Abituati al disprezzo delle regole

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SIAMO così abituati al mancato rispetto delle regole che l’ossessiva ripetitività con cui vengono disattese ci sembra del tutto normale. Fatichiamo a stupirci, non ci indigniamo più.

Accade anche nello sport, accade nella vita.

Nel calcio, ad esempio. Il portiere che trattiene la palla per venti secondi, le proteste urlate dai giocatori dopo ogni fischio dell’arbitro, gli insulti agli avversari che non si fermano quando un giocatore è a terra (il regolamento è chiaro: L’arbitro lascia proseguire il gioco fino a quando il pallone cessa di essere in gioco se, a suo giudizio, un calciatore è solo lievemente infortunato”). Non si potrebbe, ma si fa regolarmente in ogni partita senza che l’arbitro provi a far rispettare il regolamento.

E’ quello che accade nel tennis dove molti giocatori decidono autonomamente quanto tempo prendersi tra un punto e l’altro. Il regolamento direbbe 20 secondi negli Slam e 25 in tutti gli altri tornei. Andatelo a dire a Rafa Nadal…

E poi ci sarebbe il coaching dagli spalti, la pausa fisiologica a prescindere, l’uso indiscriminato dell’asciugamano per perdere tempo, le urla delle signorine ad ogni colpo. Lo fanno e nessuno li/le riprende.

E che dire della boxe? Quante volte l’arbitro non richiama ufficialmente un pugile quando lo meriterebbe? Quante trattenute doveva fare Lomachenko nel mondiale contro Salido prima di subire un punto di penalizzazione? E quanti colpi bassi doveva portare Salido (foto sotto) per essere punito?

Abbiamo visto, vediamo e non ci facciamo caso.

Siamo assuefatti al mancato rispetto delle regole.

Un po’ come quando scendiamo in strada.

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Le strisce pedonali sembra servano agli automobilistici per avere un’inquadratura migliore del bersaglio da centrare. Sono una sorta di mappa millimetrata creata per delimitare i punteggi: 30 pedone con fattura alle gambe, 50 svenimento, 100 soluzione finale.

Cammino per Roma, ma credo che lo spettacolo si ripeta in molte altre città italiane, e vedo macchine sui marciapiedi. Altre sono parcheggiate proprio dove è il passaggio per i portatori di handicap, altre ancora davanti a saracinesche con un segnale di divieto di sosta grande come il Colosseo.

Ancora con queste storie? Dario, sei noioso. Fossero questi i problemi!

La doppia fila è uno sfizio che non ci si nega a nessuno. Mai. Le strade della mia città sono praticamente diventate tutte a senso unico alternato a rischio. Nel senso che l’altro senso è occupato da auto parcheggiate dove non dovrebbero stare e (ecco perché a rischio) quasi sempre gli automobilisti non cedono il passo a chi viene in senso contrario.

E i motorini? Sorpassano a destra, a sinistra. Sbucano dallo stop senza fermarsi, passano col rosso. Si piazzano al semaforo a “schema d’attacco alla mano squadra di rugby” e bloccano l’intera carreggiata anche dopo che il verde è scattato. Sembra che sia stata aperta la caccia al record, l’obiettivo finale è quello di non rispettare il maggior numero di articoli del codice della strada possibile.

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E’ uno scenario che vediamo tutti i giorni, ma che, come negli sport che ho sopra descritto, non produce alcuna reazione. E’ vero, c’è qualcuno che accumula stress sino ad esplodere in urla raccapriccianti contro il primo povero figliolo che gli capita a tiro. Ma sono la minoranza. Gli altri, centinaia di migliaia di utenti della strada in libera uscita, vanno avanti senza neppure fermarsi un attimo a imprecare.

Cosa vuoi che sia, con tutto quello che accade nel mondo!

Accettiamo che i motorini con sprezzo del codice ci costringano ad avere dodici occhi, non protestiamo per essere costretti ad autentiche gimcane per scendere da un marciapiede che ha l’intero perimetro occupato dalle macchine. Ci lasciamo coinvolgere in quello che ormai è diventato una sorta di gioco imperniato sul noioso quesito: “Riuscirà il pedone ad attraversare la strada e sopravvivere?” Arriviamo a meravigliarci se entrando in un negozio troviamo dei commessi/commesse che fanno con professionalità il loro lavoro.

Hai visto quanto sono gentili?

Suoniamo solo quando un’auto ha parcheggiato così vicino alla nostra da non riuscire neppure a entrare dalla porta lato guidatore.

Ma il momento in cui diamo in escandescenze è quando siamo fermi al semaforo. Se l’auto che ci precede tarda a partire anche di un solo centesimo di secondo dopo il via dato dal verde, un concerto di clackson la seppellisce per sempre.

“’ste cose nun le sopporto!

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Rischiamo di trasformarci in tanti William “Bill” Foster, il personaggio portato sullo schermo da uno strepitoso Michael Douglas (foto) in “Un giorno di ordinaria follia.” Un film sull’assurdità di alcune ingiustizie dei giorni moderni, un film che racconta la storia di un uomo qualunque, oberato dai problemi quotidiani, che impazzisce e semina terrore a Los Angeles.

Scatti isolati di ira a parte, siamo rassegnati e per giustificare a noi stessi che nulla ci turba, ci raccontiamo che quella in cui viviamo sia la normlità. Anche perché per ogni problema che nasce, ne inventiamo uno più grande che va a coprirlo. Così alla fine ci riteniamo esentati dall’occuparci di qualsiasi cosa che metta a rischio la nostra indolenza.

Nessun giudice di sedia darà un warning a Nadal per avere prolungato il tempo di attesa tra un punto e l’altro. Nessun arbitro fischierà un calcio di punizione contro un portiere che ha trattenuto troppo il pallone. Nessun arbitro richiamerà ufficialmente un pugile per troppe trattenute. E non si troverà mai un vigile pronto a multare milioni di guidatori indisciplinati di ogni tipo.

Ma dai, sempre con questo qualunquismo retorico demagogico!

Quando si tratta di aggettivi invece non risparmiamo mai.

A forza di vivere in un mondo che non rispetta le regole ci siamo convinti che le regole non esistano. E’ un modo di pensare facile e un po’ vigliacco. Come quando non chiediamo al commerciante di farci lo scontrino fiscale dopo un acquisto.

E che devo essè sempre io a chiede ‘o scontrino?

Bene, continuiamo a vivere in un mondo che non esiste. La normalità per gran parte di noi è rappresentata da un universo in cui le regole si adattano alle nostre esigenze e non noi alle regole.

Rispettare i codici (della strada o di comportamento) è da tedeschi, noi siamo più furbi. E poi, ci sono davvero persone per strada che parcheggiano in doppia fila o sui passaggi per portatori di handicap, quando non lasciano la macchina sui marciapiedi? Io in giro non ne ho mai viste…

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