Mi chiamo Nino Arcari, voglio raccontarvi una storia. Stavo andando a trovare il mio amico Sandro Loi. Come ogni anno ci saremmo scambiati gli auguri di Natale, avremmo parlato dei vecchi tempi, bevuto un bicchiere di spumante, mangiato una fetta di panettone e poi ci saremmo salutati con un lungo abbraccio. Mentre mi avvicinavo alla porta della sua casa, nei corridoi di un elegante palazzo appena fuori città, ho visto una porta chiusa su cui era scritto:
BUSSATE SOLO SE AVETE QUALCOSA DA DIRE.
Incuriosito, ho raggiunto Sandro. È venuto con me, ci siamo fermati davanti a quella porta. Abbiamo bussato, nessuno ha risposto. Ho dato una leggera spinta e la porta si è aperta. Siamo entrati. Vuoto totale. La scrivania era spoglia, quasi priva di oggetti. Un telefono sulla destra, tre buste da lettera al centro. Incuriositi, abbiamo fatto due passi avanti e siamo andati ad aprire la prima busta. Dentro c’erano due fogli scritti con il computer. Niente firma, nessuna spiegazione.
“Per 116 anni scrittori, poeti, musicisti, attori, altri intellettuali, conoscitori di ogni arte, appassionati, spettatori e praticanti hanno cercato di definire il pugilato senza mai farlo scivolare verso l’idea (abbastanza diffusa) che sia uno sport praticato solo da violenti che esprimono esclusivamente violenza.
È il Natale del 2025. Qualcuno ha scelto di promuovere lo sport durante le feste usando un personaggio popolare, nato dall’immaginazione e poi entrato nella cultura della tradizione natalizia della civiltà occidentale.
Babbo Natale (idolo dei commercianti) è quella figura a cui i bambini scrivono lettere per ricever regali, ha l’aspetto pacioso del nonno a cui i nipotini vogliono un gran bene, una descrizione favolistica lo propone come dispensatore di felicità.
Non credevo fosse possibile rappresentare Babbo Natale come un energumeno che, con uno sguardo di cattiveria pura, spara un gancio destro sull’occhio di una altro Babbo Natale.
Eppure l’ho visto.
La boxe è uno sport che deve continuamente difendersi. Deve lottare per fare capire che la sfida nasce, viene sviluppata e si conclude fra le corde di un ring. Essere rappresentata da due Babbo Natale che si prendono a pugni, rattrista. Manda un messaggio opposto a quello che si doveva fare arrivare. Non è simpatico, è ridicolo.

La violenza è la causa delle critiche più severe nei confronti della boxe. Ma i più tenaci detrattori sono quelli che si fermano al primo livello di lettura, quelli che non vanno a scavare nell’anima dei pugili e del mondo.
Joyce Carol Oates ci aiuta a capire.
Quando ha scritto “Sulla Boxe” aveva 49 anni.
“Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a condannarla pienamente negli altri. ….Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. È probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring, è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando solo l’essere fisico era Dio…”
Le parole della scrittrice americana aiutano a chiarire il concetto, a definire la boxe nella sua essenza mettendola a confronto con la percezione che gli altri hanno di questo sport.
Oggi JC Oates di anni ne ha 87 anni e, davanti ai due Babbo Natale che si prendono a cazzotti, alzerebbe le mani in segno di resa.


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