Il dramma di Don Curry, l’appello disperato del figlio


Salve a tutti,
oggi parlo a nome di mio padre, Donald Curry. Un campione del mondo della boxe, uno dei più grandi pesi welter di tutti i tempi. Tuttavia, oggi chiedo aiuto. Non per avere soldi, ma per diffondere la consapevolezza di quanto sia necessario trovare una soluzione per gli atleti in pensione.


Comincia così, sul profilo Twitter di Donald Curry (@LoneStarCobraTX), l’appello al mondo della boxe del figlio di un grande campione.
Quello che segue è il racconto di una lunga sofferenza, della tragedia di un uomo che si trova in difficoltà con sintomi di CTE (chronic traumatic encephalopathy), l’encefalopatia traumatica cronica che nel tempo provoca la riduzione delle cellule cerebrali a causa di ripetuti traumi cranici.
Negli ultimi tre anni, ho cercato di trovare aiuto per mio padre per fare una TAC o una valutazione cerebrale, ma vivo lontano e lui non è in grado di viaggiare. Questo ha complicato la situazione. Per la prima volta nella mia vita, ho passato un fine settimana con lui quando è stato inserito nella Hall of Fame due anni fa. Ho così potuto vedere i problemi che aveva a camminare. Si appoggiava al muro e sembrava debole. È salito sul palco per pronunciare un discorso che avevamo a lungo preparato, ma non ce l’ha fatta. Ha detto “grazie” ed è sceso. Ho pensato di chiedere aiuto a tutti i suoi fan, sostenitori, amici ed ex colleghi di lavoro prima che faccia del male a qualcuno, che qualcuno faccia del male a lui o che si faccia del male. Non sono a conoscenza di infrastrutture in cui atleti, in particolare pugili, possano ottenere l’aiuto o il trattamento di cui hanno bisogno per la salute mentale e la CTE. Vi sto chiedendo di taggare chiunque si occupi della salute mentale, di aiutare a diffondere la consapevolezza su questo problema per sapere se ci possano essere risorse per pugili/atleti in pensione che abbiano sintomi precoci di salute mentale e CTE e possano ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno prima che sia troppo tardi. Grazie”.
L’appello si chiude qui.


Donald Curry ha 60 anni.
Da dilettante ha chiuso con un record di 400-4-0, ha vinto le selezioni per andare ai Giochi di Mosca, ma gli Stati Uniti hanno boicottato l’Olimpiade del 1980 e lui è rimasto a casa.
Da professionista (34-6-0, 25 ko inflitti, 5 ko subiti) è stato campione del mondo dei welter e superwelter. Ha sconfitto Marlon Starling, Milton McCrory, Carlos Santos, Lupe Aquino e Gianfranco Rosi.
Ha incassato, complessivamente, borse per oltre cinque milioni di dollari in una carriera che va dal 1980 al 1997, con un’interruzione di quasi sei anni.
Disastroso l’ultimo periodo.
Il 18 ottobre del 1990 affronta Michael Nunn per il mondiale IBF dei medi. Perde per kot al decimo round, dopo avere subito una durissima punizione. Nunn gli scarica addosso dodici colpi consecutivi senza che lui accenni una reazione.
Il primo giugno del 1991 incontra Terry Norris per il mondiale superwelter WBC. Subisce per l’intero match, va giù alla settima ripresa. In quella successiva Norris lo travolge con quindici colpi consecutivi e, quando ha già le ginocchia sul tappeto, lo finisce con un altro destro. L’arbitro Chuck Hasset non vede e decreta il kot.
Annuncia il ritiro.
Il 20 febbraio 1997 torna sul ring. Ha bisogno di soldi. Supera Gay Jones (3-24-2) per ko 4. Poi chiede a Bob Arum una sfida con Emmet Linton, di cui è stato allenatore e manager. Nel 1993 i due hanno litigato, nel 1995 Curry ha accusato Linton di avere fornito informazioni alla madre di uno dei suoi figli. Danno vita a una rissa in strada, tirano fuori delle armi, per fortuna non le usano. Don Curry finisce in prigione per non avere pagato gli alimenti alla donna. È condannato a sei settimane di carcere, ne sconta una e viene rimesso in libertà.
Il 9 aprile 1997 affronta Emmett (22-2-0, dieci anni più giovane) a Las Vegas.
Prende una borsa di 30.000 dollari, 20.000 in meno del suo avversario.
Perde per kot 7, senza mai essere stato nel match. Subisce la terza severa punizione negli ultimi quattro incontri. A fine combattimento si reca al Valley Hospital dove gli esami rivelano l’esistenza di una pancreatite acuta. Ne soffriva prima del match. È una malattia che provoca debolezza, nausee, vomito e forti dolori alla schiena.
Don Curry è nato e cresciuto a Schieffer Street, Fort Worth (Texas), in una famiglia che non si è fatta mancare nulla in fatto di drammi o tragedie.
Bruce Curry, fratello maggiore ed ex campione del mondo dei superleggeri, è stato per oltre un anno rinchiuso in un ospedale psichiatrico vicino a Reno, Nevada. Aveva sparato diversi colpi di pistola contro il suo allenatore Jesse Reid il 2 febbraio dell’84. Accusato di tentato omicidio, era stato giudicato insano di mente, quindi non colpevole. Sarebbe rimasto in quell’ospedale fino a quando non avrebbe mostrato di non essere pericoloso per sé e per gli altri. Rilasciato il 26 marzo 1985, ha cercato lentamente di riprendersi la vita. È tornato sul ring per un ultimo match: il 29 aprile 1986 ha sconfitto ai punti in dieci riprese Thomas Garcia.
E poi c’è Angela. Aveva 18 anni quando Don ha messo ko La Rocca a Montecarlo. È morta in un incidente d’auto, lasciando solo Michael e il suo bambino, che tutti chiamavano Poo. Don l’ha portato a casa. Al piccolo avrebbero pensato lui e Azel Semple, la mamma di tutti i Curry.
Scorci di un’esistenza difficile.


Poi ci sono i giorni della gioia.
Ho ancora negli occhi l’immagine di Muhammad Akbar, manager e amico, che si rotola sul ring dopo la vittoria su Gianfranco Rosi (foto sopra). Per l’intero match ha urlato come un pazzo dall’angolo. Rivedo il clan che brinda con champagne millesimato assieme al proprietario del panfilo Carmac VI, ormeggiato sulla banchina di Porto Sole, l’incantevole marina dove si è svolto il match.
Don aveva visto quel panfilo di 42 metri battente bandiera statunitense e aveva chiesto ai connazionali un aiuto. Il titolare, presidente della squadra di football americano dei Minnesota Vikings, era stato felice di fargli usare le cabine come spogliatoio.
Quella volta Don Curry era rientrato nella stanza d’albergo alle cinque del mattino.
Occhiali scuri per nascondere cinque punti di sutura appena sopra l’occhio destro e tre al sopracciglio sinistro. Una fasciatura elastica alla coscia sinistra per lenire i dolori di una contrattura. Ma nel cuore una felicità senza confini.
Aveva celebrato con un menù all’italiana: tagliatelle al sugo e vino bianco.
Accanto, come sempre in quell’avventura, Valerie, la moglie.
Sono tornata a vivere, adesso potrò conoscere meglio l’Italia“.
Sono passati trentatrè anni e quattro mesi da quel giorno, molte cose sono cambiate nel mondo. Praticamente tutto è cambiato nella vita di Donald Sample in arte, o meglio nella boxe, per tutti  e per sempre Donald Curry, il Cobra.

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