Il giornalismo sportivo

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I giornali sportivi sono in caduta libera, anche nel mese di maggiore vendita dell’anno (parlo di agosto, il rapporto di cui indico le cifre è quello fra il 2012 e il 2013) hanno registrato un calo preoccupante di vendite (fonte Accertamento Diffusione Stampa): – 18% circa la Gazzetta dello Sport, – 20% il Corriere dello Sport, – 27% Tuttosport. E pensare che agosto 2012 è stato occupato per quasi metà del tempo (12 giorni per l’esattezza) dall’Olimpiade di Londra. E durante i Giochi, come potrete udire dalle parole di qualsiasi dirigente di quotidiano sportivo, “Si vende poco, meno del solito. Anzi, non vendiamo una copia in più”.

“Le cifre durante Pechino 2008 e Londra 2012 dicono il contrario”

“E’ stato il calcio a farci vendere”

Da tempo i giornali sportivi stanno precipitando. Eppure continuano ad usare la stessa formula. Le novità rilevanti sono a quota zero. Le ultime invezioni importanti (interviste e pagelle) risalgono a quasi quarant’anni fa. Dall’inizio degli anni Novanta in poi c’è stata una lenta, ma costante omologazione nei contenuti. Figlia anche dell’impossibilità di accesso alle fonti. I campioni ormai parlano solo con le Tv. Per mancanza di una loro cultura sull’uso dei media, perché non si fidano dei giornalisti, perché apparire in televisione fa più felici gli sponsor.

Le rivoluzioni di Giorgio Tosatti e Gino Palumbo sono state le ultime.

In un recente intervento a Pontremoli, dopo aver ricevuto il Premio Bancarella 2013 alla carriera, Mario Sconcerti ricordava come il suo più grande cruccio fosse quello di non essere riuscito a cambiare il linguaggio dei giornali sportivi nel periodo in cui era stato vice-direttore della Gazzetta e poi direttore del Corriere.

Tutto questo per dire che mi sembra non si faccia abbastanza per combattere quelli che sono i colpi inflitti dalla crisi economica.

Il nemico di sempre è la televisione. Così dicono gli alti in grado, ma è una storia già sentita sin dalla fine degli anni Sessanta. Allora Antonio Ghirelli ribaltò la situazione, trasformando la televisione da nemico in alleato. Lasciando alla tv la cronaca dell’evento e prendendosi tutto il resto.

Ora, in molti casi, la resa è totale. Il racconto di una partita non ha un’evoluzione naturale. Si comincia con gli spogliatoi, si prosegue con le pagelle e in fondo c’è l’analisi della partita.

Ho chiesto più volte il perché di questa scaletta.

La partita l’hanno vista tutti su Sky o Mediaset.”

E’ quasi vero, ma ci sono tre obiezioni grandi come un palazzo davanti a questa affermazione.

Primo. I telespettatori che seguono Sky e Mediaset Premium (quattro milioni e 760mila abbonati il primo, audience massimo di una partita poco sopra 1,8 milioni; due milioni di abbonati il secondo) non rappresentano la totalità dei lettori.

Secondo. Il tifoso/lettore non ha visto solo la partita. Ha guardato anche tutte le interviste. Che sono poi le stesse che appaiono il giorno dopo sui giornali. Perché, forse non tutti lo sanno, le dichiarazioni dei giocatori più importanti vengono fatte solo davanti alle telecamere. I cronisti sono davanti al teleschermo a registrarle. Quindi tutto già visto, già ascoltato, già “letto”. Perché metterlo in apertura del racconto?

Terzo. L’elemento in più che il quotidiano può dare rispetto alla televisione è l’opinione del proprio giornalista. La chiave di lettura totalmente personale che l’inviato offre dell’evento. Perché non si sfrutta questo elemento come si dovrebbe?

Ma qui entriamo in un terreno minato. Una volta nei giornali c’era un eccesso di tecnicismo, gli articoli erano pieni di riferimenti tattici. Oggi si fatica a trovare un chiaro discorso analitico che ci spieghi cosa è successo. Mancano gli specialisti.

Mancano nel calcio, mancano soprattutto in tutti gli altri sport. A volte ci si affida a cronisti che conoscono poco la materia, che si avventurano in semplicistiche valutazioni o scivolano sulla strada più facile di una cronaca senza sentimento. Perché, bisogna avere il coraggio di ammetterlo, sono in numero calante (in modo inquietante) anche i narratori.

Le storie dello sport sono fantastiche. Bisogna avere voglia di scarpinare, studiare, affannarsi e poi bisogna avere la capacità di metterle in un articolo che riesca a farsi leggere.

Altro falso alibi, a mio avviso, è quello legato “all’inutilità” della notizia. Tanto c’è Internet che anticipa tutti, dando informazioni in tempo reale. Perché affannarsi nella rincorsa di quelli che una volta erano chiamati scoop?

In Italia sono 37 milioni gli utenti di Internet (fonte 11° Rapporto Censis sulla comunicazione e Demos-Coop), ma solo il 12% di loro legge i quotidiani online. Il che porta alla conclusione che (in totale) i lettori dei quotidiani online sono circa 4,4 milioni. I tre giornali sportivi, nell’edizione cartacea, da soli mettono assieme 6,4 milioni di lettori. Non mi sembra che il colpevole di tutto possa essere scovato online.

