Per il dramma del Mago la Corte condanna New York a pagare 22 milioni

È la notte del 2 novembre 2013.

Il Mago è steso su una panca dello spogliatoio nella pancia del Madison Square Garden. Gli occhi fissi nel vuoto, il volto deformato e sanguinante.

Un dottore lo esamina, ricuce la profonda ferita sulla palpebra sinistra e gli dice che probabilmente ha una frattura facciale.

Se ne va senza consigliare il ricovero, nonostante ci sia un’ambulanza a disposizione.

L’ispettore che deve monitorare lo stato di salute del pugile l’aiuta ad alzarsi, lo porta in bagno. Il peso massimo russo urina, c’è tanto sangue in quelle urine. L’ispettore suggerisce a un interprete di portare il suo amico in ospedale.

Alcuni volontari aiutano Magomed Abdusalamov a mettersi in piedi, lo sollevano quasi di peso fuori dall’Arena. Uno del gruppo prova a bloccare un taxi. Non è poi così facile di notte a New York trovarne uno libero.

Il Mago comincia a vomitare.

Finalmente riescono a fermare un cab, via di corsa in ospedale.

Appena entra al Pronto Soccorso il pugile perde conoscenza.

Viene operato d’urgenza. Un coagulo di sangue si è formato nel cervello. L’intervento è lungo e difficile. Seguono quattro settimane in coma, dieci mesi in ospedale, una riabilitazione che non è mai finita.

La famiglia accumula due milioni di dollari di debiti in cambio di nessuna speranza. Bakanay Abdusulamova dice che i medici le hanno confidato che molto difficilmente suo marito tornerà a parlare.

Piena di debiti, con tre bambine piccole da accudire la donna rischia di cadere in depressione.

Il Mago piange in continuazione. Riesce a mettere assieme poche parole, ma è più un borbottio che altro. È paralizzato nella parte destra del corpo, non può camminare.

Vive su una sedia a rotelle, non riesce a comunicare con la parola. Qualche volta sorride, spesso versa lacrime amare.

Gli viene pagata una borsa di 40.000 dollari, l’assicurazione compensa l’infortunio con 10.000 dollari.

La famiglia reagisce. I debiti salgono, il futuro delle tre bambine è a rischio, la proprietà della casa in Florida non è più sicura.

Bakanay va dall’avvocato Paul Edelstein e si affida a lui.

Ieri il giudice Jeanette Rodriguez-Morick ha condannato lo Stato di New York a pagare 22 milioni di dollari come risarcimento del danno subito dalla famiglia Abdusalamov. Quei soldi saranno messi in un fondo fiduciario e controllati da un tutore nominato dal tribunale. Dovranno servire esclusivamente alle cure mediche dello sfortunato Magomed e all’istruzione delle tre piccole che oggi hanno 4, 8 e 11 anni.

La denuncia parlava di irresponsabilità, negligenza grave, malasanità dello staff medico della NYSAC (New York State Athletic Commission). I tre medici al lavoro il 2 novembre del 2013 e l’arbitro sono ancora oggetto di indagine.

Dopo trentadue mesi di investigazione, un ispettore generale ha prodotto un rapporto di 48 pagine in cui sono evidenziate tutte le colpe di quella notte maledetta.

Ventidue milioni di dollari, la più alta penale inflitta nello Stato di New York per un caso del genere. L’assicurazione ne aveva versati 10.000, dopo il dramma di Abdusalamov il risarcimento per danni al cervello è salito a un milione di dollari.

Gli organizzatori hanno protestato per l’aumento del premio annuale da versare all’assicurazione.

Magomed Abdusalamov era un peso massimo imbattuto (18-0), quel 2 novembre del 2013 affrontava Mike Perez, imbattuto anche lui (19-0) e perdeva ai punti in dieci round.

Magomed Abdusalamov ha 36 anni.

 

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