pugili.

Emanuele Blandamura

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