Le indagini di Antonio Casano

Oggi voglio andare fuori tema. Vi propongo un racconto giallo

che contiene una piccola dose di ironia. Spero vi piaccia.

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LUNE sule fu ggiùste e fu mise n-gròsce

Il capitano Antonio Casano aveva lanciato la quotidiana pillola di saggezza. Si poteva cominciare a lavorare. E come spesso accadeva, il lavoro sporco toccava al maresciallo Massimo Calucchia, che in quel momento stava succhiando una mentina.

Al maresciallo piaceva mangiare e, appena poteva, masticava qualsiasi cosa fosse commestibile. Panini, cornetti, cioccolate, tramezzini, caramelle. Tutto. Viveva con la moglie al terzo piano di una vecchia palazzina al Tuscolano. Tre grandi camere, soffitti alti, poca luce.

“Capitano, in venti anni che sono nei Carabinieri, questo è il più brutale omicidio che abbia mai visto”

“Te lo ripeto in italiano, Calucchia. “Uno solo fu giusto e fu messo in croce”. Il mondo è popolato da farabutti. Noi possiamo prenderli e metterli dentro. Ma non possiamo certo eliminarli tutti”

Un bambino piangeva disperato nella stanza accanto, vanamente consolato da una voce amica.

“Chi è?”

“Sandrino, due anni, il figlio della vittima”

La camera da letto della vecchia casa romana, nel quartiere Coppedè, era devastata. Mobili rotti, cuscini sventrati, macchie di sangue sulle pareti. E lei stesa sul pavimento, nuda. Leggermente piegata sul lato destro. Un sacchetto nero di plastica sulla testa, le mani legate dietro la schiena con un nastro isolante grigio.

“Calucchia, chi è la vittima?”

“Anita De Salvi, 36 anni. Abitava in questa casa con il marito, Cesare Pregossi.”

“Il tipografo?”

“Lo conosce?”

“Giochiamo a calcetto ogni sabato mattina. Da due anni. Non ho mai incontrato lei, né ero mai stato qui. Ma lui lo conosco bene. Dove è ora?”

“Lo stiamo cercando.”

“Chi ha trovato il corpo?”

“La portiera. Ha le chiavi dell’appartamento, ogni mattina viene a fare le pulizie e non vuole svegliare il signor Pregossi che la notte rientra tardi dal lavoro.”

“Che ora era quando ha scoperto l’omicidio?”

“Le 9 di questa mattina.”

“Testimonianze? Avete ascoltato i vicini? Nessuno ha sentito niente? Sollecita anche la Scientifica, mi servono al più presto i risultati degli esami.”

“Ora mi attivo, capitano.”

“Viàte a cchèdda case addò stà na chièreca rase.”

“Uè, Cassano. Non perdi occasione per tirare fuori il tuo dialetto barese.”

“Dottor Bremonti, glielo ripeto per la centesima volta. Mi chiamo Casano,  con una sola esse. E ho solo detto “Beata quella famiglia della quale fa parte un prete”. Sarebbe utile, soprattutto in momenti come questo. Lei piuttosto, mi dica qualcosa di più sulla morta”

“E’ stata colpita con un coltello molto affilato. Ha cercato di difendersi, presenta numerosi tagli su entrambe le mani. Poi è stata soffocata. Ha la bocca piena di fazzoletti di carta, il sacco in testa ne ha accellerato la morte. Solo dopo che era stata uccisa, è stata stuprata”

“Ora del decesso?”

“Tra le 5 e le 8 di questa mattina.”

“Mi faccia avere al più presto il referto dell’autopsia.”

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IL CAMPO di calcetto era in periferia, sulla via Ostiense in direzione Ostia Lido. Un terreno sintetico che ogni sabato mattina vedeva gli stessi dieci uomini impegnati per un’ora a correre, spesso senza un criterio preciso. Non si può dire che fossero amici, né che si frequentassero fuori dal campo di calcio. Ma di certo si conoscevano bene.

