Quella volta che Dylan cantò per Hurricane nella prigione di Trenton

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Sabato Devis Boschiero affronta Mario Barrios a Trenton, New Jersey. Il vincitore diventerà il nuovo numero 2 superpiuma dell’Ibf.
Trenton è un nome che ho nella testa da molto tempo ed è legato a una figura carismatica. Nella Trenton State Prison è stato a lungo rinchiuso Rubin Carter, ingiustamente accusato di triplice omicidio. In quella prigione nel 1975 Bob Dylan ha cantato Hurricane, magica canzone dedicata allo stesso Carter.
Hurricane è morto il 20 aprile 2014 a 76 anni. Su di lui ho scritto un articolo che ripropongo.

È il 17 giugno del 1966, ore 2:40 del mattino.
Il Lafayette Bar and Grill è sulla East 18th Street di Paterson, New Jersey. All’interno quattro persone si fanno compagnia in attesa della chiusura. E’ stata una giornata carica di tensione. Nel pomeriggio Frank Conforti, un bianco, ha ucciso con un colpo di pistola Leroy Holloway, il proprietario di un bar: un afro americano. C’è nell’aria una forte carica di rabbia razzista.

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Il bar è nella zona di Riverside a prevalenza bianca.

Due neri entrano (freccia A nella foto sopra) sbattendo la porta. Il più piccolo imbraccia una doppietta, l’altro ha un revolver calibro .32.

James Oliver (numero 4), 51 anni, li vede. E’ il barista ed ha una quota nella gestione del locale, sta contando i soldi dell’incasso. Lascia cadere le banconote che lentamente scivolano a terra, afferra una bottiglia vuota di birra e la lancia sbilenca verso i due uomini. Manca il bersaglio, lil vetro si frantuma contro il condizionatore d’aria. Il barista prova a scappare, non fa neppure due passi che un proiettile lo raggiunge alla parte bassa della schiena trapassando il midollo spinale. Cade a terra dietro il bancone, morto.

L’uomo con il revolver spara un colpo che centra Fred “Cedar Grove Bob” Nauyoks (numero 3), 60 anni, alla testa. Si gira e colpisce William Marins (numero 2), 42 anni, alla tempia sinistra. Il proiettile passa la cavità orbitale rendendo immediatamente cieco l’occhio sinistro. Nauyoks cada a faccia in avanti sul bancone. Sembra che stia dormendo. E’ morto sul colpo, il braccio sinistro oltre il bar, la sigaretta ancora accesa fra le dita della mano destra.

Marins è cieco da un occhio e ha il cranio fracassato, attraversa il bar barcollando e finisce a terra. SI finge morto. I due neri stanno per scappare quando si accorgono della donna. Hazel Tanis (numero 1), 51 anni, è una cameriera che ha da poco finito il turno di lavoro. Si era fermata per bere qualcosa e scambiare due parole con il suo amico Oliver. E’ seduta d’angolo, in fondo al bar. Si accorge di essere stata scoperta e comincia a urlare. I due neri fanno fuoco. Cinque proiettili calibro .32 la centrano alla gola, stomaco, intestino, milza e polmone sinistro. Ha il braccio frantumato dai pallini da caccia sparati dalla doppietta. Cade a terra.

I due neri escono sulla East 18th Street, arrivati all’angolo con Lafayette girano a destra dove hanno parcheggiato una Dodge bianca. Gridano e ridono. A meno di venti metri da loro c’è Alfred Bello, bianco, criminale di lungo corso. Bello scappa, aspetta che i due salgano in macchina e filino via. Poi torna indietro, entra nel bar, apre la cassa e ruba sessantadue dollari che dà all’amico Arthur Bradley che lo sta aspettando fuori. Solo dopo rientra nel bar e chiama la polizia.

Hazel Tanis morirà in ospedale un mese dopo.

Questa la scena del triplo omicidio in base alla ricostruzione fatta dalla polizia e pubblicata nel 1975 da The Herald-News.

giornale

Per questi tre delitti vengono condannati all’ergastolo due neri: James Artis e Rubin Carter (nella foto sopra The Morning News pubblica la notizia).

Il primo processo è affidato a una giuria tutta bianca, bianco è anche il procuratore. La Corte Suprema ribalta il verdetto, i due uomini sono messi in libertà sotto cauzione. Il secondo processo li condanna nuovamente. La US District Court presieduta dal giudice H. Lee Sarokin rimette in libertà Artis e Carter perché l’ultimo verdettoa suo parere era “fondato sul razzismo piuttosto che sulla ragione, sull’accanimento piuttosto che sull’accertamento della verità.”

Rubin Carter esce di prigione e si trasferisce in Canada, a Toronto.

