Carlos Monzon, l’ultimo match tra paure e dolorose angosce…

Il mondiale dei medi contro Rodrigo Valdes è appena terminato. L’annunciatore si avvicina al microfono.
Poi, lentamente, legge il verdetto.
«I cartellini. Roland Darkin, arbitro e giudice, 144-141 per Monzon; Kurt Halbach 147-144 per Monzon; Mario Poletti 145-143 per Monzon. Vince, con decisione unanime, e resta campione del mondo per il World Boxing Council e la World Boxing Association, Carlos Monzon».
L’argentino non ha più forza neppure per esultare.
Il primo abbraccio è per Gino Giusti, l’uomo grande e grosso, dai lunghi e folti capelli bianchi che l’ha seguito ovunque quando era in Italia, a Parigi o nel Principato. Limitativo chiamarlo body guard. È un amico, l’ombra di Monzon. Poi un’altra stretta, ancora più forte, per Amilcar Brusa e Miguel Angel Cuello. A quel punto, Carlos si appoggia alle corde e chiama a gran voce Tito Lectoure che siede nelle prime file di bordo ring. Ancora un lungo, commosso, prolungato abbraccio.
«Ahora sì, Tito… Nunca mas… Esta fue mi ultima pelea».
Sul ring e attorno al ring si scatena l’inferno.
La polizia picchia tutti. Spettatori, addetti ai lavori, passanti, colpevoli e innocenti. Un giornalista vola sulle teste della gente, il piccolo geniale provocatore Maurizio Mosca della Gazzetta dello Sport ricorderà per sempre quel giorno.
Carlos rientra veloce nello spogliatoio, si guarda allo specchio e quello che vede non gli piace. Le ferite, il viso gonfio. I segni del match sono tutti lì, inconfondibili. È stata una battaglia, ha vinto, ma mai è andato così vicino alla sconfitta. Questo proprio non riesce a sopportarlo. Un ghigno, il pensiero di quello che dirà una volta fuori. Si stende sul lettino dei massaggi, il corpo martoriato lo costringe a pensare, a decidere. Un piccolo sorriso riempie la sua faccia. Ha scelto quale strada percorrere. Si spoglia, si infila sotto la doccia. Due reporter argentini riescono a entrare lì dentro chissà come, scattano tre foto. Venderanno le immagini di Monzon, nudo sotto la doccia, a una rivista spagnola per mille dollari al pezzo. Carlos li maledirà, non per averlo mostrato senza veli, ma non averci guadagnato un soldo. Un paio di mesi prima ha rifiutato la proposta di Playboy, gli aveva offerto 50.000 dollari per un servizio fotografico. Ha detto no e adesso Pichi Arcàzate e il suo amico lo hanno fregato.
Abel ha solo undici anni. Entra nello spogliatoio, si avvicina al lettino dove è steso il papà.
«Quando sei andato al tappeto ho pianto».
«Nella vita ognuno di noi può finire giù più di una volta, l’importante è che sia sempre in grado di rialzarsi».
Con quella frase Carlos pensa di aver chiuso la questione. Ha appena spiegato ad Abel cosa deve pensare e come deve comportarsi un vero macho. Ma il ragazzo insiste.
«Dimmelo papà».
«Cosa?»
«Che non combatterai più».
«Abel, nunca mas… Esta fue mi ultima pelea».
L’annuncio del ritiro non è ancora ufficiale. Rodolfo Sabbatini non crede sia possibile.
«Dice di ritirarsi. In gennaio, massimo febbraio, sarà da me per rimproverarmi. Mi chiederà come mai non abbia ancora preparato un match per lui. Perché Carlos Monzon non chiuderà qui».
Per una volta il saggio promoter romano sbaglia.
In agosto, appena un mese dopo l’ultima sfida, l’argentino organizzerà una festa e alla cena delle celebrazioni vorrà accanto a sé proprio Rodrigo Valdez. Lo mette tra lui e Susanna Gimenez che guarda con occhi pieni di gelosia Nathalie Delon.
L’attrice francese ha viaggiato per dodici ore pur di essere lì. In ricordo dei bei tempi.
In quel locale pieno di gioia, tristezza e sensualità Carlos Monzon fa il grande annuncio.
«Nunca mas».
Lo sa da tempo che quella rivincita con Valdez sarebbe stato l’ultimo atto di una carriera lunga e travolgente. L’ha scoperto quando ha cominciato a non sopportare più l’odore della palestra. Quando quello che una volta gli dava gioia, ora l’infastidiva. Quando faticava per trovare il ritmo giusto per l’esercizio alla pera. In un solo istante ha sentito sulle spalle l’intero peso di anni di sacrifici. Perché Monzon è fatto così. Fuori allenamento ha tempo solo per donne, alcool e sigarette. Ma quando arriva il momento di prepararsi per un match, lavora duro, soffre. Non ha mai dimenticato le parole di Amilcar Brusa, il maestro. L’omone gliele ha detto il primo giorno in cui le loro strade si sono incrociate.
«Ogni dolore in più in palestra è un dolore in meno sul ring.»
L’odore della palestra. Quello acre del sudore, dolce degli unguenti, sgradevole del cuoio. Quell’odore che, quando ne hai annusato troppo, sa di vecchio e cominci ad avvertirlo appena entri nello spogliatoio. Carlos Monzon non riesce più a sopportarlo. È arrivato il momento di smettere.
Ora cominciano i tempi duri. Non sarà più un pugile, non sarà più il campione del mondo dei pesi medi. Quattordici anni da professionista, quattro da dilettante. Da oggi saranno solo ricordi. La vita per lui diventerà molto più difficile di quando, per essere sé stesso senza finire nei guai, doveva solo salire su un ring.
Il Macho sta per cominciare una nuova avventura, la tragedia è dietro l’angolo.
«Abel, vieni qui»
«Eccomi papà»
«Te lo prometto. Ho chiuso con la boxe. È finita. Esco da vincitore!»
«Sono contento. Non mi piace piangere».
Nunca mas.
È il 30 luglio del 1977. Il ring è quello di Montecarlo. L’ultima volta di Carlos Monzon nei panni di pugile. Tutto era cominciato per placare la fame, ora che i soldi hanno riempito lo stomaco, c’è spazio per altre avventure. Ha viaggiato i primi 35 anni della vita in corsia di sorpasso. A caccia di sensazioni sempre più forti. Solo perdendosi negli eccessi riesce a trovare la pace. O, almeno, quella che a lui sembra tale. Alcool, sesso e fumo sono compagni di viaggio ideali. Adesso, messa via la sofferenza fisica e il sacrificio degli allenamenti, ci sarà spazio per tuffarsi nel peccato senza rimorsi. Ammesso che ne abbia mai avuti. Ma la sorte di chi va oltre i limiti, si nasconde spesso dietro un’ultima curva.
Chi non si cura delle persone travolte lungo il cammino, finisce per travolgerle tutte. Fino a uccidere. E a uccidersi.

