La ballata triste di Vidoz

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Paolo Vidoz, giovanottone goriziano classe 1970, è stato bronzo nei supermassimi ai Mondiali ‘99 e all’Olimpiade di Sydney 2000. Da professionista ha conquistato l’Europeo e l’ha difeso due volte. Ottimo pugile, tecnico e con buon pugno, ha chiuso male la carriera. Ecco le ultime interviste che gli ho fatto. C’è amarezza nelle sue parole. Ma compare, solo a tratti, anche quell’ironia che ha contribuito a farlo diventare un protagonista del panorama pugilistico.

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 18 dicembre 2010. Vigilia del match con Kubret Pulev (sconfitta in otto round)

Paolo Vidoz, con che spirito affronterai Pulev (a sinistra nella foto)?

“Vado ad arricchire il record di un altro rivale che punta al titolo. Parto venerdì, sabato il match, domenica a casa. Sono un pugile last minute.”

Perché a 40 anni combatti ancora?

“Per mangiare e bere. Perché è il mio lavoro, perché ho una famiglia da mantenere.”

Rimpianti?

“Dopo l’Europeo a Milano non ho più recuperato sul piano psicologico. Non ho più, come dice Rocky, gli occhi della tigre. Sono troppo prudente e nella boxe vince chi osa.”

Ottimi risultati da dilettante, buon record da professionista. Il momento più bello?

“Quando ho vinto l’europeo dei massimi contro Timo Hoffmann nel 2005, un match fatto con soli quattro giorni di preavviso. E’ stato l’apice della mia carriera.”

Come ti definiresti oggi?

“Un pugile sul viale del tramonto”

E’ triste.

“Quando avevo la speranza di andare sempre meglio, i pugili che venivano ad arricchire il mio record li guardavo dall’alto in basso. Ora sono uno di loro, anche se in fondo all’anima non mi sento così.”

Cosa hai ancora da chiedere alla boxe?

“Di finire i match senza farmi male, di scendere dal ring a testa alta, di guadagnare qualcosa per il mio futuro da coltivatore diretto.”

Del Vidoz burlone mi sembra sia rimasto poco.

“Non è del tutto svanito. Salirò sul ring facendomi accompagnare dalla musica di Heidi, è in onore dell’amico sponsor che mi regala cinque litri di latte a settimana per i miei tre bambini.”

Loro resteranno lontani dalla boxe?

“I due maschietti sì, hanno scelto il calcio. Ma la piccolina no. Le ho detto: ora fai ginnastica e ti alleni, poi farai pugilato. Avrai il permesso di picchiare tutti, compresi i fratelli.”

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 15 dicembre 2012, vigilia della difesa tricolore contro Matteo Modugno

Paolo Vidoz, quello contro Matteo Modugno (a sinistra nella foto) sarà davvero l’ultimo match della carriera?

“In realtà ho già finito di boxare. Ho finito a Milano, contro Skelton, nel dicembre del 2008. Da quel momento in poi non sono stato più io. Non avrei mai pensato di perdere un match per abbandono. Più volte durante quell’incontro ho pregato perché mi mettesse ko.”

C’è un pugno subìto che non potrai mai dimenticare?

“Quello con cui il cubano Rubalcaba mi ha messo ko ai Giochi di Atlanta 1996. Anche se il dolore che ti resta non è quello fisico. Quello, dopo dieci minuti passa. E’ il peso che ti porti dentro a livello morale che richiede un recupero molto più lungo.”

E’ quello che ti è accaduto dopo Skelton?

“Quella sera, all’improvviso, è finita la mia voglia di rischiare. Non sono più stato un pugile.”

Lasci la boxe con tristezza?

“Lascio ringraziando il pugilato, mi ha permesso di vivere vent’anni facendo lo sport che amo e che mi diverte.”

Come procede il progetto dell’agriturismo?

“Bene. Forse ce la faremo. Ho impedito al mio geometra di andare in giro a bere e l’ho costretto a tirare giù la piantina del locale. Mi sto specializzando sempre di più nell’arte del cucinare. Ho partecipato a MasterChef, sono arrivato in finale. Nei primi tempi sarò io a preparare i piatti base e lo farò con grande passione.”

Cosa ti ha dato l’esperienza americana?

“Ho imparato cosa volesse dire fare il pugile professionista. Ho conosciuto i tempi d’azione, il modo di portare il jab, il lavoro al corpo. Che poi non sia stato capace di mettere in atto quelle lezioni, è un altro discorso.”

Finalmente una battuta. Mi sembri invecchiato di trent’anni. Cosa è successo al Vidoz che conoscevo?

“Sono arrivato a un punto della mia vita in cui tutto diventa difficile. Cambiare lavoro a 41 anni non è semplice. Da adesso in poi dovrò vivere facendo il contadino. In confronto la boxe è acqua di rose. Devi spezzarti la schiena per tirare su verdura o patate e mettere assieme dieci euro. Altro che ganci e montanti.”

Come mai nessuna difesa del titolo italiano dei massimi a nove anni dalla conquista?

“Perché in giro mi ero fatto la nomea di quello forte. Devono averci creduto.”

Ultimo match contro Matteo Modugno, due metri per 120 chili. E anche di 17 anni più giovane. Che mi dici di lui?

“Che è bravo, grosso, veloce, giovane e pesante.”

E’ il tuo erede?

“No, il mio erede si chiama Hripsime. E’ mia figlia, ha dieci anni. Per ora fa atletica, ma il suo futuro è nel pugilato. Quando mi spara un pugno nello stomaco tiro fuori un sorriso amaro per non piangere dal dolore. E’ l’unico pugile della famiglia.“

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17 dicembre 2012, dopo la sconfitta tricolore con Modugno (in dieci round)

Sei salito sul ring a 130 chili, non ti sembra di avere commesso un grande errore?
“La dieta di queste parti non si cambia. Da sempre mangiamo salsicce, salame e roba così. Siamo un popolo contadino che consuma energie stando sui campi da mattina a sera. A me è mancata questa seconda parte, ecco perché pesavo così tanto.”

Ma non ti sei vergognato?
“Diciamo che vedendo le foto del match mi sono fatto autoschifo. Il profilo è quello di un vecchio con il pancione.”

Non è che già rimpiangi la boxe?
“Sono disgustato da allenamenti, diete, privazioni, match. Altrimenti sarei andato avanti. Ma la palestra mi faceva sentire giovane. Spero che anche il nuovo lavoro, il cuoco, mi dia gli stessi stimoli. Anche se potrebbe essere un’attività pericolosa vista la mia predisposizione a mangiare di tutto.”

Ma un cuoco cucina, non mangia quello che dovrebbe cucinare.

“Un cuoco deve assaggiare tutto e poi un cuoco magro non mi dà fiducia.”

Quanto ti sei allenato?
“Due settimane, ma intense.”

Uno schifo, non trovi?
“Non potevo pretendere di più da me. Non sopportavo più gli allenamenti.”

Ci sono dei momenti in cui parli come uno che non ne possa più del pugilato, ce ne sono altri in cui sembra che la boxe già ti manchi. Quale è la verità?
“Vado in giro a ripetere a tutti che sono un ex pugile. Forse lo faccio per autoconvincermi. Il fatto è che, anche se non combattevo tanto, sapevo di essere un pugile, di essere campione italiano. Diventare un ex è comunque triste. Smettere è un dolore forte.”

Stai attento Paolo, la vita da ex è dura.
“Tranquillo, ho messo in camera il santino di Monzon…” (ride)

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