La squadra di Antonio Casano, capitano dei carabinieri di professione e centrocampista per hobby, schierava la stessa formazione da sempre. Cesare “lo studente” Pregossi in porta. Cosimo “solo andata” Antonori centrale. Adriano “l’infame” Pellini in attacco.

Roberto “il viscido” Micaroni e il capitano dei carabinieri erano impiegati come esterni. Il problema era che quei quattro, in perfetta buona fede, spesso pensavano che l’uomo dell’Arma fosse davvero Cassano, quello con la doppia esse. E prentendevano da lui le stesse giocate del funambolo barese.

Ma le partite di calcetto erano anche una sorta di seduta pubblica di psicoanalisi. Ognuno tirava fuori il peggio di sé.

Il Viscido era un trentacinquenne piccolino, sempre sporco, con i vestiti vecchi e logori. L’unica cosa importante che aveva era il naso. Enorme. “A ogni bel portone ce sta bene un bel patocco” rispondeva a tutti quelli che si prendevano gioco di lui. Ma per il resto, ad ogni insulto replicava con un complimento. Adulare era il verbo che coniugava meglio. E questo faceva ogni volta che, negli spogliatoi, parlava con “Sola Andata” un attimo prima di entrare in campo.

“Cosimo, sei stato grande.”

“A Viscido, granne è stato er botto che ho fatto sur tappeto.”

“Ma che dici, è stata la sfortuna a punirti.”

“Veramente a punimme è stato er gancio sinistro de Barletta. Me fa ancora male ‘a mascella”

“Vedrai, ti rifarai.”

“No. Spero proprio de nun rifacce co’ quello. Quello mena.”

Cosimo era un pugile. Arrivava al Palazzetto dello Sport con il motorino, se ne andava sull’ambulanza. Per questo lo chiamavano “Sola Andata”.

Lo Studente era alto e magro. Pensava sempre di laurearsi, ma era fuori corso da dieci anni. Aveva una teoria. Diceva che per i bambini di due anni le parole erano poco più che un suono, l’importante era la musicalità della frase, non il significato. Così al posto di Cappuccetto Rosso, Cenerentola o Biancaneve, al piccolo Sandro raccontava ogni sera la cronaca di un delitto che aveva appena impaginato al Messaggero, dove lavorava come tipografo. Diceva che quando sarebbe cresciuto, Sandrino avrebbe conservato nell’inconscio soltanto una grande verità.

“Qualsiasi crimine tu commetta, sarai sempre preso e punito.”

L’Infame aveva 39 anni e lavorava da quando ne aveva 18. Non arrivava a 1.65, ma aveva piedi enormi. Fisico robusto, braccia muscolose e viso dalla mascella importante. Era il titolare della macelleria “Non solo carne”, nella zona vecchia di Testaccio. Da dietro il bancone osservava il mondo delle popolane che cercavano di risparmiare pochi euro dalla spesa quotidiana. Il quartiere stava cambiando. Ora c’era anche gente coi soldi, attori o imprenditori, a riempire quelle che una volta erano case popolari. Le avevano comprate, ristrutturate, arredate con mobili costosi e adesso se le godevano. L’Infame li vedeva entrare in macelleria e poi guardarsi attorno come se fossero in un luogo misterioso. Non gli piacevano. Quei palazzi dovevano restare a chi lì era nato, a chi lì aveva vissuto respirando ogni cambiamento il tempo avesse portato. Rideva raramente e solo la Roma calcio sembrava riuscisse ad agitare in lui una passione vera.

IL CAPITANO era andato a trovare Pregossi nell’albergo dove si era rifugiato assieme a Sandrino dopo essere stato informato del delitto. Casano si era recato lì più per cortesia che per interrogarlo. Per questo non si era fatto accompagnare da Calucchia.

“Cesare, mi dispiace. Potrai rientrare in casa solo quando non sarà più considerata il luogo di un crimine. Questo non è il momento migliore, ma dovrei farti alcune domande.”

“Fai pure, Antonio.”

“Tua moglie Anita aveva nemici?”

“Da un mese riceveva ogni lunedì una lettera anonima con minacce di morte. Quattro in tutto.”

“Posso vederle?”

“Certo.”

“Perché non avete denunciato il fatto?”