L’8 gennaio 1995, ventisette anni fa, mentre sta facendo ritorno al carcere di Las Flores (dove è recluso per l’omicidio della terza moglie Alicia Muñiz, e dove ha l’obbligo di pernottare) l’ex campione del mondo si immette nella corsia di sorpasso a 140 kmh: l’auto sbanda e si ribalta più volte. Carlos Monzón muore sul colpo, aveva 55 anni. Riposa nel Cimitero Municipale di Santa Fe.

(da MONZON, il professionista della violenza. Di Riccardo Romani e Dario Torromeo, Absolutely Free Editore)

Un pensiero su “Carlos Monzon, l’ultimo match tra paure e dolorose angosce…

  1. Vado vuoti tema, ma e’ un rospo che mi volevo togliere da 37 anni: si riguardi la X ripresa di HEARNS MINCHILLO e mi dica se HEARNS non aveva ( tecnicamente ) abbandonato.
    Il gong suono dopo che aveva girato le spalle e aveva poggiato i guantoni sulle corde.
    So bene che HEARNS stava stravincendo,ma il vincitore era MINCHILLO che lo aveva portato a non respirare più. era in apnea.
    Se il pugilato e’ morto ne portate tutti la colpa, anche lei per aver scritto bugie funzionali ad un sistema marcio.
    Forse il clan di HEARNS aveva già’ firmato il contratto per il prossimo incontro?
    MINCHILLO e’ stato derubato e anche chi lo doveva tutelare, vedi Branchini, era in tutt’altre faccende affaccendato.
    Tanto le dovevo.

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