De Carolis racconta come si costruisce un capolavoro. Il dolore può diventare felicità

Giovanni De Carolis, sei riuscito a dormire?
“Dopo un match del genere non si può pensare di dormire più di un paio di ore, al massimo tre. Ero troppo preso dalla felicità”.
Sinceramente, pensavi davvero che andasse tutto così bene?
“Quando ero in albego ho fatto una richiesta. Ho rivisto come in un film quanto mi ero allenato, le scelte, le privazioni, i sacrifici. E allora ho chiesto, non so bene come e a chi ci si debba rivolgere per una richiesta del genere. All’universo o a un’entità speciale, divina? Ho chiesto di avere una ricompensa per tutto quello che avevo fatto. In quel momento mi sono sentito più sicuro. Ho scritto su un foglio di carta, una testimonianza custodita nella stanza dell’albergo. Ho scritto che avrei vinto. Avevo preparato il mio piano A, il mio piano B. L’unico che poteva impedire che si realizzassero era Daniele. Se avesse tirato fuori altre carte, avrei dovuto inventarmi delle alternative. Fortunatamente non è successo. Sono partito forte, come avevo concordato con Italo”.
L’anno prossimo festeggerai il ventennale con la magnifica coppia Italo Mattioli&Gigi Ascani.
“Saranno venti anni che mi sopportano”.
È andato tutto bene sotto sotto qualsiasi aspetto: tecnico, tattico, fisico.
“È stato un match perfetto. La strategia ha funzionato. Ci sono molti elementi di vicinanza con il mondiale. Non solo nel risultato, ma anche per alcune piccole coincidenze. Come per esempio le persone che erano in Germania e sono venute anche a Milano. E poi il fatto che anche lì mi davano per spacciato…”.
E poi?
“La mia compagna mi ha mandato un video dove non c’erano immagini, ma solo frasi. Parole. Mi diceva: La seconda è sempre stata quella buona. Intendeva la seconda volta che ci siamo incontrati, la prima non era andata bene. La seconda volta in un campionato del mondo. La seconda opportunità importante in Italia, la prima l’avevo fallita a Roma, allo Stadio del Tennis. Ho curato tutti i particolari. Mi sono fatto fare dei guantoni personalizzati, ho fatto scrivere sul palmo credendo vides, da quando ho conosciuto Veronica ho una medaglietta con su questo motto. Per vedere bisogna credere. Non mi comportavo così perché volessi convincermi. Era solo un parte del perocorso che dovevo fare per costruire l’atteggiamento vincente, la determinazione che avrebbe dovuto portarmi ovunque volessi arrivare”.
Si è subito visto che ero molto fiducioso, sentivi che l‘altro avrebbe dovuto fare qualcosa di davvero  speciale per batterti.
“Quando ho deciso di andare in Gran Bretagna, l’ho fatto per misurarmi con sparring di alto livello. Volevo capire quale fosse la mia condizione dopo tanto lavoro. Volevo conoscere la sensazione che avrei provato a a forzare con pugili di caratura importante. Quella settimana mi ha dato sicurezza, mi ha regalato la mentalità giusta. Mi sono sentito forte dentro. Dovevo andare avanti, senza temere nulla”.
Oltre cinquemila spettatori, che effetto ti ha fatto?
“Era tutto pieno. E poi, mi sembrava di stare a Roma. Strillavano come matti. Finito il match anche io ho strillato come mai, forse l’avevo fatto solo al mondiale. Di solito quando combatti fuori casa i tuoi colpi sono accompagnati dal silenzio, quelli del tuo avversario sono seguiti da un boato. Qui mi hanno applaudito sempre”:
È stato bello.
“Stupendo. Una notte incredibile”.
Alla fine applaudivano anche i tifosi di Scardina.
“Ed è stata la cosa piu bella. Hanno apprezzato la sfida tra due atleti che si sono affrontati senza che nessuno dei due si tirasse indietro”.