E’ lui il protagonista di questa vicenda. Buon peso medio, soprannominato Hurricane per il modo aggressivo e furioso di stare sul ring arriva a giocarsi il mondiale contro Joey Giardiello nel momento di massimo splendore, il 1964. Perde ai punti quel match valido per il titolo unificato dei medi disputato alla Convention Hall di Filadelfia.

Quando scoppia il caso del triplice omicidio, quando i processi lasciano dei dubbi nelle coscienti dei liberal americani, una forte campagna di solidarietà si diffonde per tutti gli stati.

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Bob Dylan (foto sopra) incontra Carter nella Trenton State Prison. Gli dedica una canzone piena di potenza e poesia. E la canta proprio lì, all’interno del carcere. È il 1975.

Colpi di pistola risuonano nel bar notturno

entra Patty Valentine dal ballatoio

vede il barista in una pozza di sangue

grida “Mio Dio! Li hanno uccisi tutti!”

Ecco la storia di “Hurricane”

l’uomo che le autorità incolparono

per qualcosa che non aveva mai fatto

lo misero in prigione ma un tempo egli sarebbe potuto diventare

il campione del mondo

Nel 1999 girano un film su questa storia. Denzel Washington interpreta il ruolo di Rubin Carter e si guadagna una nomination all’Oscar del 2000 come attore protagonista. Gran parte dell’opinione pubblica si schiera al fianco dell’ex pugile, il World Boxing Council gli dona una cintura da campione del mondo, due università negli States e in Australia gli danno la laurea in legge honoris causa. Poi, pian piano Hurricane scivola via dalle prime pagine, dai racconti dei vecchi attorno a una bottiglia di whiskey, dalle chiacchiere degli ex pugili, dalle discussioni tra uomini della mala.

Gli ultimi anni della sua vita li ha trascorsi a Toronto, lavorando per un’associazione benefica a favore delle persone condannate ingiustamente. Da molto tempo era alle prese con il caso di David McCallum, da trent’anni in carcere per sequestro di persona e omicidio. Recentemente l’analisi del Dna avrebbe dimostrato che il sangue e ogni altra traccia di presenza umana sul luogo del delitto non appartengono al condannato. Per farsi sentire Carter aveva scritto una lettera al Daily News. Era stato a quel punto che il fantasma di Hurricane era ricomparso in pubblico. E non era più quello che avevamo imparato a conoscere.

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Al meglio della forma Rubin Carter pesava 72 chili e mezzo. Nei suoi ultimi giorni, come ha rivelato il quotidiano di New York, faticava ad arrivare a 40. Nel giugno del 2011 gli era stato diagnostica un cancro alla prostata, i dottori gli avevano dato dai 90 giorni ai sei mesi come aspettativa di vita.

Ridotto l’ombra di se stesso, Carter aveva continuato a lavorare. Non lasciava mai la casa di Toronto dove scriveva appelli, lettere, richieste d’aiuto. Gli erano accanto due sole persone.

James Artis, l’altro uomo finito in galera per l’omicidio di Paterson, e Fred Hogan. Un detective a riposo, l’investigatore che era riuscito a ottenere la ritrattazione dai due testimoni chiave nella causa contro i due imputati per il triplice assassinio del bar.

Rubin aveva 76 anni e ammetteva di “essere un uomo con un passato difficile, non sono mai stato un santo”, ma giurava di “non avere mai ucciso nessuno.

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Uomo morto che cammina. Così chiamano gli inquilini del braccio della morte. Secondo i medici Hurricane avrebbe dovuto lasciarci, nella più ottimistica delle previsioni, nel dicembre del 2011. Ha lottato fino al 20 aprile 2014, poi è stato costretto ad arrendersi al nemico più pericoloso di sempre. La morte.

Ho una missione da portare a termine, dare giustizia a David McCallum. Poi me ne andrò in pace” amava ripetere.

Non so cosa sia accaduto quella notte di giugno del 1966 all’interno di un bar di Paterson. In quel locale, costruito in una strada piatta e polverosa, sono state uccise tre persone. Due testimoni hanno mentito, due uomini sono stati condannati e poi assolti, persone di legge non hanno fatto bene il loro lavoro accecati da un insano razzismo. Tutti hanno contribuito a lasciare intatto il mistero.

Un giudice ha detto che le condanne erano dettate più dal razzismo che dalla ragione.

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Rubin Hurricane Carter ha lottato come aveva sempre fatto nella sua vita. Contro il cancro, contro le ingiustizie non della legge ma degli uomini. Aveva ormai superato anche quel 16° round che aveva dato il titolo alla sua autobiografia (“Da sfidante numero 1 a numero 45472”, il sottotilo). Era in overtime, ma continuava a tenere testa anche a un avversario spietato e potente come il cancro. Aveva una missione da compiere ed era convinto che prima di cedere sarebbe riuscito ancora una volta ad alzare le braccia in segno di vittoria.

Non ce l’ha fatta.

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