“Non avevamo considerato la cosa importante.”

Cesare aveva aperto la ventiquattore e aveva tirato fuori una busta marrone, dentro c’erano le lettere. Tutte uguali, tutte con l’identico testo.

<Puttana, prima o poi pagherai con la morte quello che hai fatto!>

Erano scritte al computer. Antonio l’aveva riconosciuto subito. Un Mac, il carattere usato era un Apple Chancery.

“Hai dei sospetti su chi potrebbe averle scritte?”

“No.”

“Qualche vicino, magari sposato, le aveva fatto delle proposte sconvenienti?”

“Perché me lo chiedi?”

“Le statistiche dicono che il 70% delle mogli tradiscono con uomini che abitano nel raggio di un chilometro.”

“Per questo ho cambiato casa.”

“Ciao Cesare, la batosta ha lasciato il segno.”

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COME sempre faceva quando il caso si presentava particolarmente cruento e la soluzione complicata, il capitano Casano era andato a passeggiare al cimitero. Quello inglese vicino alla Piramide Cestia. Era entrato dalla parte di via Ostiense ed aveva attraversato l’intera necropoli, per arrivare davanti alla tomba di Antonio Gramsci nella Zona Terza. Aveva guardato la terra dove era sepolto il fondatore del Partito Comunista Italiano, poi si era appoggiato a un albero e aveva cominciato a fare scorrere nella mente il film delle ultime vicende.

(devo stare attento. rischio di influenzare l’indagine se mi lascio coinvolgere emotivamente. perché cesare, tra le poche cose che ha portato via da casa, aveva quelle quattro lettere? se pensava non fossero importanti, perché le ha conservate e perché le ha prese con sé? e poi nella camera da letto della vittima ho visto qualcosa di strano. ho come l’impressione che ci fosse un elemento stonato, ma non ancora so cosa fosse. devo tornare lì)

ERA TORNATO nella casa del delitto e aveva trovato quello che cercava. Aveva fatto la strada di corsa e poi aveva suonato al citofono di un palazzo vicino, meno di cento metri dall’appartamento dei Pregossi. Adriano Pellini aveva aperto alla terza scampanellata.

“Ciao Antonio, come mai qui?”

“Ciao Adriano, volevo farti qualche domanda. Posso entrare?”

“Certo. Sei qui come amico o come carabiniere?”

“Diciamo che per ora sono qui come un carabiniere amico.”

“Vieni. Mettiamoci nel saloncino.”

Una voce era arrivata dalla cucina.

“Adriano, chi è?”

“Elisa, amore, è Antonio. Siamo nel saloncino. Dimmi Antonio.”

“Conoscevi Anita De Salvi?”

“Certo, è la moglie di Cesare.”

“In che rapporti eravate?”

“Che intendi? E poi, perché dici eravate?”

“Anita è stata uccisa. E nella sua stanza da letto c’era la tua collanina. Come mai?”

“La mia collanina?”

“Per favore, non rispondere sempre a una domanda con un’altra domanda. La tua collanina, quella di cuoio che reggeva un anello in oro, quella che ti togli sempre per ultima nello spogliatoio di calcetto, e riponi con cura in una scatolina che affidi al custode del campo, neppure sia un gioiello prezioso. Come mai era sul comò della moglie di Cesare?”

“Ho capito. Tu sei qui come carabiniere, dell’amico non hai niente. Ne parliamo assieme al mio avvocato.”

“Ne parliamo con chi vuoi. Domani alle 11, in caserma”

La chessciènze iè ccome a la calzzètte, mo iè llarghe e mmò iè strètte

Antonio Casano era convinto che i proverbi fossero davvero saggezza popolare. “La coscienza è come una calza: ora è larga, ora è stretta”. Ma non poteva essere così per lui, non poteva essere così per un carabiniere.

