Elio Cotena, campione, promoter di successo, amico, se ne è andato via per non tornare più. Lo ricorderò per sempre con grande affetto (il racconto è tratto da “Storia della boxe italiana”, edizioni Diarkos)
Elio Cotena, 1,65 di altezza per 57 chili di peso nei giorni della gloria, è la Formica Atomica del pugilato italiano. Ha capacità di sostenere ritmi incredibili. Una girandola che non si ferma mai, asfissia il rivale con una rete infinita di colpi. È una macchina che va sempre al massimo senza imballarsi. Ha lo sport nel sangue. Racconta Franco Esposito nel libro “Una vita di sogni e pugni”:
A Mergellina vanno e vengono le motobarche, portano i turisti a Marechiaro. Il gruppo degli scugnizzi fa il bagno nella zona di sosta delle motobarche, sotto gli occhi di stranieri incuriositi e divertiti. Sollecitano i forestieri a lanciare monete il più lontano possibile. “Buttate i soldi!”, e via in quattro o cinque a recuperare la moneta. Chi arriva primo si prende i soldi. Elio vince spesso e va a comprarsi una pizza margherita e una fetta di cocomero. È il più veloce, riesce a portare qualche soldo anche a casa. “Sessanta lire al giorno”. La paghetta quotidiana a fronte di rischi giornalieri. Anni Sessanta e dintorni, vige il divieto di balneazione nel tratto di mare davanti via Caracciolo. Acque inquinate da Mergellina alla Colonna Spezzata. Con tanto di cartelli bene in vista. Vale per tutti, ma non per il gruppetto di scugnizzi che vive di tuffi in mare. “Nessuno può fermarci, il mare è cosa nostra”.
La passione della boxe è dura da soddisfare. È piccolino, non ha muscoli. Lui appartiene a un pugilato nobile e antico, quello in cui a comandare era il talento. Bisognerebbe averne rispetto. E bisognerebbe avere la pazienza di vederlo in azione, prima di bocciarlo.
«Sei piccolo, non hai potenza. Lascia perdere».
Glielo ripetono in tanti appena pone la domanda.
«Posso provare?»
Gli concede fiducia il maestro Molinari, della palestra San Lorenzo. Elio ha quattordici anni. Si danna l’anima negli allenamenti. Attacca, schiva, ma soprattutto attacca. Uno, dieci, cento colpi per lasciare il segno.
È il più grande ad aiutarlo ed Elio gliene sarà grato per sempre. Muhammad Ali tira via il velo che copre il mondo del pugilato, spiega al popolo della boxe che sul ring si può anche danzare. Se poi riesci a farlo per quindici riprese, è l’altro che deve cominciare a preoccuparsi. La boxe non è rappresentata da due persone che si prendono a cazzotti su un ring. Ma da due menti che lottano per dimostrare chi sia il migliore. Certo, il fisico serve, il talento è indispensabile, la costanza nella preparazione è la base su cui poggia tutto. Ma per trovare un campione devi mettere ogni elemento accanto all’altro.
Elio va giù duro fino a quando non ottiene il risultato.
Qualcuno irride con commenti offensivi la sua faccia a mezzaluna, quel naso che sembra passato sotto un rullo compressore. Lui sorride.
Questa faccia ce l’ho da quando sono nato, non sono stati i colpi presi a ridurla così. Quelli, ne hanno solo migliorato l’aspetto.
Sul ring ha una capacità indiscutibile, quella di riuscire ad alzare la soglia del dolore, senza arrendersi mai. Fa otto riprese con una mascella fratturata, con una mano che gli dà dolori terribili. Incassa pugni da ko, lotta sino all’ultimo gong anche quando il fiato sembra avere esaurito ogni serbatoio.
Dicono che i suoi pugni siano piumini. Concetto che vale per i primi dieci, ma se diventano cento, anche i piumini possono trasformarsi in una tortura.
Passa con il maestro Geppino Silvestri, si allena alla Fulgor. Il momento giusto arriva il 12 maggio 1972, a Torino. Batte un pugile che è anche un suo idolo, Giovanni Girgenti. Un cliente difficile. Elio confeziona l’ennesimo capolavoro.
La rivincita per l’europeo contro Jimenez, a Napoli, finisce come doveva finire. Vince Elio per kot all’undicesimo round. Finalmente è campione d’Europa. È il 12 febbraio 1975.
Difende il titolo con Rodolfo Sanchez e Michel Lefebvre.
Poi arriva Vernon Sollas.
Londra, 25 febbraio 1976.
Si boxa alla York Hall, sede nobile per una grande sfida.
È la notte dei campioni.
