Al tempo della pandemia, anche l’informazione è malata

Non sono un esperto di statistiche, anche se sul tema, un milione di anni fa, ho superato un esame all’Università. Non sono un virologo, l’avere lavorato in gioventù come cassiere in una farmacia notturna non mi ha conferito competenze specifiche nel campo. Ma faccio il giornalista da oltre mezzo secolo. E allora provo a capire quale sia la situazione sul mio territorio.
Negli ultimi due anni i mezzi di comunicazione hanno gestito le informazioni sulla pandemia in modo vergognoso. Ogni lunedì leggo gli stessi dati: diminuzione dei positivi, aumento del tasso di positività. Non è che quei risultati siano (sempre) legati al minore numero di tamponi fatti nei giorni festivi?
Mi inquieta la mancata analisi dei numeri, si passa la velina che arriva in redazione, si spingono i dati l’uno sull’altro, creando confusione quando ci sarebbe bisogno di chiarezza. Veniamo sommersi da un’orgia di numeri che ha la stessa chiarezza della supercazzola, il neologismo che dà il via a un nonsenso migrato dal cinema (Amici miei) all’uso comune.  Supercazzola brematurata con scappellamento a sinistra, come se fosse antani. Ricordate, no? Quella, almeno, faceva ridere.
Lo studio della statistica insegna che i termini messi a confronto devono essere omogenei. Bisognerebbe produrre un’informazione meno frenetica in cui si dia il giusto peso ai riferimenti. Prendiamo il titolo: AUMENTANO I POSITIVI. Entrando nell’articolo, conosciamo i numeri presi in esame. È così difficile intuire che se i tamponi sono 1,4 milioni in un caso e 750.000 in un altro, la possibilità che il primo numero produca un conteggio superiore di positivi sia statisticamente certa? Perché meravigliarsene al punto da farla diventare un titolo?
Si usa il sistema doccia scozzese per le dichiarazioni. Oggi gli esperti preannunciano catastrofi, domani danno qualche speranza. Poi cinque giorni di catastrofi e, improvvisamente, uno di speranza. E via accatastando il tutto. Senza specifiche, spiegazioni, analisi, approfondimenti. Un giorno ho contato ventuno articoli sul Covid nella homepage di un noto quotidiano nazionale. Ventuno pezzi messi lì, appiccicati senza un’idea di quello che volessero dimostrare, testimoniare, spiegare con quelle storie.
L’unica accortezza usata è quella di mettere l’annuncio dell’apocalisse in apertura e il possibile miglioramento della situazione in quinta fascia. La cattiva notizia raccoglie più lettori di quella buona. È una vecchia regola che il giornalismo di casa nostra non dimentica mai. Pensavo che la tragedia che stiamo vivendo riuscisse a far passare in secondo piano il metodo. Ho avuto la conferma di essere un illuso.
A fine pandemia, nella speranza che ci sia un fine pandemia, sarebbe interessante un bell’articolo che riepilogasse le dichiarazioni dei vari Master Viro. Altro che quindici minuti, qui si offre popolarità a chiunque dica tutto e il contrario di tutto. Si contrappongono esperti e visionari, scienziati e mitomani. Anche chi non sa nulla sul virus, non resiste e si lancia in previsioni, annunci, suggerimenti, indottrinamenti. La televisione ha legittimato questa massa urlante. Li ha intervistati.
Non sono un esperto, mi fido della scienza. Mi sono fidato per tutto il tempo della mia non più giovane esistenza. A volte è andata bene, altre meno bene, altre volte la situazione è sfociata in tragedia. Non per colpa degli scienziati, ma per la cattiveria della vita. Mi fido, perché non ho i mezzi per sostenere il contrario. Non ho le competenze. Mi sono fidato quando ho preso le medicine senza sapere cosa contenessero, quando mi sono sottoposto all’anestesia, quando mi sono fatto operare, quando ho preso gli antibiotici, mi fido quando continuo a prendere quotidianamente pillole contro l’ipertensione. Finora è andata bene, ho degli ottimi medici che si prendono cura di me. Ascolto le loro diagnosi, osservo le terapie prescritte.
E sono ancora vivo.
Ho fatto la prima dose, poi la seconda e anche la terza. Leggo i numeri, decidendo di sfruttare i ricordi di studi antichi per analizzarli. Capisco, o meglio penso, di non avere sbagliato a fidarmi.
Da due anni però non mi fido più dei giornali. E come me, vedo che non si fida tanta gente. L’editoria è in crisi nel mondo. Vero, ma i numeri del New York Times (8,5 milioni di abbonati) e il modo con cui sia riuscito a raggiungerli dice che il lettore esiste ancora, ha però bisogno di un prodotto di qualità, senza irrigidimenti ispirati dal metodo e tenendo sempre presente che un giornale serve a informare, spiegare, analizzare; aiuta a conoscere, a saziare la curiosità. In molti da queste parti lo hanno dimenticato.
La nostra unica speranza è che lo sport italiano ci regali altre gioie. Europei e Olimpiade giapponese sono stati gli unici momenti in cui la pandemia è scomparsa. Non dalle case degli italiani, ma dalle prime pagine dei giornali. Qualcuno dovrebbe vergognarsi.

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