Aveva convocato anche gli altri due compagni di calcetto in caserma. Voleva sapere se almeno loro fossero a conoscenza di qualcosa in più su quelli che finora erano stati i protagonisti della brutta storia. Alle 9 era arrivato Roberto Micaroni, professione meccanico. Naso grosso e adunco. Due occhi a palla da miope precoce, un ciuffo di capelli sparati in avanti a dispetto di qualsiasi regola della fisica. Come se non bastasse, aveva le gambe corte e le cosce grosse. Il torace era stato perdonato dalla natura e non dava (per ora) segnali di cedimento.

“Roberto, hai saputo di Anita, la moglie di Cesare?”

“Ho letto l’articolo sull’omicidio stamattina sul Messaggero. Spero che almeno questa storia Cesare non la racconti a Sandrino”

“Come andava la relazione tra i due?”

“Bene, comunque meglio di come va quella tra Adriano ed Elisa.”

“Perché, cosa c’è che non va tra loro?”

“Non possono avere figli e questo ha creato grossi problemi. Litigi continui, anche violenti.”

“Chi è che non può averli, lei o lui?”

“Non ne sono sicuro, ma una volta Adriano si è lasciato scappare che forse la sua infertilità è colpa dell’inquinamento. Ma non ha chiarito come sia arrivato a quelle conclusioni.”

“Che tu sappia, hanno provato qualche cura particolare?”

“Lui ripete che i medici non ci hanno capito niente e che avrebbe trovato lui un rimedio. Ma non mi ha mai spiegato quale.”

Alle 10 era arrivato Cosimo Antonori, ragazzo dal fisico tarchiato. Piccolo, ma tosto. Un capoccione che poggiava su due spalle robuste, torace ampio. Gambe corte e storte. Faceva il pugile, o almeno così diceva lui. Si allenava nella palestra vicino agli ex Mercati Generali.

“Cosimo sai anche tu dei problemi che hanno Adriano ed Elisa?”

“Una sera in pizzeria, Adriano mi ha detto di avere trovato la soluzione per tutti i suoi guai. Ha detto che è una cosa che lo ripugna, ma che l’avrebbe comunque fatto.”

“E non ha aggiunto altro?”

“Ha detto: “E’ un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo”

“Assieme alla pizza avevate anche bevuto molto?”

Quando alle 11 Adriano Pellini e l’avvocato avevano fatto il loro ingresso nell’ufficio di Casano, il capitano aveva un’idea più precisa della situazione.

“Signor Pellini, come vanno le cose tra lei e sua moglie?”

“Siamo arrivati a questo punto. Adesso mi dai del lei?”

“Sei tu ad essere venuto qui con l’avvocato, io mi adeguo.”

“Vai avanti. Prima finisce questa storia, meglio è.”

“Rispondi alla mia domanda: come vanno le cose tra te e Elisa?”

“Bene, perché?”

“A me invece risulta che litighiate spesso a causa di un figlio che non arriva e che la colpa sia della tua sterilità.”

“Non vedo cosa c’entri questo con l’omicidio di Anita”

“Primo, non mi hai detto la verità. Secondo, potresti avere cercato consolazione altrove, magari da Anita”

“Tu vaneggi. Io me ne vado. Non puoi trattenermi.”

“Adriano, penso che per te sarebbe meglio collaborare e dirmi tutto quello che sai.”

“Ti saluto.”

IL CAPITANO Casano stavolta si era fermato davanti alla tomba del poeta inglese John Keats. C’era il sole, ma l’aria era ancora fresca. L’ombra degli alberi all’interno del cimitero inglese regalava un senso di pace, di tranquillità. Il carabiniere aveva scelto come punto di appoggio il muro di cinta.

Antonio Casano, da Modugno in provincia di Bari aveva  trentotto anni, ma gli sarebbe ancora piaciuto portare i capelli lunghi come molti di quegli studenti a cui aveva insegnato dieci anni prima.  Aveva un fisico atletico, era alto 1.80 e non superava mai i 75 chili. Aveva insegnato chimica, ma anche filosofia. Non nel senso di Socrate e Aristotele, ma in quello di offrire una visione disincantata della vita e di cercare le strade migliori per percorrerla. I ragazzi gli volevano bene. In un periodo di contestazione dura, lo stavano ad ascoltare. Amava la musica e le avventure. Sognava di fare il giro del mondo, magari in moto. Poi gli era venuta quella che lui chiamava “la vocazione”, ed era entrato nell’Arma. E adesso, che a ricordargli il passato era rimasta solo la Ducati, se ne stava davanti a una tomba a parlare con uno che non gli avrebbe mai potuto rispondere.