Lo scugnizzo che lottava con i compagni per le monete dei turisti è nel grande giro.
Bravo tra i dilettanti, ha indossato la maglia azzurra all’Olimpiade di Città del Messico 1968, ancora più bravo tra i professionisti. E adesso è all’esame di laurea.
Match intenso, boxato da Sollas con determinazione ed efficacia. Dopo nove riprese il giamaicano, trapiantato in Scozia, è avanti nel punteggio. Mai in chiara difficoltà Cotena. Ma i colpi migliori sono dello sfidante ufficiale. La sua esuberanza, dettata dalla giovane età (ha ventidue anni, contro i trentuno del napoletano), e la maggiore consistenza dei pugni lo fanno preferire alla boxe più ragionata, ma spesso sulla difensiva, di Elio.
Angolo italiano.
Rocco Agostino non si lancia in lunghi proclami, non si perde in consigli tecnici. Sa che il suo assistito è pronto a cambiare la storia. Gli serve solo una spinta psicologica, una sorta di grido di guerra. E il manager genovese di nascita, napoletano nell’animo, quell’urlo lo lancia. Conosce a fondo le motivazioni che spingono Cotena. Vuole comprarsi una casa. Il compenso che prende per la difesa londinese e, se andrà bene, quello per la successiva difesa con Nevio Carbi possono chiudere l’affare.
Rocco glielo ricorda.
«Allora ’sta casa, t’a vuo’ accatta’ o no?»
Elio parte all’attacco. Torna la girandola di colpi, il ritmo si alza, l’azione diventa pericolosa. Sollas è in difficoltà. Il tredicesimo round si sta concludendo e lui è in chiara, evidente crisi. Elio lo riempie di pugni, lo porta all’angolo, non si ferma. Suona il gong, l’arbitro non sente. Elio picchia. Suona ancora la campanella. Finalmente il signor Jean Deswert separa i contendenti. Il secondo di Sollas salta sul ring, spintona l’arbitro, lo insulta.
Trascorre il minuto di intervallo.
Il finale è solo rimandato.
Ancora Cotena.
Uno, due, tre ganci e Sollas va al tappeto.
L’arbitro lo conta e fa riprendere.
Ancora un gancio destro e Sollas va giù. In ginocchio, abbracciato all’ultima corda. Scuote la testa, non ce la fa.
Elio Cotena vince per ko alla quattordicesima ripresa.
Prima del match era numero due del mondo, a un passo dalla sfida con il campione David Kotey. Ora è più vicino.
Vince anche la difesa contro Nevio Carbi. Poi va a Madrid per incontrare Pedro Nino Jimenez. Perde per kot alla dodicesima ripresa. Ci riprova con Natale Vezzoli a Brescia.
Brescia, 8 maggio 1978.
Notte triste in un albergo di periferia. Un uomo e una donna seduti su poltrone che hanno conosciuto tempi migliori. Lui ha lo sguardo malinconico, direi deluso. Sa che è quasi arrivato alla fine del viaggio pugilistico. È avvolto dalla nebbia dei ricordi. Malinconico per il fine carriera in arrivo, ma anche e soprattutto deluso perché tradito dalla boxe. Lo sport che ha sempre amato. Ha disputato un grande incontro, i giudici lo hanno punito con la sconfitta.
Convivere con una sconfitta, soprattutto se la si giudica immeritata, è difficile.
Ha appena affrontato Natale Vezzoli, in casa sua per l’europeo, e ha perso.
Lei è Maria Bellopede, la donna che divide con lui sogni e realtà.
Il 21 luglio 1978 si chiude sul ring di Ischia l’avventura di Elio Cotena. Batte Charles Jurietti. Al settimo round si frattura la mascella, va avanti soffrendo e subendo sino alla decima e ultima ripresa.
Elio Cotena, la Formica Atomica, non si arrende mai.
Mi piace pensare che sia stato proprio in quel momento che Elio abbia deciso di riprendere a lottare. Sempre a ritmi convulsi, ancora una volta nel pugilato. Anche se in un ruolo diverso. Diventa organizzatore. Mette in piedi più di mille match, porta sul ring campioni come Oliva, Kalambay, Rosi.
Conosceva le magie di un illusionista, capace di tirare fuori dal cilindro il colpo che risolveva la situazione.
Elio Cotena nasce a Napoli il 30 agosto 1945, e a Napoli muore. Il 30 giugno del 2026. In attività dal 1969 al 1978. Record: 38 vittorie (9 per ko), 6 sconfitte, 1 pari. È stato campione italiano ed europeo dei pesi piuma.
Elio lascia i figli Raffaele, Luciano e Rossana. Condoglianze alla famiglia.


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