Lomachenko e un dubbio: fin dove può spingersi il coraggio?


Madison Square Garden, New York, 11 dicembre 2021.
Vasyl Lomachenko punisce Richard Commey, lo colpisce duramente senza essere colpito.
Settimo round.
Loma urla qualcosa verso l’angolo del ghanése.
“HEY, STOP THE FIGHT!”
Andre Rozier, l’allenatore dell’africano, non è d’accordo.
“Richard è un guerriero. Non posso tradire il suo orgoglio, la sua energia, la sua voglia di combattere. Sarebbe orribile”.
Si va avanti, Richard Commey subisce per altri cinque round.
È stata una decisione giusta?
Domanda sbagliata, quella corretta è: “Cosa vogliamo che sia il pugilato?”
Un tempo, nella prima metà del Settecento, si combatteva su un’unica ripresa, a pugni nudi, ci si affrontava senza limiti di peso all’interno di un cerchio disegnato sull’erba. Si andava avanti fino a quando uno dei due non era più in grado di continuare.
Vogliamo fare un salto indietro di trecento anni?
Che la boxe sia sofferenza e coraggio lo sanno anche i bambini. È uno sport per pochi eletti.
Il coraggio è nell’animo di ogni pugile, altrimenti non salirebbe quella scaletta che lo porta sul ring. Lì dove, di certo, sarà chiamato a soffrire. Perché comunque prenderà colpi.
Parlare di rispetto per il coraggio è giusto fino a quando questo non diventa incapacità di fermarsi. Quasi sempre il pugile va avanti sino a quando riesce a reggersi sulle gambe. È anche per questo che all’angolo c’è un maestro, un uomo che dovrebbe stabilire quale è il limite invalicabile, quale è il confine da non oltrepassare.
Eddie Futch ha fermato Joe Frazier a Manila, quando mancava un solo round alla fine del mondiale contro Muhammad Ali.
“Siediti figliolo, è finita. Nessuno dimenticherà mai quello che hai fatto qui stasera”.
Non ero a bordo ring del Madison, non ho guardato negli occhi di Commey, non posso dare giudizi definitivi. Ma ho seguito l’evolversi del match, ho visto sul viso e nei gesti di Lomachenko, la risposta ai miei dubbi. Lui era certo che non fosse giusto andare avanti. E non aveva alcun secondo fine per pensarlo.
I troppi colpi subiti si pagano nel tempo. E a pagare è sempre e solo il pugile.
Io lo avrei fermato, e voi?

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