(perché mi sto intestardendo su questa storia della sterilità? forse mi sto lasciando condizionare dal rapporto di amicizia con testimoni e sospetti, altrimenti non avrei fatto quelle domande ad adriano. ma sento che c’è qualcosa che lega il delitto con la storia della sterilità. niente più che un’intuizione, ma in mancanza d’altro devo accontentarmi)

ELISA Cacchi, la moglie di Adriano, aveva un paio di jeans così attillati che faticavi a capire come fosse riuscita a indossarli. La T-shirt bianca era invece almeno una misura più grande della sua taglia. I capelli, lunghi e biondi, ondeggiavano ad ogni passo. Era come la ragazza della pubblicità dello shampo, quella che l’Infame aveva visto mille volte in televisione. Solo che Elisa era un po’ sopra misura, robusta insomma. Ma non ne aveva mai fatto un problema. Sono cose che contano poco quando si hanno abbastanza soldi per riderci su. Adriano e Elisa appartenevano a due mondi diversi. Da ragazza lei viveva in una villa sull’Appia Antica. Era la figlia di Elisabetta Finzetti Contini Cacchi, una a cui il popolo faceva schifo e proprio non riusciva a capire come la figlia riuscisse a mischiarsi alla marmaglia senza sentirsi nauseata da quell’odore di povertà che emanava. Gli amici di Elisa si chiamavano Gigio, Giampi, Dodo, Ciuffo, Spino.

Il papà di Adriano si chiamava Francesco, detto Checco, e lavorava ai Mercati Generali di via Ostiense. Faceva il facchino. Tempo per ridere ne aveva poco. Al massimo qualche accenno di sorriso la notte del Cottio, quando i grossisti offrivano il pesce, fritto in un padellone gigante dalle donne del quartiere. Quando Adriano era piccolo lui lavorava fino alle prime luci dell’alba, il giorno dormiva. Ma quando era sveglio parlava tanto con quel figliolo a cui voleva regalare la fortuna di fare quello che lui aveva sognato da ragazzo. Avere un negozio tutto suo.  Checco sapeva godere di quel poco che la vita offriva a gente come loro. In camera da letto conservava, come una reliquia, una foto con Amedeo Nazzari in visita ai Mercati. Aveva sempre faticato, ma non si era mai lamentato. Neppure quando era rimasto solo a portare avanti la famiglia. Aveva sposato Maria dopo uno di quei fidanzamenti che sembravano essere senza fine. Si erano conosciuti poco più che bambini, avevano vissuto di sogni per dieci anni, poi era finalmente arrivato il matrimonio. Sei anni dopo, Maria era morta lasciando soli Checco ed il loro bambino.

Elisa guardava il marito e non parlava. Erano dieci minuti che la scena non cambiava. Se ne stavano in cucina, appoggiati al tavolo in marmo, uno da una parte, lei dall’altra. Muti.

“Adriano, cosa voleva Antonio?”

“Il capitano Casano mi ha chiesto come vanno le cose tra noi due.”

“E questo cosa c’entra con l’omicidio di Anita?”

“E quello che gli ho detto.”

“E lui?”

“Ha continuato a interrogarmi sul tema.”

“Gli hai detto la verità?”

“E quale sarebbe la verità?”

“Che quasi non ci parliamo più. Che per salvare il nostro matrimonio mi hai costretta a fare una cosa di cui mi vergognerò per tutta la vita. Che presto non potremo neppure guardarci in faccia.”

“Stai zitta. Se gli avessi detto queste cose, magari sarei già in carcere. E poi non mi è sembrato che tu abbia fatto un gran sacrificio.”

“Adesso offendi pure! Comunque tu non puoi averla uccisa. Ieri mattina eri in casa. Credo…”

“Che vuol dire “credo?””

“Io ieri mattina dormivo”

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U pan mocc a ci non ten l’dind”.

