Il silenzio della boxe

Ching-Kuo Wu alle ultime elezioni per la presidenza del CIO, tenutesi a Buenos Aires, ha dimostrato di avere almeno due grandi difetti. Non è in grado di fare valutazioni politiche, non è in grado di procurare consensi all’esterno della sua disciplina. E’ stato infatti l’unico candidato eliminato al primo turno di consultazioni. Vuol dire che non ha saputo creare neppure una parvenza di alleanza. Non si va alla guerra se non è necessario e soprattutto se non si hanno le armi per combattere. E questo dovrebbe essere l’uomo capace di rivoluzionare uno sport difficile ma affascinante come il pugilato?
E poi, perché nascondere il risultato? La sconfitta fa parte dello sport. Annuncio della candidatura con squilli di tromba sul sito ufficiale dell’Aiba. Figuraccia ignorata, senza neppure dare la notizia della nomina del nuovo presidente Thomas Bach.
C’è la speranza che tla disfatta di Wu ci salvi dalla fine ingenerosa che l’Aiba sta programmando per la boxe professionistica? Ne dubito, anzi sono convinto del contrario.
Evidentemente finora non sono stato abbastanza chiaro nell’esporre il mio punto di vista sull’APB, il professionismo targato AIBA. Non lo combatto perché va ad aggiungere una nuova sigla a quelle già esistenti. Sono convinto che lo sbaglio non sia quello di avere dieci, undici o venti sigle. L’anomalia è che ce ne sia più di una. Ogni sport serio ha un campione del mondo. Il pugilato ne ha almeno quattro!

La necessità di avere un solo nome come punto di riferimento è talmente avvertita tra gli appassionati che in giro ci sono più enti che stilano le proprie classifiche, ignorando le varie sigle. Noi adottiamo quelle del Transnational Boxing Ranking Board e ci sembra, ma forse siamo di parte, siano quelle più attendibili (nella foto, Sugar Ray Robinson a sinistra contro Randy Turpin. Era l’epoca in cui il campione del mondo era ancora soltanto uno).
Non mi piace l’AIBA per il metodo che ha deciso di usare per raggiungere i suoi obiettivi. “Le Federazioni i cui professionisti non combatteranno nell’APB saranno escluse dai Giochi Olimpici.” E ancora: “Chiunque partecipi a campionati di altre sigle, sarà escluso per sempre dall’AIBA.” Come chiamereste queste regole? Io sono per la democrazia, per la discussione, per il rispetto delle altrui opinioni. Non posso stare dalla parte di chi vuole imporre con la forza i suoi interessi.
In via subordinata, sono pieno di dubbi sull’efficacia di un professionismo di questo tipo. Sei dei dieci vincitori dell’oro olimpico a Londra 2012 la pensano come me. Hanno detto no all’AIBA: Zou Shiming (minimosca), Luke Campbell (gallo), Vasyl’ Lomachenko (leggeri), Ryota Murata (medi), Oleksandr Usyk (massimi), Anthony Joshua (supermassimi). Hanno accettato di rimanere con l’associazione che fa capo a Wu: due cubani (Ramirez, mosca, e Iglesias Sotolongo, superleggeri); un kazako (Sapiev, welter); un russo (Mechoncev, mediomassimi).
Sappiamo tutti quanto sia difficile lasciare Cuba.
Su questo Paese è stata costruita ad arte la “leggenda” della scelta storica del professionismo. La partecipazione alle World Series of Boxing è stata fatta passare come una decisione epocale. Purtroppo non è cambiato nulla. I soldi che spetteranno alla squadra cubana nelle WSB andranno ai dirigenti che a loro volta ne girerano parte (secondo i propri criteri) ai pugili. Esattamente come era prima. Nessuno sconvolgimento etico, nessuna voglia di rinnegare il passato. Solo un adeguamento, un cambiamento di parole, di termini per una realtà che resta la stessa. Il dilettantismo è morto, lo ha ucciso l’AIBA. Cuba non aveva più un campo dove operare, ha accettato le WSB che restano comunque una competizione ibrida, priva di una precisa identifcazione.
Non rappresentano di certo il professionismo. Non lo sono per il valore medio dei partecipanti, perché negano a chi non fa parte del gruppo di misurarsi con gli altri, perché rifiutano il confronto con i migliori atleti del mondo.
Sento e leggo alcune voci favorevoli alle WSB portare come “prova a favore” il fatto che alcuni professionisti siano stati sconfitti durante incontri ufficiali di quel torneo. Siamo onesti. Si parla di pugili che non si sono mai affacciati neppure alla ribalta europea, che non hanno vinto titoli oltre (e in rari casi) quelli nazionali. Insomma il confronto a livello assoluto va fatto con Marquez, Ward (nella foto), Froch, Mayweather, Rigondeaux, Klitschko. Per favore, siamo seri. Questi sono professionisti.
Germania, Inghilterra e Stati Uniti non hanno il minimo dubbio. Loro rappresentano la boxe moderna. Hanno televisioni che garantiscono attività. I problemi nascono in nazioni povere, di pugili (mi riferisco al numero) e di soldi. L’Italia su tutte.
L’attività langue, i match dei nostri campioni europei subiscono continui rinvii, non sempre le borse per i titoli vengono versate nei tempi previsti. Tutti si lamentano, ma nessuno fa un piccolo passo per cercare di frenare il lento, costante, inarrestabile declino.

Abbiamo cinque campioni d’Europa (Boschiero, Bundu, nella foto, Di Rocco, Marsili e Simona Galassi), quattro sfidanti ufficiali (Sarritzu, G. Branco, Spada e Ndiaye), dovremmo sentirci ricchi. Invece facciamo tanta fatica anche a gestire l’ordinaria amministrazione.
A tutto questo va ad aggiungersi l’incapacità cronica del pugilato italiano di individuare un obiettivo comune, di lottare assieme per provare a rallentare la caduta. Ognuno degli operatori è convinto che può salvare il suo orticello e ignora il significato del termine coalizione. Tutti sono convinti nel loro campo di potercela fare.
La gestione politica del problema sarebbe toccata alla Federazione che se ne è invece bellamente tirata fuori. Convinta anche lei di sopravvivere inseguendo unicamente i propri interessi, soprattutto (pensano) senza rischiare nulla ed evitando accuratamente qualsiasi conflitto. Il dilettantismo è morto e non se ne sono accorti. Presto subiranno identica fine le società (almeno quelle che non snatureranno la loro origine per trasformarsi in palestre di fitness e affini) e la stessa Federazione. Così, quando ci si metterà davanti a un tavolo per capire cosa stia succedendo, ci si accorgerà che è tutto finito. E nessuno ha fatto niente per evitare il massacro. Rassegniamoci, il futuro di chi ama la boxe è la visione in streaming dei match organizzati al di fuori del nostro Paese. In Italia, dal 31 dicembre 2016 in poi, ci sarà solo il deserto.