

È la sera di giovedì 6 aprile 1893.
Un match solo in programma, sarà valido per il titolo dei leggeri dello Stato della Louisiana.
Si combatte all’Olympic Club di New Orleans. Vietato vendere alcolici agli spettatori, parte dell’incasso sarà devoluto in beneficienza.
Tremila biglietti venduti.
Andy Bowen tra poco meno di un mese compirà 26 anni. È piccolo e robusto, un combattente. Alto 1.65 pesa poco meno di sessanta chili.

L’avversario si chiama Jack Burke, è nato a Chicago, ma da tempo vive a Galveston. La residenza è bastata per regalargli il soprannome di Texas. Ha 24 anni ed è più pensate di un chilo rispetto al rivale. Ha fatto l’allenatore. Prepara ricchi signori che vogliono tenersi in forma. Ha sposato Rose Postlewaite e adesso se ne va in giro per il Paese a recitare nel vaudeville assieme alla moglie. Le cose tra loro non vanno più bene come nei primi giorni, l’amore sembra sia arrivato a un punto critico. Stanno ancora insieme, ma Rose stanotte non è a New Orleans.
Quando salgono sul ring è tarda sera.
L’arbitro è John Duffy ed è deciso a far rispettare le regole.
Bowen parte meglio, pressa il rivale, lo costringe a subire e nel round numero 25 lo scuote visibilmente.

C’è eccitazione attorno al ring. Il combattimento è senza limiti prefissati. Si combatte sulla distanza dei tre minuti per round, ma la fine sarà dichiarata solo quando uno dei due rimarrà al tappeto e non si rialzerà prima del “dieci e out”. Il marchese di Queensberry ha già scritto le sue regole, ma non tutti le rispettano.
Round numero 48.
Stavolta è Burke a subire. Finisce al tappeto, lo salva il suono del gong che interrompe il conteggio.
La gente urla, si accalda, strepita.

In palio per il vincitore ci sono duemilacinquecento dollari. Una borsa che fa alzare l’asticella del dolore, resistere a qualsiasi pugno, credere che ci sia un’unica soluzione a questa sfida.
Dopo cinquanta riprese, il vigore fisico cala in modo visibile.
Adesso Burke e Bowen combattono a mani basse, girando in circolo e tirando pochi colpi per ogni round. La gente è stanca, qualcuno comincia a sbadigliare.
Dalle prime file un gruppo di spettatori intona “Home, sweet home.” Casa, dolce casa. La nostalgia di un comodo letto e di un sonno ristoratore sta diventando più forte dell’adrenalina che un incontro di pugilato dovrebbe generare.
In molti cedono. Dormono sulle sedie. In tanti, tra quelli che resistono, alternano sonno e brevi risvegli. All’una di notte i primi tifosi abbandonano la sala. La sfida è cominciata dopo cena e minaccia di andare avanti fino all’ora di colazione.
Round 108.
L’arbitro chiama i due pugili a centro ring.
“Signori, avete ancora due riprese per chiudere questo combattimento. Poi, stop. Si finisce.”
Nè Bowen, nè Burke hanno la forza di colpire in modo decisivo. Al termine del round 110, dopo sette ore e diciannove minuti sul ring, l’arbitro, il professor John Lloyd dichiara concluso il match con un “no contest”. Cioè, come se il match non si fosse mai svolto. Verdetto pericoloso per due motivi: non prevede l’assegnazione della borsa e (soprattutto) prevede una ripetizione della sfida al fine di determinare un vincitore.
L’arbitro si affretta a dire che quel “no contest” non ha la stessa valenza di un normale no contest. In pratica è un pari. Borsa, 2500 dollari, divisa e verdetto deciso. Il New York Times riporta la cronaca dell’incontro e annuncia che non ci saranno repliche.

È la mattina del 7 aprile 1893.
Tre anni dopo Rose divorzierà da Jack Burke per sposare un altro pugile, Jim O’Lear.
A meno di due mesi dalla sfida, Andy Bowen tornerà a battersi e sconfiggerà con un kot dopo ottantacinque round Jack Everhardt, intascando duemila dollari di borsa.
Il 15 dicembre 1894 morirà sul ring, ucciso dai colpi di Kid Lavigne dopo diciotto riprese.
Lui e Burke resteranno per sempre nella storia.
Il loro è il più lungo match mai disputato su un ring di pugilato: 110 round, per sette ore e diciannove minuti di combattimento.


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