Per vivere bisogna combattere, è la grande lezione che viene dalla boxe

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La boxe è uno sport difficile da capire. Perché difficile è entrare in sintonia con l’essenza del pugilato. Spesso ci si ferma all’apparenza, a quello che si vede. Molti condannano la disciplina perché hanno paura di avventurarsi in un viaggio nell’anima umana, un viaggio che porta all’essenza di una rappresentazione che coinvolge corpo e mente come raramente accade nella vita. A chi denigra il pugilato senza conoscerlo, ma seguendo un rifiuto che nasce inconsciamente dentro di loro, ha risposto la scrittrice americana Joyce Carol Oates nel saggio “Sulla boxe“.

Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a condannarla pienamente negli altri. ….Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring, è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo l’essere fisico era Dio…

Leggendo oggi un articolo apparso sul Globe and Mail mi sono convinto che basterebbe assecondare la voglia di sapere che è dentro di noi per entrare in un mondo nuovo dove la boxe ha un ruolo importante. Quello che il giornalista Marty Klinkenberg ha visto e raccontato con le parole e il fotografo Jason Franson ha visto e raccontato con le immagini, è un mondo che ha assimilato alla perfezione un concetto: Fight to live. Per vivere bisogna combattere.

Il luogo è una palestra sulla 118th Avenue a Edmonton, Canada. Una palestra come tante. Poster di vecchi match alle pareti, sacchi da allenamento che penzolano dal soffitto, un ring, maestri pronti a dare i loro consigli e allievi pronti ad ascoltarli.

Fanno le figure, tirano colpi a pesanti punching bag, passano sopra e sotto la corda tesa sul ring come se dovessero schivare pugni immaginari. Sudano, lavorano, si impegnano. Una normale palestra di boxe.

Gli allievi hanno oltre quarant’anni, spesso arrivano ai settanta. Hanno tremori, rigidità fisica, lentezza nei movimenti. Sono stati colpiti dal Parkinson. Ci sono sono diecimila malati come loro nello Stato di Alberta, centomila nell’intero Canada.

Fight to live.

Il pugilato li aiuta a migliorare l’equilibrio, a coordinare meglio il rapporto occhio/mani, a rendere più tonico il corpo. L’alta intensità degli allenamenti alimenta la produzione di dopamina nel cervello e li fa stare un po’ meno male. No, la boxe non guarisce dal Parkinson, ma li aiuta a stare meglio.

È per questo che i responsabili degli studi sulla malattia e i dirigenti del pugilato di Alberta hanno deciso di lavorare assieme al progetto. Una quindicina di pazienti/atleti a Edmonton, altri a Calgary e Red Deer. Tutti con lo stesso concetto nella mente.

Fight to live.

Agostì, sai cosa è la boxe?
“Sì maestro”.
Allora dimmelo, cosa è la boxe?
“Dare e prendere cazzotti”.
Ti sbagli, è il prezzo che dobbiamo pagare per guadagnarci il Paradiso.
“E dobbiamo pagarlo in palestra, maestro? Dobbiamo pagarlo subito?”
Più soffri qui, meno soffri sul ring. Ricordati: se capirai la boxe sino in fondo,imparerai che senza sacrifici non potrai raggiungere quello che vuoi.  Imparerai a non arrenderti mai, neppure quando finisci al tappeto. E ti servirà da lezione nella vita.

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