Nella testa del capitano Casano cominciava a farsi strada una strana idea. “Chi ha il pane non ha i denti”. Il percorso per arrivare a dama sarebbe stato lungo e complicato, ma era anche l’unico che gli sembrava al momento percorribile.

“Calucchia, abbiamo il referto della Scientifica?”

Il maresciallo aveva messo via il supplì che stava mangiando di nascosto, si era messo quasi sull’attenti e aveva risposto.

“Eccolo capitano, è appena arrivato.”

“Che dice?”

“Sul luogo del delitto è stato trovato il coltello usato dall’assassino. E’ un modello in acciaio inox, usato generalmente per arrosti e salumi. Garantisce un taglio preciso, l’impugnatura ha una presa sicura. Le tracce di sangue rinvenute sulla lama appartengono solo alla vittima. L’assassino deve essere stato attento a non ferirsi. Sono stati rinvenuti anche alcuni capelli che non sono della morta. Inoltre c’è un bicchiere che potrebbe essere stato usato dal killer. Conteneva un liquore, quasi sicuramente rum, e dalla saliva sul bordo si potrebbe capire chi altro fosse nella stanza quella mattina. Magari incrociando gli esami del Dna tra capelli, rum e sospetti.”

“E bravo Calucchia, adesso sei pronto per il RIS!”

“Capitano, volevo solo…..”

“Scherzavo. Mi piace chi è propositivo. Adesso però penso che ci servirebbe un aiuto. Chiamami Anselmo Scagliarini”

“Il profiler del Reparto Analisi Criminologiche?”

“Lui. Gli avevo chiesto un parere sul caso, dovrebbe essere pronto.”

Il capitano aveva appena aperto il succo di frutta, quando il telefono aveva preso a squillare.

“Antonio?”

“Ciao Anselmo, hai novità per me?”

“L’assassino è un uomo tra i 35 e i 40 anni. Conosceva molto bene la vittima, la scatenante è stata la passione. Presumibilmente la gelosia, la paura di non avere più potere sul partner. Marito o amante? Questo non lo so. Ha infierito sul corpo, le ha coperto gli occhi affinchè non lo vedesse nel momento in cui la stava uccidendo. E l’ha stuprata solo dopo morta, recuperando così, nella sua mente malata, il potere perso.”

“Grazie, mi sei stato di grande aiuto.”

Finalmente era arrivato anche il rapporto sull’autopsia. Il dottor Bremonti era stato veloce, come richiesto.

“Anita De Salvi è morta da costrizione esterna del collo determinata da un laccio e da una busta che ne hanno limitato la capacità di assumere ossigeno. In altre parole, è stata soffocata dal sacchetto della spazzatura e dal laccio che le è stato stretto attorno al collo. Sulle mani della vittima si contano quindici tagli provocati da una lama lunga almeno venti centimetri, la De Salvi ha cercato di difendersi. Confermo la prima ipotesi fatta sul luogo del delitto. La signora è stata stuprata solo dopo morta. L’assassino dovrebbe avere usato un profilattico, non ci sono infatti tracce di sperma nè sulla vittima, nè vicino a lei.”

STAVOLTA nell’ufficio del capitano Casano c’era Cesare Pregossi.

“Dove eri la mattina dell’omicidio tra le 6 e le 8?”

“La sera prima avevo fatto la notte al giornale, poi ero andato a cena con alcuni colleghi. Avevamo bevuto troppo, si erano fatte le 4 e non potevo guidare la macchina in quelle condizioni. Ho tirato giù il sedile e mi sono addormentato. Quando mi sono svegliato ho guardato l’orologio. Erano le 8.30. Sono arrivato a casa verso le 9.15 e ho trovato i carabinieri.”

“Chi può confermare questa storia?”

“I miei colleghi, almeno fino alle 4. Dopo devo affidarmi alla fortuna, e sperare che qualche sconosciuto passante abbia lanciato un’occhiata nella macchina.”

“Perché non hai chiamato tua moglie per dirle cosa era accaduto?”