C’era un ragazzo con la cintura accanto a te sul ring.
“Si chiama Nicolò. È un ragazzo che sta sempre in palestra da noi alla Montagnola. Mi ha detto: Sogno di venire, ma devi vincere, io devo toccare la cintura e salire con te sul ring. A Milano l’ho trovato nel van che ci portava all’Arena assieme al padre, che è un amico di Gigi (Ascani). Nello spogliatoio mio guardava fisso. Finito il match, sono saliti tutti: lui, mio figlio, mia figlia, la mia compagna. È stato incredibile. Lui ci credeva fino in fondo, ha tenuto la cintura per tutto ll tempo fino alle 4 del mattino”.
Ad agosto compirai 38 anni. Sarà un problema?
“L’età non è un problema. Come dice Italo, posso vincere con tutti e perdere con tutti, la testa fa strani scherzi. Guarda la mia prestazione su Centrale del tennis, e poi guarda quella di ieri sera con Scardina. Il rendimento non è legato all’età. Fisicamente sto bene. FIno a quando starò così, andro avanti”.
L’operazione al gomito è riuscita perfettamente.
“Il gancio destro è tornato a posto, finalmente potevo scaricare la mia potenza“.
Sei stato bravo quando attaccavi con il jab sinistro doppiato dal gancio destro, bene quando lo centravi di incontro con il  diretto.
“Ho trovato il tempo giusto. Quando portava il colpo riuscivo a rientrare in maniera incisiva, anche a passare sopra il suo diretto sinistro. Ero più mobile sulle gambe, più sciolto sul tronco”.
Dopo il mondiale, è stato il match più bello della carriera?
“Senza dubbio. Anche per la grande prova di affetto che ho ricevuto. Tante persone mi hanno scritto, migliaia di persone. Il telefono impazzito, prima e dopo il match. Sì, il mondiale è sempre al primo posto. Stiamo parlando di qualcosa di unico, ma questo viene subito dopo”.
Cosa c’era scritto in quei messaggi?
“Molta gente si diceva fiduciosa. Alcuni scrivevano che Daniele era un pugile costruito, un personaggio più che un atleta. Dopo il match ho capito che il messaggio che passava era che avesse vinto la parte buona del pugilato, ma non era così. Daniele è un ragazzo d’oro. Ha un’immagine che gestisce in un certo modo, la gente non lo conosce, non sa chi sia veramente. Credetemi, non è così. È davvero una brava persona. E ha fatto di tutto per giocarsi sino in fondo le sue possibilità”.
C’è  un episodio in questa avventura milanese che ti ha colpito?
“Un ragazzo di 16 anni ha preso da solo il treno da Roma ed è venuto a Milano per vedere il mio match. Me lo ha presentato Alessandro Cherchi. Dopo mezzanotte girava da solo per Milano. Non sapevo che dire. Sono stato colpito da tutta questa umanità, dal calore della gente. È stato un gigantesco messaggio di felicità, di gioia”.
E adesso?
“Daniele era ben messo in tutte le classifiche. Potrebbero prospettarsi diverse opportunità, vedremo. Io cerco altre sfide come questa, spero arrivino”.
Nel momento in cui è finito il match, cosa hai provato?
“Una grande voglia di buttar fuori tutta quell’energia che sentivo dentro, volevo urlare a tutti che ce l’avevo fatta. I sacrifici, le critiche, le privazioni erano state ricompensati. Ci ho creduto fino in fondo, Ho capito ancora una volta che se una cosa la vuoi, puoi sperare di prendertela. E allora mi sono messo a strillare”.
Ho visto, ma cosa dicevi?
“Non erano parole, non erano frasi. Era solo una voce, un suono che mi usciva da dentro, forse dal cuore. Avevo bisogno di liberarmi di tutta quella carica, di unire la mia gioia a quella della gente. E allora ho gridato, gridato fino a quando non riuscivo più a parlare. Sì, è stata davvero una notte meravigliosa”.

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