Appunti sulla guerra. Strappa la vita e, quando non ce la fa, ruba i ricordi

Ho trovato in alcuni libri che parlano di pugilato, di vita, di sofferenze e tormenti, dei riferimenti che possono essere associati alle angoscianti vicende di questi giorni. Li ho trovati nelle storie di Sandro Mazzinghi, Meo Gordini, Barney Ross e Stanley Ketchel. Li ho estrapolati, ve li ripropongo, sembrano scritti per questa epoca (senza fine) di guerre nel mondo.
L’uomo fatica da sempre a relazionarsi con altri uomini. Preferisce combatterli.

La guerra si porta via la vita.
Se non ce la fa, ruba i ricordi.

Ogni volta che ascoltava quella canzone, cadeva in una sorta di incubo. Due versi lo tormentavano.
“E dai boschi e dal mare ritorna la vita,
e ancora la Terra sarà popolata”
Un messaggio di speranza, che non cancellava però i disastri dell’apocalisse che avrebbe azzerato le nostre esistenze. Quei versi raccontavano un futuro in cui gli uomini avrebbero ricominciato a popolare il mondo dopo la catastrofe nucleare.
Però senza di noi, perché “Noi non ci saremo”.


I militari tornano a casa. Donne, con il fazzoletto tirato su a coprire la testa, sono in piedi sull’uscio, davanti alle macerie delle loro case. Sfilano i carri armati, qualche soldato è abbracciato a un fucile da cui non riesce a separarsi. I vecchi seduti sui gradini rotti di una chiesa li guardano sfilare, aprono la bocca in un mezzo sorriso mostrando denti malati, figli della guerra. Qualcuno suona una fisarmonica che nessuno vuole ascoltare. Un ragazzino insegue una palla, cercando di ritrovare il sorriso.


Lo sciamano ama il silenzio, desidera essere in un luogo dove possa sentire solo il ronzio degli insetti. Parla con le piante ed esse rispondono. Ascolta la voce degli animali, diventa uno di loro. Uno sciamano appartiene alla Terra, legge la natura, si avvolge nel silenzio come se questo fosse una coperta. E noi?

La disperazione è in ogni angolo, i malati espongono le loro mutilazioni. Le mani dei mendicanti, tese nella nebbia, invocano aiuto. Un pedone, travolto da un’auto pirata, giace abbandonato sulla strada. Lacrime sul volto di una bambina. Sono al centro della tragedia umana. E non ho mai vissuto la guerra.

Sono le 8:15 del 6 agosto 1945. Un bombardiere B-29 dell’aeronautica militare statunitense sgancia la bomba atomica Little Boy su Hiroshima. Pochi secondi dopo muoiono settantamila persone. Radio Tokyo annuncia: “L’impatto è stato così devastante che tutti gli esseri viventi, umani e animali, sono stati bruciati a morte dal calore e dalla pressione scatenati dall’esplosione”. Il 90% degli edifici è raso al suolo, ucciso per avvelenamento da radiazioni il 20% dei sopravvissuti. La prima bomba atomica della storia provoca duecentomila morti, quasi esclusivamente civili.

In guerra uomini e donne vanno avanti mentendo a sé stessi, raccontandosi pietose bugie. Fanno così perché credono sia l’unico modo per tenere lontani gli incubi. La verità è che, alla fine, anche il silenzio fa paura.

Un uomo tranquillo, un marito fedele. Poi, la guerra. Le ferite che provocano dolori terribili. I medici che lo sedano con la morfina. Quando esce dall’ospedale, non può farne a meno. Spende fino a cinquecento dollari al giorno per comprarsi la droga. Ne spende di più per pagare le prostitute con cui si accompagna. È un uomo solo, lo sarà per sempre.

Ogni notte il vecchio chiude gli occhi e prova ad addormentarsi, spera che per qualche ora il sonno riesca a cancellare la tragedia che sta vivendo. Ogni mattina si sveglia stanco e avvilito. L’angoscia è sempre lì, assieme a fitte che gli perforano il ventre e provocano un dolore da cui non riesce a liberarsi. L’alba lo ricaccia nella depressione più profonda. Le prime luci del mattino annunciano un nuovo giorno da maledire.

Le bombe vengono giù senza un attimo di pace, sembra non debbano più fermarsi. La mamma mette il corpo a fare da scudo tra la cattiveria del mondo e l’innocenza del figlio. C’è il pericolo di rimanere ferita, rischia la vita. Ma lei non sta certo a chiedersi cosa accadrà tra un minuto, un’ora o un giorno. Il ragazzo non deve farsi male, questa è l’unica cosa che conta. Oggi e per sempre.

Gli aerei scaricano morte. Case e palazzi saltati in aria, edifici sventrati, strade divelte. Uomini e donne in fuga. Un sibilo, il luccichio delle bombe, il rumore sordo dei bombardieri, il fumo delle esplosioni. Un bambino piange davanti a una buca enorme, è il cortile dove giocava. Quel posto ora appartiene al passato, il piccolo scopre l’angoscia dei ricordi. Crudele come un assassino che non guarda in faccia le vittime, la guerra non concede spazio alle lacrime. Gli aerei tornano, devono rovesciare sulla città un altro carico di morte.

Li ho visti sfilare mentre abbandonavano il territorio, conservavano nello sguardo un’antica dignità. Andavano verso le riserve scelte dal governo degli Stati Uniti. Lontano dai luoghi in cui avevano vissuto. C’era chi, tra i bianchi, li chiamava fortunati. Dicevano che 25 centesimi ad acro era un prezzo generoso. Cosa avrebbero detto, se un popolo straniero avesse invaso il loro Paese, uccidendo per imporre la sua legge? La realtà è che gli uomini non conoscono la pietà, faticano a vivere assieme. E continuano a chiamare gli altri assassini.

La guerra uccide. E se non ci riesce, ti fa scoprire la fame. Un dolore così forte da tenerti a lungo sveglio anche di notte. Nel buio profondo, steso nel fango, afferri un pezzo di pane. Lo baci, l’annusi, lo tocchi. Apri gli occhi e scopri che hai solo sognato. Nelle mani non stringi niente, nella bocca hai un sapore amaro. Quello angosciante della disperazione.

La guerra uccide. E quando non ci riesce, lascia cicatrici che non spariranno mai. Il suono della sirena scatena la paura. Gli aerei si dirigono altrove, a caccia di altre vittime. Non proviamo sensi di colpa. Solo un’ombra di vigliaccheria, consapevoli di pensare solo a noi stessi. La crudeltà della guerra ci fa credere che la nostra vita sia un bene talmente grande, da giustificare l’indifferenza verso il resto dell’umanità.

Interno giorno, camera di Enrico, luce piena.
Lui siede davanti al display del computer.
Apre Facebook. Legge.
Mandela99.
“Putin è un dittatore senza vergogna!”
Benny22.
“Scrivete voi che avete invaso l’Iraq inventandovi le armi chimiche nascoste!”
Mauro51.
“Vergognatevi! Affrontate una guerra come se parlaste del derby!”
Enrico spegne il computer.
Dissolvenza.
(I personaggi sono a riutilizzabili per qualsiasi argomento).

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