Russo batte il popolo del web

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IL popolo della boxe non gode quasi mai. Da quando il web ha ampliato i confini di un mondo che si ciba di lamentele, il movimento della lacrima travolge chiunque abbia l’ardire di sorridere.

Floyd Mayweather è noioso, Vasyl Lomachenko non è quel fenomeno che si dice, Rigondeaux fa una boxe poco spettacolare.

E ancora. Arturo Gatti sì che era un grande pugile, faceva una boxe esaltante. Opinione rispettabile, ma allora perché dare fuori da matti quando si obietta che la boxe è violenza?

Clemente Russo è uno che nel pentolone mediatico ci è finito dal primo momento in cui è salito sul ring. Gli insulti che riceve sono in gran numero superiori ai complimenti. Nei pesi massimi ha vinto l’oro ai Mondiali di Chicago 2007. Ora ha bissato alla grande il successo ad Almaty. Ha conquistato l’argento alle Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012. Ha vinto le World Series of Boxing. Ha battuto Danny Price, Oleksandr Usyk, Deontay Wilder, Egor Mekhontsev.

Si può dire che la sua boxe non piace, che spesso è confusa, fatta più di astuzia ed esperienza che di un talento classico. Si può anche dire che sul ring sia sgraziato, poco affascinante. Ma non si può assolutamente dire che non sia un dilettante di valore assoluto. Un campione. Non basta disputare oltre 220 match per essere un atleta di successo. Bisogna conquistare i traguardi importanti.

E lui questi successi li ha sempre inseguiti con determinazione. Ricordate la semifinale dei Giochi di Londra? Contro Mammadov sembrava fosse finita dopo appena un round e due conteggi. E invece ne è uscito vincitore.

A dicembre 2012 un brutto incidente ne aveva segnato la storia. Sul web è stato anche scritto che si era inventato l’infortunio per evitare di affrontare Usyk! La diagnosi medica parlava di due vertebre incrinate e della lesione di un nervo del braccio sinistro che aveva ridotto la sua funzionalità al 30%. Non si è arreso. Ha lavorato duro, ha avuto il coraggio di cercare fuori dai confini della boxe qualcuno che potesse aiutarlo. L’ha trovato in Vittoriano Romanacci, storico coach della lotta azzurra. Si è impegnato, ha recuperato. Ed ha vinto.

Quando in una calda mattinata londinese gli ho chiesto quale fosse la chiave delle sue vittorie, mi ha risposto con quel sorriso con cui sembra prendere in giro il mondo intero.

Cuore e testa. Vinco così. Il cuore per trovare il coraggio di soffrire, la testa per motivazioni e orgoglio.”

E’ onesto con se stesso. Gli ricordavo i fischi del pubblico dopo il bruttissimo match con il cubano Lardouet Gomez e lui replicava.

 “I fischi sono stati la reazione al fatto che non avevano visto del pugilato. Perché, è vero, quella sera di boxe non se ne è vista per niente.

E’ sposato con Laura Maddaloni, judoka. La domanda era stata inevitabile.

Con tua moglie parli anche di pugilato?

Certo, ma più di judo.

Lo hai praticato?

Mi diverte farlo ogni tanto.

Sei bravo?

Non mi hai visto contro il cubano?

Alle critiche è abituato. Gliene sono arrivate a fiumi dopo i primi match olimpici.

È l’invidia, guaglio’. Ho letto un commento molto bello di Marco Maddaloni, mio cognato. Diceva: “Ragazzi, purtroppo l’invidia è l’arma peggiore che viene puntata contro il campione”. Anche se non hai nulla contro Usain Bolt, avresti voluto che vincesse Gatlin. Non può vincere sempre lo stesso. Hanno goduto tantissimo anche sulle sconfitte della Pellegrini. Sono dei gufi maledetti, chi vince dà fastidio. E’ così da sempre. E poi c’è un’altra cosa…

Dimmi…

Stravinci e l’aversario nun nè bbuono, straperdi e si ‘nu scemo, che amma a fa’? Voglio prendere i fischi sino alla fine, me ne strafrotto. L’importante è il risultato. Andrò a casa con una medaglia.

E così era stato Londra, come era stato a Pechino. Come aveva fatto ai Mondiali di Chicago e adesso ha fatto ad Almaty.

Russo sul ring è resistente, abile nella difesa (“Il mio maestro, Domenico Brillantino, mi ha insegnato che è un’arte determinante in questo sport. Non l’ho mai dimenticato”) e sa colpire rapido per poi uscire altrettanto velocemente dalla replica dell’avversario. Porta i colpi attraverso strane traiettorie. Impossibili per chiunque altro, ma non per lui. E fa risultati. E’ questo che deve entrare nella testa di tutti. Fino ad oggi ha centrato vittorie importanti ai massimi livelli. Potrà non piacere, ma è sicuramente un dilettante fortissimo.

Russo è anche uno dei pochi personaggi di grande spessore del pugilato dilettantistico. Ha il gusto della provocazione, sa muoversi davanti alla macchina da presa (sia in televisione che al cinema), regge bene l’impatto con le domande più cattive. Ha un Fan Club che conta quasi settemila aderenti, è stato protagonista di due reality e di una pellicola sulla sua vita tratta da un racconto di Roberto Saviano.

Non so cosa avrebbe fatto da professionista. Mi dispiace non ci abbia provato. Resto dell’idea che un pugile che si limiti al dilettantismo rimanga un incompiuto. Ma rispetto la sua scelta. Come dovrebbe essere rispettata quella di ogni pugile. Solo per salire quei gradini ed entrare sul ring serve un grande coraggio. Quello che sicuramente non ha chi sfrutta l’occasione che il web gli offre per lanciarsi in offese senza limiti.

Vincere quello che ha vinto Clemente Russo non è così facile come pensa chi se ne sta seduto davanti un computer e sa mettere insieme solo parole cattive.

Arrivare quattro volte sul tetto del mondo è impresa di cui pochi sono capaci. Ecco perché Russo merita rispetto. E va appaludito.

Cosa che non si può certamente fare con i politici di mestiere. La Fpi mostra il petto facendosi bella con le tre medaglie mondiali. Fa finta di non sapere che con l’assistenzialismo ai dilettanti di Stato ha azzerato il professionismo e minacciato pericolosamente anche il futuro di un dilettantismo che non ha ancora trovato gli eredi di chi comanda la scena dal 2004.

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