“Alle 4 l’avrei svegliata, poi ho dormito. La mattina ho pensato che avrei fatto prima a tornare a casa, piuttosto che incominciare un’altra discussione per telefono.”

“Discutevate spesso?”

“Lei pensava che la tradissi.”

“E aveva ragione?”

“Non nel senso stretto del termine.”

“Spiegati meglio.”

“Andavo a letto con Elisa, la moglie di Adriano. Ma non è come pensi tu.”

“Perché, come ci andavi? In sogno?”

“Adriano ed Elisa volevano dei bambini, ma dopo cinque anni di matrimonio ancora non erano riusciti ad averne. Lui si era fatto il test ed era risultato sterile. Mi aveva chiamato. Loro due erano d’accordo. Mille euro a settimana ed avrei provato io a inseminare Elisa.”

“Un gesto di amicizia.”

“Non puoi capire.”

“Hai ucciso tu Anita?”

“Ma sei pazzo? Io l’amavo”

“Acconsenti a darmi spontaneamente alcuni capelli per un riscontro del Dna?”

“Certo, non ho nulla da nascondere”

“Sei nel libro degli indagati, non lasciare la città, renditi sempre reperibile.”

ANTONIO Casano era in piedi, davanti al monumento funebre dedicato a Rosa Bathurst nel cimitero inglese all’Ostiense. Quella ragazza inglese era morta nella primavera del 1824, precipitata nel Tevere mentre passeggiava a cavallo lungo le sponde fiume. Era giovane, bella, allegra. Aveva solo sedici anni. La tomba era vicina alle Mura Aureliane. Il capitano se ne stava lì a pensare a quell’esistenza troncata così presto, a riflettere su come nel mondo ci fosse sempre stata una dose eccessiva di crudeltà.

“Cuggie l’acque kuann chiov’”, cogli l’acqua quando piove. Versione barese del Carpe diem, cogli l’attimo. Difficilmente la vita concede una seconda occasione.

(cesare non mi convince. e perché adriano non mi ha detto niente di questa storia? perché la collanina di adriano era sul comò di anita? l’alibi di cesare, regge davvero? ho sempre di più la sensazione che questo sia un delitto di gelosia. ma se cesare andava con elisa, addirittura pagato da adriano che è il marito, chi potrebbe avere ucciso anita per gelosia?)

ADRIANO Pellini era visibilmente nervoso. La nuova convocazione in caserma lo aveva scosso. Le parole di Elisa, l’invito a dire tutta la verità gli avevano regalato altra agitazione. Antonio Casano per lui ormai era solo un capitano dei carabinieri, l’amico era rimasto sul campo di calcetto. E non sarebbe più tornato.

“Adriano, vuoi raccontarmi questa storia tra te, Elisa e Cesare?”

“Quale storia?”

“Cesare mi ha detto tutto.”

“E allora, cosa vuoi sapere da me?”

“La verità.”

“Non potevamo più sopportare l’idea di non avere un figlio. Non ci piaceva neppure la prospettiva della fecondazione artificiale, o meglio: non piaceva alla famiglia di lei. Non volevano un nipote da una persona che neppure conoscevamo. E così ci siamo rivolti a Cesare. La cosa sarebbe rimasta tra amici.”

“Avete strane idee su cosa sia l’amicizia.”

“Era un’operazione asettica. Un semplice atto di riproduzione, non c’era coinvolgimento emotivo. Un accoppiamento meccanico. Niente amore. Purtroppo non ha funzionato.”

“In che senso?”

“Ci hanno provato per due mesi, quattro volte a settimana. Ma niente. Così abbiamo rinunciato.”

“Cosa c’era che non andava?”

“Dopo un fallimento così ripetuto, Cesare ha avuto dei dubbi. Elisa le analisi le aveva già fatte, tutto a posto. La colpa, chiamiamola così, era mia. Ero sterile. Lo stesso destino di Cesare.”

“In che senso?”

“E’ sterile anche lui. Le analisi e le visite lo hanno confermato.”

“Toglimi una curiosità. Perché abbiamo trovato la tua collanina sul comò di Anita?”