Non vorrei essere frainteso. Tv e Internet sono ostacoli consistenti alla diffusione della stampa su carta. Ma non possono essere l’alibi per il crollo verticale. Non possono essere sempre e comunque citati come scusa per non fare resistenza (gli unici provvedimenti finora adottati dall’editoria sono stati il taglio degli organici).

C’è una diffusa paura delle novità.

Un giorno, qualche anno fa, ho portato in redazione una storia fantastica. Un pugile me l’aveva raccontata in esclusiva. Era il ritratto di un ragazzo cresciuto tra un padre alcolizzato e violento, una sorella tossicomane e la miseria che faceva da sfondo. Diventato uomo quel ragazzo era caduto anche lui nell’alcoolismo e nella tossicodipendenza. La boxe, lo sfinimento degli allenamenti in palestra, la dedizione a un lavoro manuale che lo fiaccava al punto da togliergli qualsiasi altro desiderio lo avevano aiutato a uscire dal tunnel. Quando si era ripreso, quando aveva cominciato a godere di una vita normale, si era strappato un tendine. Sembrava fosse la fine del sogno e il rientro nel dramma di un’esistenza a rischio. Un medico coraggioso lo aveva rimesso in piedi. Ora era guarito e una settimana dopo quella intervista si sarebbe battuto per il titolo mondiale.

Facciamo due pagine. Abbiamo la storia, abbiamo le foto, abbiamo l’esclusiva” avevo proposto pieno di entusiasmo.

Non lo conosce nessuno. Mettiamo tutto in una pagina che è anche troppo

Ecco, credo che sia abbastanza rappresentativo della poca voglia di uscire dagli schemi.

In alcuni elementi dei vertici dei giornali non c’è neppure la voglia di scoprire cosa offra lo sport oltre al calcio.

Quando, prima di andare in pensione, davanti alla richiesta di personaggi importanti da portare in redazione per un forum dissi che mi sembrava una buona idea quella di far venire Federica Pellegrini, mi sentii rispondere: “Ma è conosciuta?

I vertici troppo spesso non lasciano la loro stanza di comando da decenni, non sempre si fidano degli inviati sul posto e questo li porta a non conoscere più la realtà delle cose. Anche loro vivono cibandosi di quello che offre la televisione.

Sono iscritto a un gruppo online su Facebook. Si chiama “Leggo la Gazzetta alla rovescia”. Siamo in tanti a farlo e ci sentiamo ogni giorno di più come i soldati del 7° Cavalleria di George Armstrong Custer a Little Bighorn. Prossimi a essere sterminati da Lakota, Cheyenne e Arapaho. Assediati, soli e senza nessuno che arrivi in nostro aiuto. Ma non ci arrendiamo.

La crisi economica ha portato alla riduzione degli organici, al taglio drastico delle trasferte. Un giornale senza inviati non può farcela. Le storie riprese dalla Tv o da Internet sono vecchie. Non c’è approfondimento che tenga se alla base c’è un’ignoranza della materia. Nel senso che se non si è dentro al sistema, se non si conoscono i dettagli, se non si riesce a parlare con i protagonisti difficilmente si può scrivere qualcosa che possa far dire al lettore: “Ho speso bene i miei soldi.”

I nemici veri del giornalismo sportivo moderno non sono dunque solo Tv e Internet.

E’ nella fretta con cui si confezionano i quotidiani. “Non si fanno più le inchieste” era il motivo ricorrente delle lamentele dei vecchi inviati di qualche tempo fa. La risposta era sempre la stessa: la velocità delle idee e la necessità di consensi pretende un modello flessibile, facilmente modificabile in corsa. E questo non poteva certo essere realizzato mettendo in cantiere un’inchiesta.

Per i giornali sportivi quella risposta non regge. Si sa quasi tutto prima. Le poche volte che la notizia rende necessario lo stravolgimento del timone (l’ordine in cui si susseguono le pagine sull’edizione che andrà in stampa), si può operare senza grandi intoppi e correre ai ripari.

Gli unici stravolgimenti dell’editoria sportiva in tempi recenti sono stati quelli realizzati sul piano grafico. Ora le pagine sono di più facile lettura, rendono spesso più immediato il senso della proposta. Ma, a mio parere, i contenuti sono scaduti e scadono ogni giorno di più.

E, sempre più spesso, c’è un calo di credibilità. Il calcio mercato è diventato ancora di più una corsa a chi la spara più grossa. Cento nomi sui titoli, novantanove non corrispondano al vero. E quando esce il centesimo si mette la foto del giornale in cui era stata data la notizia, con un titolo che sembra ironico (“Noi l’avevamo scritto!”), ma che invece fa solo parte del copione di un film che non mi piace più.

Ci si riempie la bocca parlando di “cultura sportiva”. E poi si scopre che il rapporto tra spazio lasciato agli sport vari e quello dedicato al calcio è al massimo di 15 a 100 su due dei tre quotidiani. E che se alla riunione del mattino provi a proporre un’inchiesta sull’educazione motoria nelle scuole elementari, ti guardano come un marziano tossicodipendente che ha appena cambiato spacciatore ed ha ricevuto una dose tagliata male. Non fa vendere? E’ probabile, ma allora non si invochi la dea cultura usandola come paravento per nascondere la triste verità.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di tutto questo.