La differenza tra campioni e campioni a metà. Storie per un libro…

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L’altro giorno parlavo con un vecchio amico, anche lui innamorato della boxe come me. Mi chiedeva se ci fosse abbastanza pugilato nel mio ultimo libro I MIEI GIOCHI dove racconto dieci Olimpiadi vissute da inviato. Lo chiedeva perché, me lo ha fatto chiaramente capire, in quel caso lo avrebbe letto più volentieri.

Sì, c’è molta boxe nel libro. Non potrebbe essere altrimenti.

C’è tanto pugilato olimpico.

Non c’è Patrizio Oliva che ha cominciato la sua avventura a Mosca ’80, quattro anni prima che cominciassi a girare il mondo. Ho fatto in tempo a raccontare le sue vittorie da professionista, titolo mondiale compreso, ma da dilettante non sono stato testimone dell’impresa più grande. E mi dispiace.

C’è la storia di Maurizio Icio Stecca, maestro della tecnica. Uno che su ring dava spettacolo, fantastico da vedere per la perfezione del gesto. Oro a Los Angeles ‘84, è passato subito dopo professionista e ha vinto anche il titolo mondiale.

Parlo di Francesco Damiani, argento in California e poi anche lui campione del mondo senza maglietta. Un colosso che sapeva interpretare nel modo più elegante la nobile arte.

Racconto di Angelo Musone, scippato di un sogno in quella stessa Olimpiade dove è stato costretto a fermarsi al bronzo. Passato professionista anche lui con buoni risultati.

C’è anche l’intrigo di Seul. La meraviglia di Roy Jones e l’esuberanza di Vincenzo Nardiello. Bloccati entrambi da una giuria cieca. Per tutti e due un esaltante seguito da professionista con la cintura mondiale in tasca.

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Non poteva mancare Giovanni Parisi, il ragazzo di Calabria che ci ha fatto innamorare della sua boxe. Veloce, preciso, potente. Oro olimpico e anche lui campione del mondo tra i professionisti.

E ci sono pagine, un intero capitolo, dedicato a Paolone Vidoz. Il gigante timido che a Sydney ha conquistato il bronzo e, passato professionista, ha centrato uno splendido titolo europeo.

Poi, improvvisamente, il mondo della boxe di casa nostra ha voltato pagina.

Ma non per questo ho smesso di raccontare i protagonisti del ring.

Nel libro ci sono Roberto Cammarelle, Clemente Russo e Vincenzo Mangiacapre. Dilettanti da applausi. Mai professionisti.

Ecco, è questa frattura ad avere limitato le emozioni. So che devo aspettare il quadriennio olimpico per tornare ad applaudirli.
È alle Olimpiadi che sto pensando in questi giorni in cui lo scandaloso torneo di qualificazione organizzato dall’Aiba in Venezuela mi ha davvero disgustato.

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Di certo di quei bravi ragazzi difficilmente si parlerà con la stessa enfasi che ho usato per Stecca, Damiani, Musone, Roy Jones, Nardiello, Parisi, Vidoz e tutti i protagonisti capaci di raccogliere successi su entrambi i fronti.

L’Italia continua a vivere alimentandosi del suo passato e senza guardare al futuro.
I pugili della nazionale appartengono ai Gruppi Militari. Nessuno di loro ha mai seriamente pensato a passare professionista. Si sono rifiutati di crescere. Nelle “giovanili” a vita, lo sport dei grandi non fa per loro.
Oggi un “dilettante” ha una situazione economica più che buona. Stipendio del Gruppo Militare, diaria della nazionale, premi e bonus fanno un pacchetto che i migliori professionisti di casa nostra si sognano. E il salario delle Fiamme Oro, dell’Esercito, delle Fiamme Azzurre o della Forestale è a vita, pensione compresa.

La loro scelta sotto questo profilo è dunque giusta, corretta, saggia.

LONDRA 2012: PUGILATO; PRESENTATA ITALIA PER OLIMPIADI
Ma il discorso non può limitarsi a questo.
A livello dilettantistico Roberto Cammarelle e Clemente Russo sono in vetta alla montagna.
Ma quale è il valore assoluto dei nostri?
Nella vita di un atleta che ha scelto la boxe come disciplina in cui misurarsi, il dilettantismo occupa solo una parte del percorso. L’altra è il professionismo che rappresenta la crescita, la maturazione, il confrontarsi su livelli diversi. Se non affronti anche questa seconda fase, sei un incompiuto, un pugile a metà. E quindi non puoi essere confrontato con gli altri.
Teofilo Stevenson, a mio avviso, sarà sempre inferiore a Muhammad Ali, per non parlare di Joe Louis. Come Roberto Cammarelle sarà sempre un gradino sotto Francesco Damiani.

Cosa avrebbero fatto in un confronto a livello professionistico?

Con i se e i ma non si stilano le classifiche.

Un pugile, nessuno lo dimentichi, è completo solo se percorre l’intero cammino.

Non può dirsi tale se si ferma a mezza strada.

 

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