“Cesare diceva che con quella addosso si sarebbe sentito più a suo agio con Elisa. Era come se avesse ricevuto un’approvazione più forte da parte mia. Ma quella mattina, per distrazione, deve averla dimenticata lì, in casa.”

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ADESSO tutto tornava. La cosa più difficile sarebbe stata quella di non aggravare la situazione con Sandrino. Il capitano Casano era andato a prendere Cesare Pregossi assieme al maresciallo Calucchia, che in dieci minuti di macchina aveva sgranocchiato almeno venti noci. Con loro c’era la dottoressa Simona Cavicchi, psicologa dell’infanzia e assistente sociale. Cesare aveva aperto al primo suono del campanello, sembrava li stesse aspettando. Aveva la faccia stravolta, non dormiva da quattro giorni.

“Allora, vuoi dirmi finalmente la verità?”

“Sono stato io.”

“Questo lo sapevo, il tuo DNA è stato trovato sul corpo della vittima. Sudore, roba recente. Per fortuna la portiera ha scoperto Anita poco dopo che tu l’avevi uccisa. Ha salvato le prove.”

“Ho la mente confusa.”

“Succede quando la testa non funziona come dovrebbe. C’è altro?”

“Mi sono inventato la storia delle lettere anonime, quelle le ho scritte io.”

“Dimmi qualcosa che non so.”

“Quando ho scoperto di essere sterile, mi è crollato il mondo addosso. L’ho affrontata e le ho chiesto chi fosse il padre di Sandrino, volevo sapere con chi mi aveva tradito. Ma lei ha fatto l’offesa, ha detto che era il mio. Le ho sbattuto in faccia il referto del laboratorio e il certificato di sterilità. Si è messa a ridere. Come? Ma se sei il macho del quartiere! Non sei neppure in grado di fare un bambino! Mi sbatteva in faccia quelle parole come se non contassi nulla, non potevo sopportarlo. Sono andato in cucina, ho preso il coltello con cui tagliavamo l’arrosto e un sacco dell’immondizia. Sono tornato in camera da letto, ho buttato giù un bicchiere di rum e le sono saltato addosso. Ha provato a difendersi la poverina, ma è stato inutile. Le ho legato le mani con il nastro isolante. Le ho messo in testa il sacchetto e glielo stretto con un laccio alla gola. Quando ha smesso di agitarsi, l’ho spogliata e poi ho fatto l’amore un’ultima volta con lei. Io volevo bene ad Anita e lei mi ha tradito.”

Antonio Casano era sconvolto. Mentre il maresciallo Calucchia portava via Cesare Pregossi, lui aveva cominciato a piangere. Era triste per Sandrino, a due anni aveva appena perso la mamma e ora avrebbe affrontato una lunga parte della vita senza avere accanto neppure il papà. Ma alla fine forse il bambino avrebbe capito, glielo aveva ripetuto tante volte il papà in quelle strane favole che gli raccontava la sera.

“Qualsiasi crimine tu commetta, sarai sempre preso e punito.”

A ccì crète, Ddì prévete

E lui ci credeva, Dio avrebbe provveduto. Antonio Casano da Modugno era certo che a dividerlo da quello con le due esse, non fosse solo una consonante. Era entrato nei Carabinieri convinto dalle parole di un maresciallo. “Il mondo è popolato da farabutti. Noi possiamo prenderli e metterli dentro. Ma non possiamo certo eliminarli tutti”. L’importante era non arrendersi mai.

Passeggiava lentamente sotto il sole caldo di Roma. Il cimitero inglese era silenzioso. Stavolta non aveva una meta. Quel posto gli regalava serenità, lo faceva riflettere. Pensava all’amico perso, al bambino che era rimasto solo, al dispiacere di non avere capito subito cosa turbasse la mente di un uomo che conosceva da due anni. Il suo dovere l’aveva fatto. Un altro colpevole era in galera.

Preso in quei pensieri si era accorto solo all’ultimo istante di una presenza improvvisa. Il maresciallo Calucchia era lì, davanti a lui, masticava una mela e sorrideva.

“Capitano, allora la faccio questa domanda per entrare nel RIS?”

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